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	<title>Donne senza frontiere &#124; Movimento per la giustizia</title>
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	<description>&#34;La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell&#039;ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini&#34; (D.Ikeda)</description>
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		<title>Mission Number One</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 14:55:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<description><![CDATA[Lezione numero uno Bianca &#160; &#160; La lezione che oggi ha imparato il gruppo di Donne Senza Frontiere ascoltando la storia della signora Bianca. Quando ci ha chiamate parlava di alcuni problemi alla sua abitazione, sottolineando di essere completamente sola e chiedendoci spiegazioni sulla prassi da adottare per rilievi tecnici. Ci siamo consultate ed in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;"><em>Lezione numero uno</em></span></p>
<p><strong><span style="font-size: x-large;">Bianca</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/05/bianca1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-948" title="bianca" src="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/05/bianca1.jpg" alt="" width="616" height="462" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La lezione che oggi ha imparato il gruppo di Donne Senza Frontiere ascoltando la storia della signora Bianca.<br />
Quando ci ha chiamate parlava di alcuni problemi alla sua abitazione, sottolineando di essere completamente sola e chiedendoci spiegazioni sulla prassi da adottare per rilievi tecnici. Ci siamo consultate ed in quattro  abbiamo deciso di andare a trovarla. E così l’abbiamo conosciuta. Pensavamo di incontrare una signora molto anziana, dato che ci aveva detto di avere 80anni e che quindi fosse più semplice spiegare personalmente che al telefono le procedure burocratiche.<br />
Stupidi pregiudizi. La signora Bianca, classe 1932, ha 80 anni, ma solo all’anagrafe. La vedi e non puoi non pensare “caspita non è possibile, sembra più giovane di almeno dieci anni!” Bastano poche battute e si capisce che appartiene ad un’altra generazione, quella di donne con un carisma e ed una tempra impareggiabile, anche ed ancora ad ottant’anni. Mi ha fatto pensare subito alle mie nonne. “Sono donne di altri tempi” è la frase che mia madre mi ripete sempre, caparbie e più forti fisicamente e spiritualmente, nate e cresciute in quell’Italia fatta di guerre e privazioni, dove si viveva con più semplicità e l’essenziale era davvero limitato.<br />
La signora Bianca è in effetti come una nonna, che con i suoi racconti ci porta indietro nel tempo. Ci parla della guerra e della sua famiglia d’origine, il tono della voce si indebolisce quando racconta dei bombardamenti della città di Genova che le hanno portato via la sorella Titti, ma si ravviva nel ricordare gli anni passati a Palermo girovagando tra i mercati arabeggianti della città, dove ha conosciuto il suo grande amore.<br />
Parla del marito scomparso con enfasi e tristezza, ci mostra una delle foto sbiadite del matrimonio e ci dice; “ era bello vero?” Tutto il cammino della sua vita è stato scandito da questo amore che come dice Lei “ci ha impedito di avere figli.”  Penso intendesse dire che erano talmente assuefatti  ed inebriati l’uno dell’altra da non desiderare nulla di più. “Abbiamo pensato ad averne in realtà. Il Dottore ci disse che andava tutto bene dal punto di vista fisico. Non sono ugualmente arrivati, ci fu consigliato anche di pensare all’adozione, ma mio marito rispose che non avrebbe mai trasformato un bambino in una medicina.”   Questa frase mi ha fatto percepire il valore di quest’uomo e di quest’amore.<br />
Nella casa in cui ci accoglie, immersa nella campagna, adesso è sola.  Le fanno compagnia Canuzzo e Pila, due cagnolini trovatelli, sui quali ha riversato tutto il suo affetto. Non ha parenti e solo di tanto in tanto si fa vedere in giro. Si chiude spesso tra le mura di casa sua, dove tutto parla dell’amore per il marito.<br />
La casa della signora Bianca è una casa “speciale.”  Piccolina e modesta dall’esterno, circondata dai salici, un lato dell’edificio è appoggiato alla sponda di un canale. Avvicinandosi  si legge l&#8217; insegna  di un piccolo mulino costruito nel 1824. Messo all’asta ben trent’anni  fa, fu acquistato dalla signora Bianca e dal marito, e ne hanno fatto la loro casa.<br />
Entrando ho subito avvertito una sensazione di antico, di vecchio, ma di quel vecchio ed antico che affascinano ed incuriosiscono. Più un luogo è antico e più ricco è il suo passato, così come la storia che racconta. È stato ristrutturato, ma le sue origini non sono state cancellate. Conserva mura massicce e molto spesse, con imponenti travi in legno, il pavimento è composto da lastre di pietra e subito si intravede una delle ruote in legno, che un tempo doveva muoversi con lo scrosciare dell’acqua, accanto, due enormi macine in pietra, di quelle usate per secoli per produrre la farina.<br />
Anche un piccolo mulino racconta qualcosa ho pensato, racconta di come l’uomo sia stato capace di perfezionare le tecniche, industrializzando ed incrementando le produzioni, ma perdendo quel senso di genuinità e semplicità evocato da una pagnotta fatta in casa.<br />
Mentre Bianca ci racconta della sua vita, imponendoci l’uso del “tu”, osservo le foto disposte sul camino, l’argenteria sbiadita, i tantissimi libri ed i giornali sparsi un po’ ovunque, che confermano l’interesse per la cultura, già ben intuibile nell’ascoltare le sue dettagliate e precise esposizioni confidandoci che il segreto della sua giovinezza sta nella lettura con passione.<br />
Mi aggiro nella casa e mi colpisce un tavolo ricoperto da decine di sfere di vetro, di mille colori e dimensioni.  Molte sono di quella tipologia che racchiudono paesaggi e monumenti in miniatura, oggetti che non ho mai particolarmente amato, ma accumulate, tutte insieme, creano un’immagine cromatica piacevole.<br />
Io ed Anna saliamo al piano di sopra, una vetrata immensa fa entrare la luce. Nella stanza ci sono troppe cose, non riesco ad afferrarle tutte con gli occhi. Mi soffermo a guardare il soffitto, completamente fatto di legno, esamino meglio le travi ed avverto un senso di stabilità e sicurezza. C’è un altro tavolino colmo di oggetti diversi, Bianca, ci spiega che ama collezionare ferma carta, mentre il marito amava gli elefanti. Adesso capisco perché la casa ne sia piena.<br />
Siamo andate via con la promessa di telefonate e nuovi incontri. Non possiamo trasformarci in eroine, ma possiamo farVi conoscere la storia di questa donna che ha 80 anni e tanta voglia di vivere.<br />
Adesso ripenso a tutte le cose che hanno invaso il mulino, tramutandolo da luogo di produzione a nicchia d’amore, una su tutte si è fissata nella mia mente; uno splendido primo piano in bianco e nero di una Bianca molto giovane, si intravede appena lo scollo di un vestito che doveva essere molto elegante. Ci ha spiegato che la foto è stata scattata, quando era a Palermo, durante una festa data da un’amica, nel palazzo in cui Visconti aveva da poco ultimano le riprese del celebre film Il Gattopardo. Ho rivisto i flash del famoso ballo e ho pensato a Bianca che ballava con l’uomo che ha amato tutta una vita.</p>
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		<title>Argentina: Madri di Plaza de Mayo</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 21:14:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Estero]]></category>

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		<description><![CDATA[la resistenza della vita sulla morte Del dar vita materno sul dar morte dei regimi “Dio non può essere ovunque è per questo che ha creato le madri,” affermava lo scrittore Leopold Kombert,  sottolineando la sacralità e l’eternità dall’amore materno, che come quello divino è l’amore incondizionato per la vita stessa. Quest’amore nel generare altra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;"><em>la resistenza della vita sulla morte </em></span></p>
<p><span style="font-size: x-large;"><strong>Del dar vita materno sul dar morte dei regimi</strong></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><em><br />
</em></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><em><a href="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/04/051117-madres-de-plaza-de-mayo-foto-alessandro-gori.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-931" title="051117-madres-de-plaza-de-mayo-foto-alessandro-gori" src="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/04/051117-madres-de-plaza-de-mayo-foto-alessandro-gori-1024x680.jpg" alt="" width="603" height="400" /></a><br />
</em></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><em><br />
</em></span></p>
<p>“Dio non può essere ovunque è per questo che ha creato le madri,” affermava lo scrittore Leopold Kombert,  sottolineando la sacralità e l’eternità dall’amore materno, che come quello divino è l’amore incondizionato per la vita stessa.</p>
<p>Quest’amore nel generare altra vita, nel difenderla e proteggerla con sacrificio ed altruismo è l’idea universale ed istintiva della maternità, è il vincolo più sublime che possa esistere; è vita anche oltre la morte.<br />
È nel nome di questo smisurato amore materno che sono nate le Madri di Plaza de Mayo. Donne, ma soprattutto madri che hanno sfidato e lottato in Argentina contro la Dittatura militare di Jorge Rafael Videla.</p>
<p>Negli anni tra il 1976 ed il 1983 l’Argentina attraversò il periodo più buio della sua storia contemporanea, privata in ogni suo diritto, sgretolata nella sua dignità, logorato da una repressione spietata che generò la scomparsa di 30.000 persone tra uomini e donne: i Desaparecidos. Si trattava per lo più di ragazzi, tra i 20 ed i 30 anni, desiderosi di respirare aria di democrazia, pericolosi, di conseguenza, per il consolidamento del potere totalitario di Videla.</p>
<p>Nei primi mesi, dopo il golpe del 24 marzo 1976, la Dittatura costruì una trincea fatta di silenzio e segretezza. Vi era la consapevolezza di non dover commettere gli stessi errori del Dittatore Pinochet che, in Cile, aveva gestito la protesta dei dissidenti con pubbliche esecuzioni nello Stadio della città, attirando così lo sguardo di tutto del mondo e l’interesse degli Organismi per la difesa dei diritti umani.<br />
L’immagine che Videla voleva trasmettere, invece, doveva essere un’immagine di apparente normalità, giustificando la presa del potere agli occhi del mondo, con l’impronta anticomunista adottata dal Regime, mentre, all’interno del paese, il rafforzamento dell’autorità doveva essere raggiunto con una “Riorganizzazione Nazionale”, eliminando ogni forma di opposizione, con meccanismi che non prevedevano in nessun caso arresti di massa, fucilazioni o esecuzioni pubbliche; la popolazione non doveva avere il minimo sentore di ciò che accadeva alle persone arrestate.</p>
<p>Inizialmente la repressione fu orientata verso i sindacalisti e gli attivisti politici di sinistra, ma col tempo, i pretesti per effettuare gli arresti divennero sempre più futili. Era sufficiente anche solo partecipare ad una manifestazione studentesca, o avere il proprio nome nell’agenda di un possibile sovversivo. In questo modo tantissime persone che mai avevano agito concretamente contro il sistema subirono violenze di ogni tipo.<br />
<span id="more-930"></span>Gli uomini dell’esercito, spesso in borghese, agivano di notte, arrivavano con una Ford Falcon verde scuro senza targa, piombavano nelle case, sequestravano i sospettati per poi condurli in luoghi di detenzione clandestini dove venivano sottoposti a continue torture.<br />
I centri di detenzione costituirono una base materiale indispensabile per la politica di scomparsa delle persone, in cui si perpetrò una violazione di tutti i principi di dignità e rispetto della vita e della morte, una disintegrazione dell’integrità fisica e psichica; l’uomo lasciò il posto al numero, la legge dell’onnipotenza del carceriere si impiantò in tutti i centri di detenzione<br />
“Smettere di essere: distruggendo l’identità del prigioniero, modificandone i punti di riferimento spazio-temporali, maltrattando i loro corpi e le loro menti oltre ogni limite immaginabile.” (dalla relazione Nunca Màs).<br />
La scuola di meccanica della Marina, l’ESMA, il simbolo dei campi di tortura Argentini, si trova su una delle strade più trafficate di Buones Aires, nelle vicinanze dello stadio River Plate. Più di cinquemila persone vi furono imprigionate e torturate per giorni. Nonostante la visibilità della struttura, tutto ciò che vi accadde all’interno restò invisibile al resto della popolazione ed a coloro che si affannavano nella ricerca della verità.<br />
Solo con i processi si ebbe poi la conferma dei Voli della Morte (vuelos de la muerte), con cui si provvedeva ad eliminare i corpi martoriati dalle torture. I detenuti, spesso ancora in vita, venivano imbarcati a bordo di aerei militari, gli Hercules, sedati con una iniezione di pentothal e lanciati nel Rio de la Plata, oppure gettati nell&#8217;Oceano Atlantico col ventre squarciato da una coltellata affinché i loro corpi fossero divorati dagli squali o con i piedi bloccati in un blocco di cemento a presa rapida, per evitare che riaffiorassero in superficie.<br />
Quest’evoluzione del genocidio non lasciava traccia dell’uomo.<br />
Dopo il sequestro era impossibile ottenere notizia. Nel sistema del terrore la corruzione raggiunse livelli sorprendenti. Dalla polizia, alla Chiesa, ai Magistrati, ai Sindacati, tutti contribuirono ad alzare un muro di silenzio. 30.000 nomi cancellati, non un solo documento ufficiale che segnalasse il luogo della detenzione, che consentisse di attastarne, successivamente, la vita o la morte.<br />
La Dittatura alimentò, in coloro che cercarono, in quei anni, la verità, l’idea di una scomparsa intenzionale, definendo i desaparecidos sovversivi e nemici della patria.<br />
Etimologicamente, nella sua traduzione, Desaparecidos significa “persone fatte scomparire” ed esprime già nell’immediata assimilazione l’idea di una scomparsa forzata e coercitiva.<br />
Le prime a comprendere ed afferrare l’insana ideologia di quel sistema furono le Madri di Plaza de Mayo. Nei primi mesi della Dittatura, dovettero assistere inermi al sequestro forzoso dei propri figli, senza conoscerne e comprenderne i motivi, molte di loro addirittura non riuscirono neanche a scoprire il momento esatto della sparizione del proprio caro. Incominciarono a lottare per poter riabbracciare i figli, per difenderli dalle accuse di tradimento e terrorismo, non immaginando assolutamente la crudeltà con cui furono torturati ed uccisi.<br />
È attraverso questa affannosa ricerca individuale che si unirono, elaborando, negli anni, un’identità collettiva, che le ha trasformate nelle madri di tutti i 30.000 desaparecidos. Nelle piazze non ci furono mai 30.000 madri, poiché molte famiglie accettarono le spiegazioni ufficiali.<br />
Il movimento nacque nell’immediato inizio della tragedia, in modo naturale e spontaneo.  I volti di queste madri spesso si incrociavano negli uffici, nelle chiese e nelle strade. Tutte percorrevano la stessa strada, rivolgendosi dapprima agli uffici pubblici, poi ai politici, avvocati, poliziotti, uomini di Chiesa. Nessuna ottenne mai una notizia. Spesso venivano ingannate ed umiliate. Si sentivano dire che i figli erano dei sovversivi e stavano collaborando con i loro compagni per danneggiare il paese, in altri casi che, ipoteticamente, erano semplicemente scappati con delle donne.<br />
Col tempo incominciarono a riconoscersi e a raccontarsi le proprie storie, scoprendo così di essere vittime non di un dramma personale bensì di una tragedia collettiva, e comprendendo che non avrebbero mai ottenuto risposte attendibili. Era ormai evidente la responsabilità del Governo nella scomparsa dei figli.<br />
Una delle più importanti tra le fondatrici, Azucena Villaflor, dopo sei mesi dal rapimento del figlio, decise  il 30 settembre 1977, con altre 13 madri di protestare dinnanzi alla Casa Rosada per ottenere un incontro con Videla. L’incontro non avvenne mai, ma quel giorno continuarono ad urlare i nomi di quei figli scomparsi nella piazza antistante la sede del governo; in Plaza de Mayo.<br />
Dal 30 settembre del 1977, ogni giovedì della settimana, fin quando ne hanno avuto la forza si sono unite in quella piazza per chiedere giustizia.<br />
È in Plaza de Mayo che le madri condivisero il dolore e costruirono lo spirito di Resistenza al Regime. È il luogo che le identifica. La maternità le ha spinte a sfidare il regime, il senso di appartenere tutte ad un medesimo dramma le ha saldate in un grande movimento e la piazza ha fatto il resto, come ben sottolineato nelle parole di Hebe Pastor de Bonafini (due dei suoi figli furono sequestrati nel 1977) “la piazza ha un contenuto politico profondo. Ogni volta sento il bisogno di un paio di minuti di raccoglimento per quel tacito incontro che ho con i miei figli. Sono loro che ci danno la forza di continuare, quando una si mette questo fazzoletto si sente più alta, più forte, più convinta. Il fazzoletto, le maschere, i documenti d’identità consegnati alla polizia, furono tutte invenzioni nate là, nella piazza. Per me la piazza è sempre stata uno spazio impressionante di libertà.”<br />
Il passaparola e i continui sequestri portarono altre madri in Plaza de Mayo. Quando interveniva la polizia per intimare l’allontanamento si prendevano sottobraccio ed incominciavano a “marciare”, camminando in circolo intorno alla piramide che si erigeva nel centro della piazza.” È stato in quel nostro camminare a braccetto, una accanto all’altra, parlandoci e conoscendoci, che abbiamo costruito il nostro pensiero.” H. Bonafini.<br />
Il divieto di creare riunioni ed i continui controlli costrinsero le madri ad ingegnarsi per poter organizzare gli incontri senza sospetti. Giardini botanici, pasticcerie, chiese, i luoghi cambiavano continuamente così come diversi erano modi per comunicare e resistere. Talvolta nella preghiere collettive modificavano parti del rito, per lanciare messaggi, in altri casi scrivevano su banconote di grosso taglio “ho un figlio scomparso” e dopo andavano a fare la spesa al mercato. Spesso creavano file interminabili davanti agli Uffici del Ministero degli Interni, entravano per depositare la denunce e uscivano per rimettersi in coda, entravano ed uscivano senza sosta in questo modo la coda diveniva interminabile, destando la curiosità nelle persone che transitavano dagli uffici. Era diventato indispensabile inventare forme nuove e diverse di resistenza, per ingannare e raggirare i controlli da parte del Governo.<br />
Nell’ottobre del 1977, decisero di alzare la voce, partecipando alla tradizionale processione religiosa della città di Lujàn per chiedere l’intervento del Vescovo per i desaparecidos. Data la folla, per riconoscersi tra di loro, decisero di indossare sul capo il panuelo, il pannolino bianco dei propri figli, poi sostituito con un fazzoletto bianco durante tutto il periodo della lotta e della loro vita.</p>
<p>La marcia pacifica delle madri innervosì ben presto la Giunta Militare e la repressione investì anche loro. Azucena ed altre due madri fondatrici; Esther Ballestrino e Maria Ponce furono sequestrate tra l’8 ed il 10 dicembre 1977, condotte all’ESMA, torturate, uccise e gettate nel Rio della Plata.</p>
<p>Nonostante questo, le Madri, per sottolineare la loro forza ed intensificare la sfida al Regime decisero di organizzare una marcia della Resistenza. Ventiquattr’ore di marcia continua. Sbeffeggiate e sottovalutate dai militari portarono avanti i loro propositi. Ogni anno, il primo giovedì di dicembre la marcia della resistenza è stata ripetuta.</p>
<p>Nel 1978 l’Argentina ospitò i Mondiali di Calcio, anche questo rientrava nella politica dell’immagine di Videla, che voleva dare l’illusione all’estero di un’Argentina moderata, roccaforte della legalità, che ben aveva lavorato contro il comunismo.</p>
<p>Nonostante l’euforia che si respirava nelle strade di Buones Aires, il giorno dell’inaugurazione dei giochi, il 1 giugno del ’78, un giovedì, la televisione olandese anziché riprendere la cerimonia di apertura si concentrò sulla marcia della madri in Plaza de Mayo.</p>
<p>L’Olanda divenne il primo paese a sostenere le madri. La squadra di calcio olandese, seconda al Mondiale, rifiutò di ritirare il premio dalle mani di Videla. Le luci sulla difficile situazione argentina erano state finalmente accese, in realtà, da quel momento, il mondo non poteva continuare a far finta di niente. Le madri furono invitate in diversi paesi europei a denunciare e testimoniare le violenze del regime.</p>
<p>Il 14 maggio 1979 ufficializzarono la nascita dell’Associazione Madri di Plaza de Mayo.</p>
<p>Con il trascorrere degli anni, lo spirito della lotta aveva assorbito altri connotati. Certamente era viva la speranza di ritrovare i propri figli e di ottenere giustizia, ma l’obbiettivo era quello di scardinare la Dittatura e riappropriarsi di un Governo costituzionale.</p>
<p>Le madri ed il popolo argentino dovettero attendere il 1983 per ottenere il ripristino di un Governo democratico.</p>
<p>La crisi economica, i livelli indescrivibili della corruzione, le condanne pubblica per la violazione dei diritti umani e la sconfitta durante la famosa guerra delle Falkland, portarono ad un totale screditamento dell’autorità argentina ed al crollo della Dittatura.</p>
<p>Si apriva un altro capitolo nella storia argentina fatto di Tribunali, sentenze e ricerca di una giustizia concreta.<br />
L’insediamento alla Casa Rosada di Raùl Alfonsin, disponibile all’incontro con le madri e la costituzione di una Commissione Nazionale sui Desaparecidos (Conadep), per raccogliere le denunce e le testimonianze sulla violazione dei diritti umani durante i sette anni del Regime, generarono un clima di speranza.<br />
Nella Relazione Nunca Màs pubblicata dalla Conadep, il 20 settembre del 1983, si condannò senza mezzi termini il regime. “Abbiamo la certezza che la dittatura militare abbia causato la più grande e la più selvaggia tragedia della nostra storia. Contrariamente a quanto sostenuto dagli esecutori, non vennero perseguitati i membri delle organizzazioni politiche che avevano compiuto atti terroristici. Si contano a migliaia le vittime che mai ebbero alcun legame con tali attività e furono ugualmente oggetto di orrendi supplizi a causa della loro opposizione alla dittatura militare; per aver partecipato alle lotte delle associazioni sindacali o studentesche; per essere stati intellettuali riconosciuti che si erano espressi contro il terrorismo di Stato; per essere stati familiari e amici, o semplicemente per essere segnati nell’agenda di qualcuno considerato sovversivo.”</p>
<p>Nonostante tali premesse e l’apertura di 2000 processi nei confronti dei militari ritenuti responsabili di abusi, torture e sparizioni, il Governo varò la Legge dell&#8217;obbedienza dovuta che di fatto estinguevano tutti i reati commessi dai militari, giustificando il loro operato come un semplice obbligo all’assolvimento degli ordini ricevuti dai superiori. Più di 300 tra torturatori e sequestratori restarono impuniti.</p>
<p>La politica in realtà voleva dare un gran colpo di spugna e per archiviare la questione creò la Legge del punto finale, con la quale non era più possibile presentare denunce, sottolineando che trascorsi sei anni dalla scomparsa coloro che erano desaparecidos doveva esser riconosciuti come morti.</p>
<p>Questo riconoscimento della morte per molte Madri non è mai avvenuto, neanche dinnanzi alle casse inviate dal Governo con resti umani sottoposti all’esame del DNA.<br />
“Se avessimo accettato l’esumazione di quei morti, che loro dicevano uccisi in combattimento, nessuno sarebbe più stato responsabile del loro sequestro, delle torture, dell’assassinio”. Spiegava Evel Petrini, “non ci sarebbero stati più desaparecidos, ma salme; il reato di scomparsa sarebbe caduto in prescrizione, non ci sarebbe più stato il bisogno di cercare i colpevoli. Vogliamo vita, perché loro sono stati e sono vita. E ogni volta che indossiamo questo fazzoletto e ogni volta che parliamo, parliamo in vece loro. Non moriranno. Mai.”</p>
<p>Incessanti, durante gli anni, le continue offerte governative per i risarcimenti economici, ma anche in questo caso molte rifiutarono di dare un prezzo al proprio figlio, come Hebe P. De Bonfine; “Quando vai a firmare per prendere la riparazione economica, c’è un modulo in cui devi scrivere quando ritieni che tu figlio sia morto. La data di morte presunta, dicono loro; non la data di assassinio presunto. Vogliono che siano le stesse madri a scrivere la data della morte. È terribile.”</p>
<p>Soltanto nel 2005 il Presidente Kirchner dichiarò l’incostituzionalità di queste leggi e provvide a riaprire i processi.</p>
<p>Il 22 dicembre 2010, dopo 28 anni, Videla è stato definitivamente condannato, insieme ad altri 29 imputati, all&#8217;ergastolo per crimini contro l’umanità.</p>
<p>Nello stesso anno gli esami del DNA su alcuni resti umani trovati al largo della Costa Atlantica, hanno stabilito che si trattava dei resti di Azucena Villadeflor. Le sue ceneri e quelle di altre Madri, sono state sepolte ai piedi della piramide di Plaza de Mayo.</p>
<p>La storia delle Madres non deve essere circoscritta alla storia nazionale dell’Argentina, lascia affiorare un valore molto più universale e profondo; sono dei modelli di autorevolezza femminile, come mi ha ben spiegato la Dottoressa Daniela Padoan, autrice del libro “Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo.”</p>
<p>Nel libro la scrittrice racconta e riporta come in un mosaico i dialoghi avuti con cinque Madri. Donne con origini e storie diverse, ma prima di tutto madri, capaci di superare le differenze che esistevano tra di loro rifiutando il modello di lotta maschile. I mariti e più in generale gli uomini, erano strutturati in partiti, sindacati e movimenti vari. Non seppero mai mediare tra di loro, litigavano spesso e conseguentemente non ebbero modo di organizzarsi costruttivamente contro il Regime.<br />
Le Madri, afferma l’autrice, non si presentarono mai come delle vittime, rovesciarono il dolore in Resistenza, modificando il senso delle parole. Il Regime le ha contrastate definendole delle Pazze, ma come ha spesso affermato Hebe De Bonafini, erano pazze si, ma d’amore per i propri figli. Il rifiuto della morte, è stata poi l’ennesima evoluzione del loro resistere. Sapevano benissimo che non avrebbero mai più riavuto quei figli, ma soltanto negando la morte potevano continuare a puntare il dito contro l’operato del Regime.</p>
<p>“È un diverso modo di concepire e praticare la politica, fondata su un agire comune che pone al centro dell’azione la responsabilità etica dell’altro. Non un racconto sulle vittime, ma un racconto sulla resistenza; la resistenza della vita sulla morte, del dar vita materno sul dar morte dei regimi.” Daniela Padoan.</p>
<p>Le frasi e le citazioni sono stata tratte dal libro: Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo di Daniela Padoan, (Premio Martoglio 2006 per il giornalismo, Premio Nonino 2006) Bompiani, Milano 2005.</p>
<p>Per ulteriori approfondimenti consultare i siti qui elencati:<br />
<a href=" http://www.danielapadoan.it/ "><br />
http://www.danielapadoan.it/ </a><br />
<a href="http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/notte_argentina.htm ">http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/notte_argentina.htm </a><br />
<a href="http://www.grr.rai.it/dl/grr/notizie/ContentItem-cd791fca-dcc8-4b3d-bfa1-904a0359a2c7.html ">http://www.grr.rai.it/dl/grr/notizie/ContentItem-cd791fca-dcc8-4b3d-bfa1-904a0359a2c7.html </a></p>
<p>Facebook: Gruppo En defensa de nuestras Madres de Plaza de Mayo.</p>
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		<title>Per ogni donna uccisa, struprata, sfruttata, offesa &#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 20:58:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230; siamo tutti parte lesa, Palermo, Italia !!! &#160; &#160; - PALERMO - Nella zona di Palermo in cui vivo io (Via Lincoln), la prostituzione la vedo sotto il balcone di casa mia. Le prostitute esercitano alla luce del fanale che illumina il mio bel nobile portone, ed io&#8230;mi vergogno di me stessa per stare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: x-large;"><strong>&#8230; siamo tutti parte lesa, </strong><strong>Palermo, Italia !!!</strong></span></p>
<p><span style="font-size: x-large;"><strong><br />
</strong></span></p>
<p><span style="font-size: x-large;"><strong><a href="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/04/prostituzione_894951.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-921" title="prostituzione_89495" src="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/04/prostituzione_894951.jpg" alt="" width="617" height="621" /></a><br />
</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>- PALERMO -</strong> Nella zona di Palermo in cui vivo io (Via Lincoln), la prostituzione la vedo sotto il balcone di casa mia. Le prostitute esercitano alla luce del fanale che illumina il mio bel nobile portone, ed io&#8230;mi vergogno di me stessa per stare lì a guardare dall&#8217;alto dei miei sogni&#8230;<br />
Nella città la prostituzione non solo è sempre diffusa ed alla luce del giorno, ma è articolata in una rete capillare che non tralascia il centro città e si distribuisce uniformemente &#8220;dando lavoro&#8221; a bambine, ragazze, figlie, madri, nonne di nazionalità diversa, dall&#8217;africana all&#8217;ungherese, alla russa, all&#8217;italiana. Naturalmente la loro collocazione presso le varie zone della città è funzionale ad una spartizione meticolosa ed economicamente valutata da parte dei &#8220;capi zona&#8221; affiliati alla criminalità mafiosa &#8221; della città.<br />
Quando si incontrano queste realtà è facile additarle come un problema da risolvere. Ma che la soluzione la si guardi trincerandosi dietro le comuni soluzioni degli slogan a &#8220;tolleranza zero&#8221; per chi si prosituisce o inasprimenti di pena per chi alimenta la prostituzione usufruendo di questo &#8220;servizio&#8221;&#8230; ( ed anche quelli per me si prostituiscono&#8230;), in entrambi i casi è sempre difficile pensare che dietro questa facciata ognuno ha una storia.<br />
E quella di queste persone è sempre una storia difficile da raccontare, nonostante si sente dire da alcuni moralisti che &#8220;vengono tutte da lontano ed alla fine guadagnano un sacco di soldi più facilmente così che andando a lavare scale&#8221;.<br />
E&#8217; difficle pensare che:<br />
Per ogni donna uccisa, struprata, sfruttata, offesa, siamo tutti parte lesa!!!</p>
<p>Un articolo delle Inchieste di “Repubblica” apre una finestra, o meglio uno spiraglio su di una realtà che veramente non conosciamo se non per &#8220;sentito dire&#8221;, nonostante&#8230;.ce la ritroviamosotto il portone di casa.<br />
E&#8217; solo una storia, ma è anche un mondo fatto di violenze, violazioni, dolore e soprattutto silenzio.<br />
“La storia di Nike, bruciata a vent’anni per essersi ribellata al clan dei nigeriani”<br />
Una catena di sfruttamento segreta e feroce, fondata sui riti voodoo, che pretende un riscatto tra i sessanta e i centomila euro per smettere il mestiere.</p>
<p>E’ l’organizzazione che Nike Favour Adekunle, innamorata e decisa a sposarsi, ha provato invano a sfidare nella Palermo del 2011.<br />
Debiti da estinguere, riti voodoo e vessazioni. C’è tutto questo dietro la prostituzione delle nigeriane, che a Palermo regge la metà del giro, almeno quello visibile, quello che si consuma in strada. Un esercito di 500 ragazze appena maggiorenni. Spesso anche al di sotto dei diciotto anni. Arrivano tutte dalla stessa città, Benin City, che negli ultimi anni è diventata una sorta di capitale del sesso da esportazione della Nigeria del sud. Volti anonimi relegati in poche righe di cronaca solo quando accade il peggio. Come nel caso di Nike Favour Adekunle, ritrovata carbonizzata a vent’anni nelle campagne di Misilmeri il 21 dicembre del 2011.</p>
<p><span id="more-919"></span></p>
<p>Anche lei era arrivata a Palermo un anno fa, con il sogno di un lavoro e di una famiglia. Per finire nel parco della Favorita a prostituirsi. Pochi giorni prima di morire, aveva acquistato un biglietto per Roma con il suo fidanzato palermitano, per richiedere il nulla osta alla sua ambasciata e sposarsi. Un progetto, insieme a quello di lasciare per sempre la strada, probabilmente non gradito a chi aveva comprato la sua vita per sfruttarla e ricavarci un cospicuo guadagno. Perché le ragazze nigeriane sono costrette a pagare tutto e fin dall’inizio. Sulla loro testa pesa un debito enorme. Che va da 60 a 100vmila euro. Quello di Adekunle ammontava a 65mila euro. In preda alla disperazione, la ragazza aveva promesso alle sue protettrici che avrebbe trovato il modo di pagarlo comunque. Ma questo non è bastato a salvarla.<br />
Più la ragazza è bella, più il suo debito aumenta, così come gli anni per estinguerlo. Chi lavora bene riesce a restituire tutti i soldi alla protettrice anche in quattro anni. Ma fino a quel momento le ragazze sono legate alla “madam”, alla “zia”, quasi sempre una connazionale ex prostituta, più raramente un uomo, che anticipa i soldi del viaggio dalla Nigeria all’Italia. Un legame rafforzato da un rito voodoo, officiato in patria da uno stregone, prima della partenza. Basato su ciuffi di capelli, peli di ascelle e pube, pezzi di unghie e una bevanda scura con sangue di gallina, il rito vincola per sempre la futura prostituta alla sua protettrice. Si tratta di un patto, un giuramento indissolubile per la religione animista, almeno fino all’estinzione del debito, pena conseguenze terribili per i parenti in Nigeria. Con il rito gli aguzzini comprano tutto: la persona, i suoi documenti, il suo silenzio e la sua riduzione in schiavitù.<br />
Anche la famiglia di origine è coinvolta in questo giuramento. Garantisce, infatti, che la ragazza nel tempo coprirà tutte le spese anticipate dalla protettrice, a cominciare da quelle per il viaggio della speranza: arrivo in Libia e poi in mare su un barcone fino a Lampedusa, per raggiungere una postazione alla Favorita, in via Messina Marine, in via Lincoln o in qualche vicolo del centro storico. Anche per quel posto le ragazze pagano. Devono guadagnare abbastanza per affrontare le spese della casa in cui vivono, del cibo, dei vestiti e appunto, anche della postazione per esercitare la prostituzione.<br />
In cambio nessuna libertà. Soltanto chi riesce a guadagnarsi la fiducia della “madam” con il successo delle sue prestazioni, ha qualche ora di tempo per lo shopping o per una passeggiata fuori dall’orario di lavoro. Le ragazze che non guadagnano abbastanza subiscono violenze, torture fisiche e minacce che tirano in ballo sempre l’incolumità dei parenti. Ma la catena dello sfruttamento della prostituzione nigeriana è molto più complessa. Anche le protettrici sono solo un anello di una catena che riconduce sempre a una mano mafiosa. Per questo è molto difficile che le ragazze trovino il coraggio di ribellarsi e di denunciare gli sfruttatori. Ma a Palermo, in questi anni, alcune ce l’hanno fatta, grazie al supporto di associazioni come il “Pellegrino della terra”, attiva sul territorio dal 1995, nella sede confiscata alla mafia di via Oreto.<br />
“Fino a oggi – dicono i responsabili dell’associazione – più di 250 ragazze sono uscite dal giro. Sono percorsi lunghi e delicati. Le ragazze chiedono un lavoro alternativo, spesso hanno anche dei figli al seguito che devono mantenere. Per questo nella sede della nostra associazione proponiamo corsi di taglio e cucito e di economia domestica. Un’alternativa alla strada per un futuro dignitoso”. Chi denuncia, infatti, come prevede la legge, ottiene il permesso di soggiorno e viene inserito in un programma di protezione sociale che per prima cosa include un’occupazione. Nei mesi scorsi, l’associazione, era entrata in contatto anche con Nike Favour Adekunle. “Era – raccontano i volontari – una ragazza solare e sorridente con una grande voglia di vivere. L’ultima volta è stata vista alla Favorita, come sempre, prima di sparire per tre giorni e morire brutalmente. Anche lei poteva salvarsi, ma qualcuno ha deciso di non darle questa opportunità”. Adesso la comunità nigeriana di Palermo chiede giustizia per Adekunle e per tutte le ragazze come lei private delle libertà</p>
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		<title>NEWS IN PILLOLE</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 14:43:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Tutto]]></category>

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		<description><![CDATA[5 aprile : Comitato Olimpico di Riyad Nessuno sa chi salirà sul podio alle prossime Olimpiadi di Londra. Ma si può già dire con certezza chi non sarà incoronato con l’alloro olimpico: nell’estate del 2012 sarà impossibile vedere una donna saudita con al collo una medaglia. È quello che ha sentenziato il Comitato Olimpico di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong><em>5 aprile : Comitato Olimpico di Riyad</em></strong></span></p>
<p>Nessuno sa chi salirà sul podio alle prossime  Olimpiadi di Londra. Ma si può già dire con certezza chi non sarà  incoronato con l’alloro olimpico: nell’estate del 2012 sarà impossibile  vedere una donna saudita con al collo una medaglia. È quello che ha  sentenziato il Comitato Olimpico di Riyad che ha escluso l’invio di  atlete ai giochi che si svolgeranno nella capitale britannica.</p>
<div>
<p>“Per  ora non sponsorizzeremo la partecipazione di alcuna donna alle  Olimpiadi o ad altri campionati internazionali”, ha annunciato il  principe Nawaf bin Faisal durante una conferenza stampa a Jedda. L’emiro  ha però aggiunto che se le saudite vorranno prendere parte alla  competizione in modo autonomo sono libere di farlo. “In quel caso le  nostre autorità si assicureranno che la loro partecipazione non violi la  sharia, la legge islamica”.</p>
<p>L’unica donna che a luglio volerà in  Europa a rappresentare lo stato degli sceicchi sarà la bella diciottenne  Dalma Malhas, campionessa equestre di salto a ostacoli. La giovane ha  già vinto una medaglia di bronzo alle Olimpiadi Giovanili di Singapore, a  cui aveva partecipato solo perché invitata dal Comitato Olimpico  Nazionale.</p>
<p>Finora solo tre stati non hanno mai inviato donne ai  giochi olimpici: l&#8217;Arabia Saudita, il Brunei e il Qatar. Quest&#8217;ultimo  però, candidato ad ospitare le Olimpiadi del 2020, ha annunciato che  invierà a Londra le proprie atlete.</p>
<p><a href="http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/articoli/1042288/nessuna-donna-saudita-alle-olimpiadi-di-londra.shtml">http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/articoli/1042288/nessuna-donna-saudita-alle-olimpiadi-di-londra.shtml</a></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<h1><span style="font-size: medium;"><strong><em>4 aprile :  Suu Kyi vince elezioni, &#8220;Nuova era in Myanmar&#8221;</em></strong></span></h1>
<p>La premio Nobel: &#8220;E&#8217; una vittoria del popolo&#8221;<br />
Migliaia di sostenitori hanno trascorso la notte in festa nel quartier generale: conquistati 43 seggi su 44</p>
<p>La leader d&#8217;opposizione birmana Aung San Suu  Kyi, che ha conquistato il seggio in parlamento dopo 15 anni di  domiciliari, ha salutato in un comunicato la &#8220;vittoria del popolo&#8221; e ha  chiesto al suo partito e ai sui sostenitori di astenersi da qualsiasi  esternazione eccessiva. E&#8217; &#8220;l&#8217;inizio di una nuova era&#8221;, ha esultato la  premio Nobel per la pace, che col suo partito ha conquistato 43 seggi su  44.&#8221;Non è tanto un nostro trionfo, quanto  un trionfo di coloro che hanno deciso di partecipare al processo  politico di questo Paese&#8221;, ha detto Suu Kyi. &#8220;Cio che importa non è il  numero di seggi ottenuti, benchè siamo ovviamente molto soddisfatti di  averne ottenuti così tanti, ma il fatto che la gente dimostri tanto  entusiasmo nella sua partecipazione al processo democratico&#8221;, ha  aggiunto la leader dell&#8217;Lnd &#8230;</p>
<p><a href="http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/articoli/1041866/suu-kyi-vince-elezioni-nuova-era-in-myanmar-la-premio-nobel-e-una-vittoria-del-popolo.shtml">http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/articoli/1041866/suu-kyi-vince-elezioni-nuova-era-in-myanmar-la-premio-nobel-e-una-vittoria-del-popolo.shtml</a><span style="font-size: medium;"><strong><em> </em></strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong><em>29 marzo : From Egypt Independent</em></strong></span></p>
<p>Women’s council offended over female representation on assembly. With female members making up six percent of the body that will draft Egypt&#8217;s new constitution, The National Council for Women on Wednesday called the poor representation “extremely offensive” in a statement.</p>
<p>Council head Mervat al-Talawy said in the statement that the percentage of females appointed to the assembly does not in any way reflect women’s role in society. The statement stressed that the constitution is for all Egyptians, not exclusively the majority party</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://english.alarabiya.net/articles/2012/03/29/203944.html">http://english.alarabiya.net/articles/2012/03/29/203944.html</a></p>
<p><a href="http://www.egyptindependent.com/node/738836">http://www.egyptindependent.com/node/738836</a><span style="font-size: medium;"><em><strong> </strong></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><strong>28 marzo : Jail may await Afghan women fleeing abuse and rape: HRW</strong></em></span></p>
<p>Once leaving prison, Afghan women and girls face strong social stigma in the conservative country and may be killed in so-called “honor killings.” (Reuters). For Afghan women, the act of fleeing domestic abuse, forced prostitution  or even being stabbed repeatedly with a screwdriver by an abusive  husband, may land them in jail while their abusers walk free, Human  Rights Watch said.<span style="font-size: medium;"><em><strong> </strong></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><strong>27 marzo : 16enne Amina Filali</strong></em></span><span style="font-family: Verdana,Arial,Helvetica; font-size: xx-small;"><span style="color: black; font-family: Arial; font-size: x-small;"><strong> </strong></span></span></p>
<p>La 16enne Amina Filali dopo essere stata stuprata, picchiata e costretta a sposare il suo aguzzino, si è suicidata perché il codice penale marocchino dà la possibilità allo stupratore di sposare la sua vittima se questa è minorenne. Mettiamo fine a questa vergogna e facciamo pressione sul governo affinché mantenga la sua promessa di adottare una legge che riformi il sistema attuale e fermi la violenza contro le donne. Firma la petizione e inoltrala a tutti:</p>
<p>Firma la petizione<br />
Giorni fa Amina Filali, una 16enne che è stata stuprata, picchiata e poi costretta a sposare il suo aguzzino, si è suicidata: era l&#8217;unico modo per sfuggire all&#8217;inferno in cui il suo stupratore e la legge l&#8217;avevano rinchiusa. Se agiremo ora potremo far sì che questa tragedia inenarrabile non colpisca qualcun altro.</p>
<p>L&#8217;articolo 475 del codice penale marocchino dà la possibilità allo stupratore di evitare il processo e il carcere sposando la sua vittima se questa è minorenne. E&#8217; dal 2006 che il governo promette di mettere fine a questo orrore e di adottare una legge che vieti la violenza contro le donne, ma finora sono state solo parole al vento.</p>
<p>Centinaia di manifestanti marocchini sono scesi in piazza per chiedere un cambiamento reale, accendendo i riflettori sul Primo ministro e su tutto il governo, e i media internazionali hanno raccontato la notizia. Se riusciremo a fare pressione ora potremo ottenere finalmente un passo in avanti. Firma ora la petizione per una legge forte che fermi la violenza contro le donne e che includa l&#8217;abolizione dell&#8217;articolo 475. Non appena raggiungeremo 250.000 firme le consegneremo direttamente ai decisori:</p>
<p>http://www.avaaz.org/it/forced_to_marry_her_rapist_b/?vl<span style="font-size: medium;"><em> </em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em><span style="font-size: medium;">14 marzo</span></em></strong></p>
<p>Moroccan girl commits suicide after being forced to marry her rapist</p>
<p>Moroccan feminists have long demanded changes to a law that exempts a rapist from punishment if he agrees to marry his victim</p>
<p><a href="http://english.alarabiya.net/articles/2012/03/14/200577.html">http://english.alarabiya.net/articles/2012/03/14/200577.html</a><strong><span style="font-size: medium;"><em> </em></span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: medium;"><em>8 marzo 2011 &#8211; 2012 : Quelle mille donne che hanno fatto fiorire la primavera araba</em></span></strong></p>
<p>Il testimone del cambiamento in pochi mesi è passato  nelle loro mani</p>
<p>Esattamente un anno fa, 8 marzo 2011, nel pieno di una rivoluzione sociale che mobilitava contro il governo milioni di egiziani, un corteo di mille donne si avviò verso piazza Tahrir, per celebrare la festa dei loro diritti. Vennero bloccate dagli uomini, dai loro stessi uomini in molti casi. I cartelli vennero strappati e loro invitate a tornare indietro con quel semplice avvertimento che tante donne hanno ascoltato in tante rivoluzioni: «Non è il momento&#8230;». Come se i diritti femminili fossero un di più, una sorta di bonus dei tempi di vacche grasse.</p>
<p>Oggi, un anno dopo, quel migliaio di donne, ovunque siano (visto che sono rimaste sconosciute dietro i veli, come spesso capita nel mondo arabo), possono però misurare il loro successo. Il testimone del cambiamento nell’attuale mondo è passato in pochi mesi nello loro mani. Nessuno dubita del loro protagonismo, né del ruolo decisivo che hanno avuto negli eventi «epocali» dentro i loro Paesi.</p>
<p><a href="http://www3.lastampa.it/donna/sezioni/articolo/lstp/445523/">http://www3.lastampa.it/donna/sezioni/articolo/lstp/445523/</a><span style="font-size: large;"><em> </em></span><em><strong><span style="font-size: large;"> </span></strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong><span style="font-size: large;">8 marzo : Tunisia proposta odalisca contro l&#8217;adulterio</span></strong></em></p>
<p>Bahri Jlassi, presidente del Partito per l&#8217;apertura e la fedeltà, (già  solo esistenza di un  partito del genere colpisce e non poco le orecchie  occidentali) ha chiesto che, nella Charta della Tunisia, sia  riconosciuto agli uomini di avere, oltre alla moglie legittima, una  odalisca (&#8216;jarya&#8217;, schiava vergine dell&#8217;harem), così da combattere  fenomeni quali il divorzio, l&#8217;adulterio, il nubilato, oltre ad alcuni  tipi di unione che, sanciti in ambito solo religioso, non hanno alcun  effetto civile.</p>
<p>Ma per Jlassi mettersi in casa una odalisca consentirebbe di  &#8221;ristabilire l&#8217;equilibrio sociale e morale della società tunisina&#8221;  che, dice convinto, ha sofferto di quella che ha definito la laicita&#8217;  del Codice di statuto personale (l&#8217;insieme dei diritti di ciascun  individuo), aggiungendo che, nel corso degli ultimi cinque decenni, la  poligamia e&#8217; stata &#8221;criminalizzata&#8221;.</p>
<p>Vorrei suggerire al caro signor Jlassi che per combattere l&#8217;adulterio o  robe simili si potrebbe anche applicare quella che nel Medioevo era  chiamata la “legge del taglione”, come deterrente invece di continuare a  considerare la donna alla stregua di oggetto.</p>
<p><a href="http://www.corriereinformazione.it/2012030717803/attualita/8-marzo-in-tunisia-proposta-odalisca-contro-ladulterio.html">http://www.corriereinformazione.it/2012030717803/attualita/8-marzo-in-tunisia-proposta-odalisca-contro-ladulterio.html</a><span style="font-size: medium;"><strong><em> </em></strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong><em>7 marzo : Bolzano, primavera araba, alle donne tunisine il Premio Alexander Langer</em></strong></span><br />
Il Premio internazionale Alexander Langer e&#8217; stato assegnato all&#8217;Associazione Tunisina delle donne democratiche (Association Tunisienne des femmes democrates). &#8221;Puntando i riflettori sulle rivolte della primavera araba, la Fondazione ha individuato nell&#8217;associazione tunisina delle donne democratiche un simbolo della forte spinta verso la democrazia in atto nel mondo arabo&#8221;, sottolinea il comitato scientifico del premio intitolato al leader Verde scomparso. (ANSA).</p>
<p><a href="http://www.ladige.it/articoli/2012/03/07/primavera-araba-donne-tunisine-premio-alexander-langer">http://www.ladige.it/articoli/2012/03/07/primavera-araba-donne-tunisine-premio-alexander-langer</a><span style="font-size: medium;"><strong><em> </em></strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong><em>7 marzo : Roma, primo imam donna d&#8217;Italia, diritti per donne ma no legge su velo</em></strong></span></p>
<p>Trentina ma di origine siriane,  35 anni, con studi di teologia a Parigi e una laurea a Lione, oggi  insegnante di cultura araba: è questo l&#8221;identikit&#8217; di Nibras  Breigheche, la prima donna chiamata a far parte di un&#8217;associazione  nazionale musulmana di imam &#8211; l&#8217;Associazione Islamica Italiana degli  imam e delle guide religiose, nata lo scorso dicembre, con l&#8217;obiettivo  di formare i leader religiosi musulmani del nostro Paese. Intervistata  da Mondo e Missione, mensile del Pime di Milano, Breigheche sottolinea  che &#8220;non è vero che l&#8217;islam vuole donne &#8216;sottomesse&#8217;: perla mia  religione uomini e donne hanno gli stessi identici diritti&#8221;. La prima imam donna d&#8217;Italia, che è anche responsabile per il  dialogo interreligioso dell&#8217;Associazione Donne Musulmane d&#8217;Italia, non  si stupisce per la sua nomina: &#8221;La presenza di donne  nell&#8217;associazionismo islamico non è una novità &#8211; racconta &#8211; e  soprattutto ce ne sono molte attive nelle esperienze quotidiane, come le  scuole di lingua araba e cultura islamica avviate nelle principali  città d&#8217;Italia&#8221;.</p>
<p><a href="http://it.notizie.yahoo.com/islam-primo-imam-donna-ditalia-diritti-per-donne-164400839.html">http://it.notizie.yahoo.com/islam-primo-imam-donna-ditalia-diritti-per-donne-164400839.html</a><span style="font-size: medium;"><strong><em> </em></strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong><em>21 febbraio 2011 : Rapporto ECRI sul razzismo in Italia</em></strong></span></p>
<p>Strasburgo, 21 febbraio 2011. E&#8217; stato pubblicato il nuovo Rapporto dell&#8217;ECRI (Commissione europea contro il Razzismo e l&#8217;Intolleranza del Consiglio d&#8217;Europa).<br />
Tra le fonti relative all&#8217;Italia è citato il Gruppo EveryOne, uno dei ns. patner, a testimonianza di un rapporto di collaborazione con le istituzioni internazionali che produce effetti importanti nel nostro Paese, riducendo le terribili conseguenze della discriminazione, dell&#8217;esclusione sociale, degli sgomberi indiscriminati, degli abusi polizieschi e giudiziari contro gli individui più vulnerabili. Il Rapporto rivela ancora una volta un tasso di razzismo e intolleranza inaccettabile, che si riflette sia sulle politiche sul popolo Rom, sia su quelle concernenti l&#8217;accoglienza dei rifugiati e degli stranieri indigenti. Da notare come il Gruppo EveryOne, che da anni lavora per migliorare la civiltà dei diritti umani in Italia, è regolarmente ignorato dalle istituzioni nazionali quando intraprendono politiche sulle minoranze e subisce una persecuzione politica e giudiziaria che pone i suoi attivisti sotto un costante pericolo di subire gravi abusi e ne intacca le già scarse risorse economiche (risorse personali, dato che l&#8217;organizzazione si autofinanzia), costringendoli a difendersi da accuse pretestuose, tutte legate al loro lavoro umanitario.</p>
<p><a href="http://www.stranieriinitalia.it/images/ecri21feb2012.pdf">http://www.stranieriinitalia.it/images/ecri21feb2012.pdf</a></p>
<p>www.everyonegroup.com</p>
<p>info@everyonegroup.com</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>News in pillole</title>
		<link>http://donnesenzafrontiere.org/2012/02/news-in-pillole/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Feb 2012 15:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Monday, 20 February 2012 Syrian activist Razan Ghazzawi is freed by authorities for a second time &#160; Syrian authorities have freed prominent blogger Razan Ghazzawi, along with six other female activists arrested last week during a security raid on the Syrian Centre for Media and Freedom of Expression, located in central Damascus and headed by [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><span style="font-size: large;">Monday, 20 February 2012</span></h1>
<h1><span style="font-size: x-large;">Syrian activist Razan Ghazzawi is freed </span></h1>
<h1><span style="font-size: x-large;">by authorities for a second time</span></h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>Syrian authorities have freed prominent blogger Razan Ghazzawi, along with six other female activists arrested last week during a security raid on the Syrian Centre for Media and Freedom of Expression, located in central Damascus and headed by rights activist Mazen Darwish.</p>
<p>It was her sister Nadine who confirmed the news on Twitter: “@NadineGhazzawi: #FreeRazan #Syria Sister is home…but she can’t leave the country anymore…they won’t allow her”.</p>
<p>The arrest is yet another sign of the efforts deployed by the government to crack down on bloggers and activists and to put out all social media platforms supporting the revolution.</p>
<p>The women were released late Saturday, while other male activists from the same group, including Darwish, remain in custody.</p>
<p>Razan and the other women were ordered to report to the police on daily basis in order to pursue their interrogation. According to human rights lawyer Anwar Bunni, the authorities are investigating the sources of information used by the center, as well as its origin of funding.</p>
<p>Since the start of the Syrian uprising, nearly a year ago, Razan, an English literature graduate from Damascus University, has been arrested (and freed) twice, becoming a symbol of the opposition to the Assad’s regime. Her first arrest last December took place by the border while on her way to attend a conference in Jordan.</p>
<p>The U.S.-born Syrian blogger is known for her fierce criticism of the Syrian government, mostly expressed on her blog Razaniyyat (razanghazzawi.com),<br />
and via her twitter account @RedRazan.</p>
<p>Ghazzawi currently works at the Syrian Centre for Media and Freedom of Expression where she was reportedly arrested last week. Many believe the blogger was released (twice) thanks to propagated media and online campaigns that drew attention to her situation and possibly because she carries a U.S. passport as well.</p>
<p>In one of her latest blog posts Razan wrote: “People who do not live in a country that is living a revolution may not know that time, is revolutionaries’ biggest enemy.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://english.alarabiya.net/articles/2012/02/20/195939.html">http://english.alarabiya.net/articles/2012/02/20/195939.html</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: x-large;">Pakistan makes domestic violence a criminal offence</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pakistan’s Senate on Monday passed a bill that makes violence against women and children an offence carrying jail terms and fines, state media said.</p>
<p>The Domestic Violence (Prevention and Protection) Bill was introduced by Senator Nilofar Bakhtiar and passed unanimously by the upper house of the federal parliament, Pakistan Television reported.</p>
<p>The law was already passed unanimously in the National Assembly, the lower house of parliament, in August 2009. It will come into effect after President Asif Ali Zardari signs it into legislation.</p>
<p>Those found guilty of beating women or children will face a minimum six months behind bars and a fine of at least 100,000 rupees ($1,100).</p>
<p>Besides children and women, the bill also provides protection to the adopted, employed and domestic associates in a household.</p>
<p>The law classifies domestic violence as acts of physical, sexual or mental assault, force, criminal intimidation, harassment, hurt, confinement and deprivation of economic or financial resources.</p>
<p>Previously, if a man beat his wife or children, police could not arrest him and it was considered a domestic affair.</p>
<p>Human rights groups say Pakistani women suffer severe discrimination, domestic violence and so-called “honor” killings &#8212; when a victim is murdered for allegedly bringing dishonor upon her family.</p>
<p>They say that women are increasingly isolated by spreading Islamist fundamentalism in Pakistan, where the Taliban threaten parts of the northwest.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://english.alarabiya.net/articles/2012/02/20/195970.html">http://english.alarabiya.net/articles/2012/02/20/195970.html</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1><span style="font-size: large;">Monday, 06 February 2012</span></h1>
<p><strong><span style="font-size: x-large;">Premio Makwan all’attivista egiziano Hamby Al Azazy</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: x-large;"><br />
</span></strong></p>
<p>Il Premio Makwan 2011 è stato assegnato all’attivista egiziano Hamdy Ahmed Al-Azazy, presidente della ONG New Generation Foundation for Human Rights di Arish (Nord del Sinai, Egitto), votato dagli attivisti del Gruppo EveryOne e dagli operatori umanitari scelti per votare i difensori dei diritti umani che in tutto il mondo si sono distinti per il loro coraggio e i loro risultati.</p>
<p>Hamdy Ahmed Al-Azazy, da anni si dedica all’assistenza dei profughi, in particolare ai sub sahariani che si trovano nelle carceri e negli ospedali, battendosi inoltre, alla tutela dei loro diritti.</p>
<p>Il Premio Makwan per i Diritti Umani, che è dedicato alla memoria del ventunenne gay Makwan Moloudzadeh, impiccato il 5 dicembre 2007 in Iran, è un riconoscimento assegnato ogni anno a persone, enti o organizzazioni che si sono distinte per azioni o progetti a tutela dei diritti fondamentali degli individui, dei gruppi sociali e dei popoli.</p>
<p>Questa la motivazione data dalla giuria: “Negli ultimi anni Hamdy Al Azazy si è impegnato per contrastare i traffici di esseri umani e organi nel Sinai egiziano, opponendo le ragioni dell’umanità al tragico fenomeno dei rapimenti di profughi in fuga da crisi umanitarie, perpetrato da bande di predoni che operano ad Arish, Rafah, Gorah, Sheikh Zuweid e altre città del Sinai. Con la propria opera a tutela della vita dei migranti, Al-Azazy ha permesso nell’ultimo anno la liberazione di centinaia di profughi e, attraverso difficili azioni diplomatiche nei confronti delle autorità egiziane e internazionali, e dei capi-tribù beduini del Sinai, la riduzione della tratta di migranti e rifugiati, nonché della compravendita di organi umani”.</p>
<p>Insieme al Gruppo EveryOne, di cui la New Generation Foundation for Human Rights è partner, Hamdy ha cooperato con la CNN nella realizzazione del documentario Death in the Desert, andato in onda per la prima volta il 5 novembre 2011, che ha contribuito in misura decisiva a diffondere nel mondo le immagini e informazioni sul traffico di esseri umani e organi nel Sinai, inducendo le autorità egiziane e internazionali ad agire con una determinazione mai vista prima.</p>
<p>Hamdy Al-Azazy, che si occupa inoltre della preparazione e della sepoltura delle salme dei profughi che muoiono nei campi di prigionia gestiti dai trafficanti nel deserto al confine con Israele, spesso dopo aver subito l’espianto dei reni, ha subito minacce di morte e recentemente, anche grazie all’intervento dell’organizzazione Front Line Defenders è stato costretto a trasferirsi temporaneamente al Cairo per sottrarsi alle violenze di alcune bande criminali.</p>
<p>“Il premio assegnato da EveryOne si propone di segnalare alle Istituzioni egiziane e internazionali – dichiarano i presidenti Malini, Pegoraro e Picciau &#8211; la necessità di sostenere e tutelare la vita e l’opera umanitaria di Hamdy El-Azazy, che nonostante gli innumerevoli rischi continua ogni giorno, con coraggio e determinazione, a salvare vite umane, preservandone tante altre da gravi drammi umanitari”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.italnews.info/2012/02/06/premio-makwan-all%E2%80%99attivista-egiziano-hamby-al-azazy/">http://www.italnews.info/2012/02/06/premio-makwan-all%E2%80%99attivista-egiziano-hamby-al-azazy/</a></p>
<p><a href="http://everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2012/2/5_Premio_Makwan_2010_a_Hamdy_Al-Azazy,_difensore_dei_profughi_nel_Sinai.html">http://everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2012/2/5_Premio_Makwan_2010_a_Hamdy_Al-Azazy,_difensore_dei_profughi_nel_Sinai.html</a></p>
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		<title>Matrimonio combinato</title>
		<link>http://donnesenzafrontiere.org/2012/02/matrimonio-combinato/</link>
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		<pubDate>Sun, 26 Feb 2012 13:17:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>

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		<description><![CDATA[costretta dal padre a sposare un connazionale Picchiata e segregata in casa &#160; &#160; - Milano - Arrestati due pakistani Ha dovuto accettare le nozze combinate con un pakistano impostole dal padre. E, dopo il matrimonio, è stata ripetutamente picchiata ancora dal padre perché lo sposo si era lamentato di dover costringere la giovane ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="font-size: large;"> </span><span style="font-size: large;">costretta dal padre a sposare un connazionale </span></em></p>
<p><strong><span style="font-size: x-large;">Picchiata e segregata in casa</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/02/il-regista-2.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-899" title="il-regista-2" src="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/02/il-regista-2-1024x576.jpg" alt="" width="610" height="342" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>- Milano -</strong> Arrestati due pakistani</p>
<p>Ha dovuto accettare le nozze combinate con un pakistano impostole dal padre. E, dopo il matrimonio, è stata ripetutamente picchiata ancora dal padre perché lo sposo si era lamentato di dover costringere la giovane ad avere rapporti sessuali con lui controvoglia. Oltre alla violenza, il padre l&#8217;aveva chiusa in casa togliendole il cellulare. Adesso il marito e il papà della giovane, di origini pakistane, sono stati arrestati con l&#8217;accusa di violenza.</p>
<p>La ragazza, che oggi ha 23 anni, vive in un paese dell&#8217;hinterland milanese da 12 anni e il marito lo aveva visto soltanto in fotografia prima del giorno della cerimonia di matrimonio. In carcere sono finiti il marito 25enne e il padre 50enne. Il provvedimento è stato disposto dal gip Chiara Valori su richiesta del pm Gianluca Prisco.<br />
Gli investigatori hanno raccontato che la ragazza è stata salvata dalla situazione in cui si trovava grazie all&#8217;intervento di un coetaneo italiano di cui lei si era innamorata: l&#8217;amico non riusciva più a rintracciarla e per questo passava spesso sotto la sua casa. Così, il 31 ottobre dell&#8217;anno scorso aveva trovato un bigliettino con una richiesta d&#8217;aiuto, lanciatogli dalla ragazza, che veniva tenuta segregata in casa.</p>
<p>A quel punto il giovane ha aiutato l&#8217;amica a scappare e l&#8217;ha accompagnata in Questura a Milano, per presentare la denuncia. La ragazza è stata portata in una struttura protetta, gli inquirenti hanno ricostruito la triste storia sentendo amici e conoscenti che avevano raccolto le confidenze della ragazza e visto i segni delle violenze sul suo corpo.</p>
<p>&nbsp;<br />
Questa la ricostruzione degli investigatori della brutta storia. La giovane raggiunge il padre in Italia a 7 anni. All&#8217;età di 19 anni, il padre le mostra le foto del figlio di un amico presentandoglielo come suo futuro marito. Una imposizione a cui lei si oppone. Ma, durante un viaggio in Pakistan, dove il fidanzato viveva, la donna viene costretta a fare la promessa di matrimonio. La famiglia della ragazzia rientra poi in Italia e, nell&#8217;agosto 2011, torna in Pakistan per il matrimonio, celebrato il 4 settembre. A questo punto cominciano le violenze, dovute all&#8217;opposizione della ragazza ad avere con il marito rapporti sessuali. Tutta la famiglia di lei, compresa la madre, conosceva e tollerava le violenze dei due uomini. Fino al momento dell&#8217;arresto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lombardia/articoli/1038111/matrimonio-combinato-arrestati-due-pakistani.shtml">http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lombardia/articoli/1038111/matrimonio-combinato-arrestati-due-pakistani.shtml</a></p>
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		<title>BAMBINI DENUTRITI E SUICIDI A RAFFICA</title>
		<link>http://donnesenzafrontiere.org/2012/02/bambini-denutriti-e-suicidi-a-raffica/</link>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 13:09:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Estero]]></category>
		<category><![CDATA[popolazione]]></category>

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		<description><![CDATA[GRECIA E&#8217; CRISI NERA IL TERZO MONDO E&#8217; SEMPRE PIU&#8217; VICINO &#160; &#160; NEONATI DENUTRITI PERCHE&#8217; I GENITORI NON SONO PIU&#8217; IN GRADO DI ALIMENTARLI A SUFFICIENZA &#160; BAMBINI CHE IN CLASSE ARRIVANO SENZA IL PRANZO E DICONO DI ESSERSELO DIMENTICATO E INSEGNANTI CHE CERCANO DI RIMEDIARE DISPERATAMENTE DI RIMEDIARE CIBO PER I LORO ALUNNI [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: large;">GRECIA E&#8217; CRISI NERA</span></strong></p>
<p><em><span style="font-size: x-large;">IL TERZO MONDO E&#8217; SEMPRE PIU&#8217; VICINO</span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA-E-CRISI-NERABAMBINI-E-SUICIDI-A-RAFFICA1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-893" title="GRECIA E' CRISI NERABAMBINI E SUICIDI A RAFFICA" src="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/02/GRECIA-E-CRISI-NERABAMBINI-E-SUICIDI-A-RAFFICA1.jpg" alt="" width="596" height="431" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NEONATI DENUTRITI PERCHE&#8217; I GENITORI NON SONO PIU&#8217; IN GRADO DI ALIMENTARLI A SUFFICIENZA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>BAMBINI CHE IN CLASSE ARRIVANO SENZA IL PRANZO E DICONO DI ESSERSELO DIMENTICATO E INSEGNANTI CHE CERCANO DI RIMEDIARE DISPERATAMENTE DI RIMEDIARE CIBO PER I LORO ALUNNI CHE FANNO LA FAME</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>INTANTO NEGLI OSPEDALI I PAZIENTI CHE PAGANO LE BUSTARELLE AI MEDICI PUR DI ESSERE CURATI, E LE GRANDI CASE FARMACEUTICHE INIZIANO A SOSPENDERE LA RIFORNITURA DI FARMACI</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;INCHIESTA DI SERVIZIO PUBBLICO E IL RACCONTO DELLA CRISI NERA GRECA VICINA AL FALLIMENTO.</p>
<p><a href=" http://www.free-italy.info/2012/02/grecia-e-crisi-nerabambini-e-suicidi.html"><br />
</a></p>
<p><a href=" http://www.free-italy.info/2012/02/grecia-e-crisi-nerabambini-e-suicidi.html">http://www.free-italy.info/2012/02/grecia-e-crisi-nerabambini-e-suicidi.html</a></p>
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		<item>
		<title>Erika Fani Soriamolina, 26 anni</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 11:49:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Estero]]></category>

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		<description><![CDATA[Erika l&#8217;eroina peruviana che ha salvato decine di persone &#160; &#160; Erika Fani Soria Molina 25 anni, laureata in Turismo all’Università Andina di Cusco, al suo terzo viaggio come cameriera dal 2009, questa volta nel Costa Concordia. Mentre il Capitano abbandonava la nave, Erika, l&#8217;unica peruviana ancora non ritrovata pur essendo in grado di salire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: large;">Erika l&#8217;eroina peruviana che ha salvato decine di persone</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/02/il-prete-va-in-ritiro-spirituale-sulla-concor-L-P5-q_N.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-876" title="il-prete-va-in-ritiro-spirituale-sulla-concor-L-P5-q_N" src="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/02/il-prete-va-in-ritiro-spirituale-sulla-concor-L-P5-q_N-739x1024.jpg" alt="" width="611" height="842" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Erika  Fani Soria Molina 25 anni, laureata in Turismo all’Università Andina di  Cusco, al suo terzo viaggio come cameriera dal 2009, questa volta nel  Costa Concordia. Mentre il Capitano abbandonava la nave, Erika, l&#8217;unica  peruviana ancora non ritrovata pur essendo in grado di salire subito su  una scialuppa aiutava decine di persone che gridavano aiuto a farlo.</p>
<p><a href="http://www.positanonews.it/articoli/71209/costa_concordia_identificata_altra_vittima_e_una_donna_tedesca.html">http://www.positanonews.it/articoli/71209/costa_concordia_identificata_altra_vittima_e_una_donna_tedesca.html</a><br />
<a href="http://it.paperblog.com/costa-concordia-ritrovato-il-corpo-di-erika-fani-soria-molina-identificata-un-altra-vittima-e-inge-schall-846608/">http://it.paperblog.com/costa-concordia-ritrovato-il-corpo-di-erika-fani-soria-molina-identificata-un-altra-vittima-e-inge-schall-846608/</a><br />
<a href="http://angelodaddesio.nova100.ilsole24ore.com/2012/01/erika-leroina-peruviana-ancora-dispersa-che-ha-salvato-decine-di-persone.html">http://angelodaddesio.nova100.ilsole24ore.com/2012/01/erika-leroina-peruviana-ancora-dispersa-che-ha-salvato-decine-di-persone.html</a></p>
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		<title>PILLOLE DI NEWS</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:21:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Cairo, 20 febbraio 2012 Corteo di “maschi” contro le nuove leggi a favore delle donne &#160; Kabul  Afghanistan,  16 febbraio 2012 Velo obbligatorio e meno trucco. Stretta in stile talebano per le donne sulle tv afghane. “Le anchorwomen &#8211; ha spiegato il ministero dell’Informazione e della Cultura &#8211; sono tenute al rispetto dei valori islamici” &#160; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/02/Polish_p.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-868" title="Polish protest the stoning of Iranian woman, Sakineh Mohammadi Ashtiani" src="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/02/Polish_p-1024x682.jpg" alt="" width="614" height="409" /></a></p>
<p><strong><span style="font-size: large;">Cairo, 20 febbraio 2012</span></strong></p>
<p>Corteo di “maschi” contro le nuove leggi a favore delle donne</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: large;">Kabul  Afghanistan,  16 febbraio 2012</span></strong></p>
<p>Velo obbligatorio e meno trucco. Stretta in stile talebano per le donne sulle tv afghane.<br />
“Le anchorwomen &#8211; ha spiegato il ministero dell’Informazione e della Cultura &#8211; sono tenute al rispetto dei valori islamici”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: large;">Iran, 15 febbraio 2012</span></strong></p>
<p>Abolita di fatto in Iran la pena prevista per le donne adultere. A renderlo noto è il sito Khabaronline.<br />
La lapidazione &#8211; si spiega- è scomparsa dal codice penale appena passato al vaglio del Consiglio dei Guardiani</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: large;">Siria, 8 febbraio 2012</span></strong></p>
<p>Contrabbandare la speranza in Siria</p>
<p><a href="https://secure.avaaz.org/it/smuggle_hope_into_syria_it/?cl=1575007279&amp;v=12513">https://secure.avaaz.org/it/smuggle_hope_into_syria_it/?cl=1575007279&amp;v=12513</a></p>
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		<title>Il piacere negato alle donne</title>
		<link>http://donnesenzafrontiere.org/2012/02/il-piacere-negato-alle-donne/</link>
		<comments>http://donnesenzafrontiere.org/2012/02/il-piacere-negato-alle-donne/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 15:51:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>

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		<description><![CDATA[MGF &#8211; Campagna Italiana : “ Decidi tu che segno lasciare ” contro le mutilazioni genitali femminili &#160; Almeno centocinquanta milioni di donne nel mondo sono state private del piacere e della dignità. Almeno trentacinquemila in Italia. Si tratta delle donne che hanno subito la pratica dell&#8217;infibulazione. Tradizione patriarcale che, nonostante la disinformazione piuttosto diffusa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;"><em>MGF &#8211; Campagna Italiana : “ Decidi tu che segno lasciare ”</em></span><br />
<span style="font-size: x-large;"><strong>contro le mutilazioni genitali femminili </strong></span></p>
<p><span style="font-size: x-large;"><strong><a href="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/02/infibulazione_a.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-861" title="NYHQ2009-2263" src="http://donnesenzafrontiere.org/wp-content/uploads/2012/02/infibulazione_a-1024x682.jpg" alt="" width="614" height="408" /></a><br />
</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Almeno centocinquanta milioni di donne nel mondo sono state private del piacere e della dignità. Almeno trentacinquemila in Italia. Si tratta delle donne che hanno subito la pratica dell&#8217;infibulazione.<br />
Tradizione patriarcale che, nonostante la disinformazione piuttosto diffusa, nulla a che vedere con l&#8217;Islam e si estende a paesi non africani come Bolivia, Indonesia e Kurdistan.<br />
E il dramma purtroppo è stato esportato anche in Italia, dove fino a tremila bambine ogni anno, figlie di immigrate, rischiano di essere sottoposte a questo intervento, a volte tramite brevi viaggi di ritorno in patria.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=D55NY9FimVI"><br />
</a></p>
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<p><a href="http://www.yallaitalia.it/2012/01/il-piacere-negato-alle-donne/">http://www.yallaitalia.it/2012/01/il-piacere-negato-alle-donne/</a></p>
<p><a href="http://unionedonne.altervista.org/index.php/comunicati/2011/377-mutilazioni-genitali-femminili-qdecidi-tu-che-segno-lasciareq.html">http://unionedonne.altervista.org/index.php/comunicati/2011/377-mutilazioni-genitali-femminili-qdecidi-tu-che-segno-lasciareq.html</a></p>
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