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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

Cosa penso della categoria ‘Violenza’

Monday, 20 February 2012

Syrian activist Razan Ghazzawi is freed

by authorities for a second time

 

Syrian authorities have freed prominent blogger Razan Ghazzawi, along with six other female activists arrested last week during a security raid on the Syrian Centre for Media and Freedom of Expression, located in central Damascus and headed by rights activist Mazen Darwish.

It was her sister Nadine who confirmed the news on Twitter: “@NadineGhazzawi: #FreeRazan #Syria Sister is home…but she can’t leave the country anymore…they won’t allow her”.

The arrest is yet another sign of the efforts deployed by the government to crack down on bloggers and activists and to put out all social media platforms supporting the revolution.

The women were released late Saturday, while other male activists from the same group, including Darwish, remain in custody.

Razan and the other women were ordered to report to the police on daily basis in order to pursue their interrogation. According to human rights lawyer Anwar Bunni, the authorities are investigating the sources of information used by the center, as well as its origin of funding.

Since the start of the Syrian uprising, nearly a year ago, Razan, an English literature graduate from Damascus University, has been arrested (and freed) twice, becoming a symbol of the opposition to the Assad’s regime. Her first arrest last December took place by the border while on her way to attend a conference in Jordan.

The U.S.-born Syrian blogger is known for her fierce criticism of the Syrian government, mostly expressed on her blog Razaniyyat (razanghazzawi.com),
and via her twitter account @RedRazan.

Ghazzawi currently works at the Syrian Centre for Media and Freedom of Expression where she was reportedly arrested last week. Many believe the blogger was released (twice) thanks to propagated media and online campaigns that drew attention to her situation and possibly because she carries a U.S. passport as well.

In one of her latest blog posts Razan wrote: “People who do not live in a country that is living a revolution may not know that time, is revolutionaries’ biggest enemy.”

 

http://english.alarabiya.net/articles/2012/02/20/195939.html

 

Pakistan makes domestic violence a criminal offence

 

Pakistan’s Senate on Monday passed a bill that makes violence against women and children an offence carrying jail terms and fines, state media said.

The Domestic Violence (Prevention and Protection) Bill was introduced by Senator Nilofar Bakhtiar and passed unanimously by the upper house of the federal parliament, Pakistan Television reported.

The law was already passed unanimously in the National Assembly, the lower house of parliament, in August 2009. It will come into effect after President Asif Ali Zardari signs it into legislation.

Those found guilty of beating women or children will face a minimum six months behind bars and a fine of at least 100,000 rupees ($1,100).

Besides children and women, the bill also provides protection to the adopted, employed and domestic associates in a household.

The law classifies domestic violence as acts of physical, sexual or mental assault, force, criminal intimidation, harassment, hurt, confinement and deprivation of economic or financial resources.

Previously, if a man beat his wife or children, police could not arrest him and it was considered a domestic affair.

Human rights groups say Pakistani women suffer severe discrimination, domestic violence and so-called “honor” killings — when a victim is murdered for allegedly bringing dishonor upon her family.

They say that women are increasingly isolated by spreading Islamist fundamentalism in Pakistan, where the Taliban threaten parts of the northwest.

 

http://english.alarabiya.net/articles/2012/02/20/195970.html

 

Monday, 06 February 2012

Premio Makwan all’attivista egiziano Hamby Al Azazy


Il Premio Makwan 2011 è stato assegnato all’attivista egiziano Hamdy Ahmed Al-Azazy, presidente della ONG New Generation Foundation for Human Rights di Arish (Nord del Sinai, Egitto), votato dagli attivisti del Gruppo EveryOne e dagli operatori umanitari scelti per votare i difensori dei diritti umani che in tutto il mondo si sono distinti per il loro coraggio e i loro risultati.

Hamdy Ahmed Al-Azazy, da anni si dedica all’assistenza dei profughi, in particolare ai sub sahariani che si trovano nelle carceri e negli ospedali, battendosi inoltre, alla tutela dei loro diritti.

Il Premio Makwan per i Diritti Umani, che è dedicato alla memoria del ventunenne gay Makwan Moloudzadeh, impiccato il 5 dicembre 2007 in Iran, è un riconoscimento assegnato ogni anno a persone, enti o organizzazioni che si sono distinte per azioni o progetti a tutela dei diritti fondamentali degli individui, dei gruppi sociali e dei popoli.

Questa la motivazione data dalla giuria: “Negli ultimi anni Hamdy Al Azazy si è impegnato per contrastare i traffici di esseri umani e organi nel Sinai egiziano, opponendo le ragioni dell’umanità al tragico fenomeno dei rapimenti di profughi in fuga da crisi umanitarie, perpetrato da bande di predoni che operano ad Arish, Rafah, Gorah, Sheikh Zuweid e altre città del Sinai. Con la propria opera a tutela della vita dei migranti, Al-Azazy ha permesso nell’ultimo anno la liberazione di centinaia di profughi e, attraverso difficili azioni diplomatiche nei confronti delle autorità egiziane e internazionali, e dei capi-tribù beduini del Sinai, la riduzione della tratta di migranti e rifugiati, nonché della compravendita di organi umani”.

Insieme al Gruppo EveryOne, di cui la New Generation Foundation for Human Rights è partner, Hamdy ha cooperato con la CNN nella realizzazione del documentario Death in the Desert, andato in onda per la prima volta il 5 novembre 2011, che ha contribuito in misura decisiva a diffondere nel mondo le immagini e informazioni sul traffico di esseri umani e organi nel Sinai, inducendo le autorità egiziane e internazionali ad agire con una determinazione mai vista prima.

Hamdy Al-Azazy, che si occupa inoltre della preparazione e della sepoltura delle salme dei profughi che muoiono nei campi di prigionia gestiti dai trafficanti nel deserto al confine con Israele, spesso dopo aver subito l’espianto dei reni, ha subito minacce di morte e recentemente, anche grazie all’intervento dell’organizzazione Front Line Defenders è stato costretto a trasferirsi temporaneamente al Cairo per sottrarsi alle violenze di alcune bande criminali.

“Il premio assegnato da EveryOne si propone di segnalare alle Istituzioni egiziane e internazionali – dichiarano i presidenti Malini, Pegoraro e Picciau – la necessità di sostenere e tutelare la vita e l’opera umanitaria di Hamdy El-Azazy, che nonostante gli innumerevoli rischi continua ogni giorno, con coraggio e determinazione, a salvare vite umane, preservandone tante altre da gravi drammi umanitari”.

 

http://www.italnews.info/2012/02/06/premio-makwan-all%E2%80%99attivista-egiziano-hamby-al-azazy/

http://everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2012/2/5_Premio_Makwan_2010_a_Hamdy_Al-Azazy,_difensore_dei_profughi_nel_Sinai.html

costretta dal padre a sposare un connazionale

Picchiata e segregata in casa

 

 

- Milano - Arrestati due pakistani

Ha dovuto accettare le nozze combinate con un pakistano impostole dal padre. E, dopo il matrimonio, è stata ripetutamente picchiata ancora dal padre perché lo sposo si era lamentato di dover costringere la giovane ad avere rapporti sessuali con lui controvoglia. Oltre alla violenza, il padre l’aveva chiusa in casa togliendole il cellulare. Adesso il marito e il papà della giovane, di origini pakistane, sono stati arrestati con l’accusa di violenza.

La ragazza, che oggi ha 23 anni, vive in un paese dell’hinterland milanese da 12 anni e il marito lo aveva visto soltanto in fotografia prima del giorno della cerimonia di matrimonio. In carcere sono finiti il marito 25enne e il padre 50enne. Il provvedimento è stato disposto dal gip Chiara Valori su richiesta del pm Gianluca Prisco.
Gli investigatori hanno raccontato che la ragazza è stata salvata dalla situazione in cui si trovava grazie all’intervento di un coetaneo italiano di cui lei si era innamorata: l’amico non riusciva più a rintracciarla e per questo passava spesso sotto la sua casa. Così, il 31 ottobre dell’anno scorso aveva trovato un bigliettino con una richiesta d’aiuto, lanciatogli dalla ragazza, che veniva tenuta segregata in casa.

A quel punto il giovane ha aiutato l’amica a scappare e l’ha accompagnata in Questura a Milano, per presentare la denuncia. La ragazza è stata portata in una struttura protetta, gli inquirenti hanno ricostruito la triste storia sentendo amici e conoscenti che avevano raccolto le confidenze della ragazza e visto i segni delle violenze sul suo corpo.

 
Questa la ricostruzione degli investigatori della brutta storia. La giovane raggiunge il padre in Italia a 7 anni. All’età di 19 anni, il padre le mostra le foto del figlio di un amico presentandoglielo come suo futuro marito. Una imposizione a cui lei si oppone. Ma, durante un viaggio in Pakistan, dove il fidanzato viveva, la donna viene costretta a fare la promessa di matrimonio. La famiglia della ragazzia rientra poi in Italia e, nell’agosto 2011, torna in Pakistan per il matrimonio, celebrato il 4 settembre. A questo punto cominciano le violenze, dovute all’opposizione della ragazza ad avere con il marito rapporti sessuali. Tutta la famiglia di lei, compresa la madre, conosceva e tollerava le violenze dei due uomini. Fino al momento dell’arresto.

 

http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lombardia/articoli/1038111/matrimonio-combinato-arrestati-due-pakistani.shtml

Cairo, 20 febbraio 2012

Corteo di “maschi” contro le nuove leggi a favore delle donne

 

Kabul 
Afghanistan, 
16 febbraio 2012

Velo obbligatorio e meno trucco. Stretta in stile talebano per le donne sulle tv afghane.
“Le anchorwomen – ha spiegato il ministero dell’Informazione e della Cultura – sono tenute al rispetto dei valori islamici”

 

Iran, 15 febbraio 2012

Abolita di fatto in Iran la pena prevista per le donne adultere. A renderlo noto è il sito Khabaronline.
La lapidazione – si spiega- è scomparsa dal codice penale appena passato al vaglio del Consiglio dei Guardiani

 

Siria, 8 febbraio 2012

Contrabbandare la speranza in Siria

https://secure.avaaz.org/it/smuggle_hope_into_syria_it/?cl=1575007279&v=12513

MGF – Campagna Italiana : “ Decidi tu che segno lasciare ”
contro le mutilazioni genitali femminili


 

Almeno centocinquanta milioni di donne nel mondo sono state private del piacere e della dignità. Almeno trentacinquemila in Italia. Si tratta delle donne che hanno subito la pratica dell’infibulazione.
Tradizione patriarcale che, nonostante la disinformazione piuttosto diffusa, nulla a che vedere con l’Islam e si estende a paesi non africani come Bolivia, Indonesia e Kurdistan.
E il dramma purtroppo è stato esportato anche in Italia, dove fino a tremila bambine ogni anno, figlie di immigrate, rischiano di essere sottoposte a questo intervento, a volte tramite brevi viaggi di ritorno in patria.


http://www.youtube.com/watch?v=D55NY9FimVI

http://www.yallaitalia.it/2012/01/il-piacere-negato-alle-donne/

http://unionedonne.altervista.org/index.php/comunicati/2011/377-mutilazioni-genitali-femminili-qdecidi-tu-che-segno-lasciareq.html

Istanbul


Women subject to violence from partners to whom they have not been engaged or married will not be eligible for legal protection against domestic violence, following the removal of the clause “those living together in close relations” from a statute currently being drafted by the Family and Social Policy Ministry.

The provisions of the proposed bill, “The Protection of Women and Family Members from Violence,” which is to be presented in the near future for consideration in Parliament by Family and Social Policy Minister Fatma Şahin, will only pertain to couples who are married, engaged or divorced. A woman who has been exposed to or threatened with violence by a man she was formerly engaged to will, however, fall within the ambit of the statute.

 

http://english.alarabiya.net/articles/2011/12/29/185155.html

http://www.todayszaman.com/news-266992-unmarried-women-not-eligible-for-legal-protection.html

two types of violence
Physical and psychological


Iraqi women are also affected by a lack of social services, and some must head their households alone because of the death of a husband or son. (Reuters)

One in five Iraqi women is subjected to either physical or psychological abuse, often inflicted by family members, Minister of State for Women’s Rights Ibtihal al-Zaidi said on Saturday.

“One-fifth of Iraqi women are subjected to two types of violence, physical and psychological, constituting a very serious danger to the family and society,” Zaidi said at a conference dedicated to fighting violence against women.

“The most dangerous violence against woman is family violence, from the father, the brother, the husband or even the son,” she said.

“Fighting violence against women is a cultural issue, it is the responsibility of the media, politicians and the religious men,” said Prime Minister Nouri al-Maliki, who also attended the conference.
The overall level of violence in Iraq has declined since its peak in 2006-2007, but women still remain victims of violence, trafficking, forced marriage at a young age, and kidnapping for confessional or criminal reasons, according to non-governmental organizations.

Iraqi women are also affected by a lack of social services, and some must head their households alone because of the death of a husband or son.

http://english.alarabiya.net/articles/2011/11/26/179326.html

Medio Oriente, Iran
In luglio fu sospesa la condanna

Sakineh Mohammadi-Ashtiani, la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio nel 2006, potrebbe essere invece giustiziata tramite impiccagione, secondo quando scrive il 25 dicembre 2011 l’agenzia degli studenti iraniani Isna.
«Non c’é fretta…I nostri esperti islamici stanno riesaminando la sentenza di Ashtiani per vedere se è possibile giustiziare una persona condannata alla lapidazione attraverso l’impiccagione», ha detto Malek Ajdar Sharifi, capo della magistratura nella provincia dell’Azerbaigian orientale, dove la donna è incarcerata.
L’OCCIDENTE VUOLE SALVARLA. Nell’ultimo anno, si sono moltiplicati annunci e smentite sul caso che in Occidente ha portato a una mobilitazione di governi e organizzazioni per i diritti umani senza precedenti.
Sakineh, 43 anni, di Tabriz, nel Nord Ovest dell’Iran, è stata condannata nel 2006 alla lapidazione per adulterio, con sentenza poi sospesa nel luglio scorso. Ma rischia ancora l’impiccagione in un processo per l’uccisione del marito.
Nel novembre scorso, il Comitato internazionale contro la lapidazione, con sede in Germania e guidato dalla dissidente iraniana Mina Ahadi, aveva dato notizia della imminente impiccagione di Sakineh e, poco più di un mese dopo, del suo rilascio. Notizie smentite dalle autorità iraniane, secondo lequali esse facevano parte di un’attività di propaganda della stampa occidentale.

 

http://www.lettera43.it/attualita/34921/iran-sakineh-verso-l-impiccagione.htm

uccisa in un attentato …

durante un comizio pre-elettorale

 

 

 

Dagli inizi al secondo mandato Benazir Bhutto era la figlia primogenita del deposto Primo Ministro pakistano Zulfiqar Ali Bhutto e di Begum Nusrat Bhutto, quest’ultima di origini curdo-iraniane. Il nonno paterno sir Shah Nawaz Bhutto era invece un sindhi, ed era stato una delle figure chiave del movimento indipendentista pakistano.

Effettuati gli studi intermedi in Pakistan, nel 1973 conseguì la laurea in scienze politiche presso l’università statunitense di Harvard. Si trasferì in seguito ad Oxford per studiare politica, filosofia ed economia presso il St Catherine’s College. Non ancora ventenne, divenne assistente del padre nel suo lavoro.

Tornata in Pakistan dopo gli studi universitari, subì gli eventi che condussero dapprima alla deposizione, quindi all’esecuzione di suo padre per volere del dittatore al potere, il generale Muhammad Zia-ul-Haq, e fu relegata agli arresti domiciliari. Quando, nel 1984, ottenne il permesso di tornare nel Regno Unito, divenne leader in esilio del Partito Popolare Pakistano (PPP), già presieduto dal padre.

La sua influenza sulla vita politica pakistana restò tuttavia limitata fino alla morte di Zia-ul-Haq (17 agosto 1988). Alle successive elezioni (16 novembre), il PPP ottenne la maggioranza relativa all’Assemblea Nazionale. Benazir entrò in carica come Primo Ministro il 2 dicembre, dopo la formazione della coalizione di governo, divenendo così, all’età di trentacinque anni, la persona più giovane ma anche la prima donna a ricoprire l’incarico in un paese musulmano contemporaneo.

Fu destituita nel 1990 dall’allora presidente della Repubblica dietro accuse di corruzione, e il PPP perse le elezioni tenutesi nell’ottobre dello stesso anno. Restò a capo dell’opposizione al governo di Nawaz Sharif, leader della Lega Musulmana-N, fino al 1993, quando una nuova consultazione decretò la vittoria del suo partito e l’inizio del suo secondo mandato da Premier. Tale mandato fu nuovamente segnato da accuse di corruzione – che colpirono anche il marito di Benazir, Asif Ali Zardari, oggetto di voci e in parte opinioni pubbliche come “Mister 10%” per le tangenti che avrebbe preteso dagli uomini d’affari (opinione che non si è mai scrollato di dosso nemmeno dopo l’assoluzione dall’accusa di riciclaggio da parte del Tribunale Svizzero) – che condussero a una seconda destituzione nel 1996. Dopo questa data e fino alla modifica della Costituzione da parte di Pervez Musharraf (2002) non poté ricandidarsi, essendo esclusa per legge la possibilità di un terzo mandato.
Rientro in Pakistan.

Trascorsi così otto anni in esilio volontario tra Dubai e Londra, il suo ritorno in patria per prepararsi alle elezioni nazionali del 2008 fu funestato il 18 ottobre 2007 da un attentato che causò 138 vittime e almeno 600 feriti[1]. Le esplosioni ebbero luogo a Karachi durante un corteo di sostenitori che accoglieva l’entrata dell’ex Primo Ministro nella città, subito dopo il suo arrivo all’aeroporto. Benazir Bhutto, su un camion blindato dal quale salutava i cittadini e sostenitori, rimase illesa.

Gran parte delle vittime presenti tra la folla erano membri del Partito Popolare Pakistano. Il giorno seguente l’ex Premier accusò il governo del presidente Pervez Musharraf di non aver preso provvedimenti preventivi affinché la strage, della quale era stato dato l’allarme da parte dei servizi segreti prima delle esplosioni, fosse scongiurata. Anche in mancanza di rivendicazioni da parte dei reali mandanti degli attacchi suicidi Benazir Bhutto dichiarò di essere certa che questi fossero avvenuti per mano di un gruppo di matrice talebana e sicuramente anche di un gruppo di seguaci dell’ex dittatore Muhammad Zia-ul-Haq, autore del golpe contro il governo del padre Zulfiqar Ali Bhutto. All’indomani della strage di Karachi, nel clima di tensione instauratosi, anche a causa delle operazioni militari fatte scattare dal governo nei confronti delle roccaforti talebane nel nord del paese[3], la Bhutto fu costretta agli arresti domiciliari che furono revocati solo grazie alle pressioni statunitensi.

Il 2 novembre 2007, venne trasmessa da un programma di approfondimento di Al Jazeera English, un’intervista rilasciata da Benazir Bhutto a Sir David Frost, uno dei più famosi giornalisti della BBC con quarant’anni di esperienza nell’intervistare personalità di primo piano. Dopo soli sei minuti di conversazione il giornalista domandò ragguagli circa la lettera che Benazir Bhutto – prima di ritornare in Pakistan – aveva inviata al presidente Pervez Musharraf. Nella risposta, pochi giorni dopo essere scampata al sanguinoso attentato del 18 ottobre, Benazir Bhutto elencò i nemici indicati al presidente, e tra questi citò un ufficiale dei servizi segreti pakistani che, disse, aveva avuto rapporti con Omar Sheikh, ossia colui che – disse la Bhutto – “ha assassinato Osama bin Laden”. Frost non sembrò cogliere la sensazionale rivelazione circa l’avvenuto omicidio di bin Laden e proseguì l’intervista lasciando cadere la questione. La BBC ritenne che si fosse trattato di un lapsus, tanto più che nei giorni seguenti la Bhutto rilasciò interviste parlando di Bin Laden come ancora vivo.

La Bhutto trovò la morte il 27 dicembre 2007 in un nuovo attacco suicida avvenuto al termine di un suo comizio a Rawalpindi, a circa 30 km dalla capitale Islamabad[9]. Nell’attentato morirono almeno 20 persone e altre 30 rimasero ferite. Gli attentatori, dopo aver sparato diversi colpi d’arma da fuoco contro la Bhutto, fecero esplodere una carica, forse da un attentatore suicida, vicino all’ingresso principale del luogo dove si erano radunate migliaia di persone per assistere al comizio. Trasportata immediatamente in ospedale, la leader pakistana dell’opposizione morì poco dopo a causa della gravità delle ferite riportate, in parte dovute anche al violento spostamento d’aria causato dall’esplosione. Il presidente pakistano Pervez Musharraf condannò l’attentato compiuto a sua detta da “terroristi islamici”[10], voce che fu confermata da Mustafa Abu al-Yazid, capo delle operazioni dell’organizzazione terroristica al-Qa’ida in Afghanistan, uno dei fedelissimi del numero due di al-Qa’ida, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, che avrebbe ordinato personalmente l’assassinio.

Tuttavia il marito della Bhutto, Asif Ali Zardari, accusò il governo di Musharraf quale responsabile dell’attentato[11]. A questo proposito occorre ricordare il ruolo del potente servizio segreto pakistano, l’ISI (Inter-Services Intelligence), sostenitore dei talebani sin dai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979, sotto la direzione di Akhtar Abdur Rahman quando al governo vi era il dittatore Zia-ul-Haq, e mai epurato dagli elementi fondamentalisti da Musharraf, se non con cambiamenti di facciata ai vertici dello stesso.

Altri commentatori, invece, osservano come l’attentato fosse avvenuto all’indomani della stretta intesa raggiunta tra lo stesso Musharraf e il presidente afgano Hamid Karzai[12], che avrebbe dovuto incontrare anche la Bhutto per una strategia più stringente nella lotta ai Talebani che controllano di fatto il confine tra i due paesi. Un’intesa favorita attivamente dagli USA.

Al-Qa’ida tuttavia negò ogni addebito con la smentita del leader talebano Baitullah Mehsud il quale escluse ogni coinvolgimento nella vicenda[13]. Dello stesso Mehsud fu intercettata una telefonata nella quale avrebbe parlato con gli uomini che hanno organizzato l’attentato.

Trascorsi almeno tre giorni dalla morte, come vuole la tradizione, fu aperto il testamento dove tra l’altro veniva nominato il figlio primogenito, allora diciannovenne, Bilawal Bhutto Zardari a capo del Partito[15]. Di fatto però fu il vedovo Asif Ali Zerdari, formalmente co-presidente, a guidarlo, mentre il braccio destro di Benazir, Makhdoom Amin Fahim fu candidato a primo ministro, stante l’impossibilità di poter eleggere a tale carica, secondo la legge pakistana, una persona con meno di 25 anni.

” Virginity tests on girls in military prisons be stopped”

Egyptian court rules against virginity tests

An Egyptian court has ordered a halt to forced virginity tests on female detainees in military prisons.
The case, which was decided on Tuesday, was filed by Samira Ibrahim, a woman who said the army forced her to undergo a virginity test in March after she was arrested during a protest in central Cairo’s Tahrir Square.
Human-rights organisations say that there have been many other such tests by the military.
“The court orders that the execution of the procedure of virginity tests on girls inside military prisons be stopped,”
Judge Aly Fekry, head of the Cairo Administrative court, said.
Al Jazeera’s Jamal Elshayyal, reporting from Cairo, said the verdict was cheered by hundreds of who had gathered inside the courtroom to hear the ruling read out.
“Today’s verdict to ban any form of virginity test [in military prisons] will be seen by many as vindication for their criticism of the military over the past few months,” our correspondent said.
“This is something that will draw more criticism to the Supreme Council of Armed Forces – not so much the military itself, but its leadership.”
Army’s defence

Hossam Bahgat, the director of the Egyptian Initiative for Personal Rights who acted for Ibrahim, welcomed the ruling as “good news”.
He said much work was still needed, however, to ensure the criminal accountability of those who ordered and conducted the tests.
A top army official had justified the examinations, saying there were necessary to head off possible charges of rape.
Responding to the verdict, the head of military intelligence, Adel Mursi, said the ruling was “inapplicable” because there are no instructions to conduct these tests.
“There are absolutely no orders to conduct virginity tests. If someone conducts a virginity test, then it is an individual act and that person will be subject to a criminal investigation,” Mursi said.
On January 3, one soldier is to face court martial in the case of the so-called virginity tests, charged with “public indecency and not following orders”.
“The way the case is presented gives the impression that it was one rogue soldier acting alone,” Bahgat told the AFP news agency. 

”For this, he could get away with just a fine.  We are working very hard to have the charge changed to one of sexual 
assault. We will fight to have a proper investigation carried out,” Bahgat said.
Lasting impact

In an emotional testimony posted on YouTube, Ibrahim, 25, recounted how she and other women were beaten, electrocuted and accused of being prostitutes.
She said the “virginity test” was conducted by a soldier in army fatigues in front of dozens of people.
“When I came out, I was destroyed physically, mentally and emotionally,” she said.
On March 9, army officers violently cleared Cairo’s Tahrir Square and held at least 18 women in detention.
Women said they were beaten, given electric shocks, subjected to strip searches while being photographed by male soldiers, then forced to submit to “virginity tests” and threatened with prostitution charges.
In May, an army general, speaking to CNN television on condition of anonymity, defended the practice.
“We didn’t want them to say we had sexually assaulted or raped them, so we wanted to prove that they weren’t virgins in the first place,” he said.

 

http://www.aljazeera.com/news/africa/2011/12/20111227132624606116.html

http://edition.cnn.com/2011/12/27/world/meast/egypt-virginity-tests/index.html

in diecimila in piazza: «Umiliate dai militari»

«…  il potere in mano ai civili»

 

- IL CAIRO - «Denuncerò i militari qualora dovessero davvero arrivare ad accusarmi di aver pagato con soldi e droga gli attivisti che sono in strada a manifestare contro di loro» dichiara Ayman Nour, l’uomo che nel 2005 pagò con il carcere la decisione di sfidare il deposto presidente Mubarak alle elezioni e che ieri è stato chiamato in causa da un generale che, rimanendo nell’anonimato, ha detto che dietro l’escalation di violenza di questi giorni si nascondono forze politiche che vogliono destabilizzare il Paese.

«I militari sono degli eroi» ha ribattuto il generale Emara, l’uomo che lunedì aveva detto che i manifestanti dovevano finire nei forni crematori usati da Hitler. «La storia perdonerà chi fa del male al Paese. I media conducono una campagna contro di noi, ma non ci sono prove della nostra violenza. Abbiamo usato il massimo della moderazione», aggiunge Emara proprio pochi minuti prima che giunga la notizia della morte di altri tre manifestanti, e del grave ferimento di un altro attivista, rimasto in coma. Sale così a tredici vittime e a circa cinquecento feriti il bilancio delle vittime degli scontri scoppiati all’alba di venerdì scorso.

Per difendersi da quanti li accusano di usare una forza smisurata sui civili, i militari sono passati anche alla lotta politica attaccando i nomi più noti e importanti della rivoluzione. Dopo l’uccisione a colpi d’arma da fuoco dello sheykh Emad Effat, il religioso a capo della commissione della fatwa che aveva invitato i fedeli a non votare per membri del vecchio regime, ieri il nuovo bersaglio dei militari è stato Mohammed Hashem, lo storico fondatore della casa editrice Dar Merit di cui è stato ordinato l’arresto. Hashem, editore che ha pubblicato tutta la letteratura egiziana che il vecchio regime censurava, è stato accusato di aver aiutato i manifestanti procurando loro elmetti e maschere anti-gas e aprendo le porte del suo ufficio per prestare loro soccorso.

«Per risolvere la questione bisogna passare al più presto il potere in mano ai civili», dice Abul Ela Mady, leader del partito Wasat, centro, che si è ieri dimesso dal Consiglio provvisorio formato dai militari, chiedendo di anticipare le presidenziali previste per febbraio per terminare il periodo di transizione gestito dall’esercito. A fargli eco è stata una pagina Facebook nata per proporre il 25 gennaio, anniversario dello scoppio della rivolta, come data delle presidenziali. A mostrarsi preoccupata per l’escalation di violenza è stata anche Catherine Ashton, responsabile della politica estera dell’Unione europea che ha invitato le parti coinvolte negli scontri a cercare di raggiungere un compromesso. «La legge e l’ordine devono essere raggiunti nel rispetto dei diritti umani e le forze di sicurezza devo garantire ai cittadini il diritto di manifestare pacificamente», ha detto Ashton.

Protagoniste delle strade del Cairo sono state ieri diecimila donne che si erano organizzate sui social network per creare un cordone tutto al femminile che, raggiungendo piazza Tahrir, si mettesse tra manifestanti ed esercito per fermare gli scontri. Quante sono scese in strada, più o meno senza velo, hanno denunciato le violenze dei soldati nei loro confronti. «Dovrebbero tagliarti la mano» continuavano a urlare mostrando un fumetto con una donna il cui volto sta per essere raggiunto dalla mano di un militare.

«I militari non hanno alcun rispetto di noi. Quelle che subiamo sono umiliazioni continue e violenze quotidiane», scrive Fatima che si fa fotografare mentre mostra ai militari la foto della Blu bra woman, la donna dal reggiseno blu, pestata sabato dai militari in piazza Tahrir, la cui immagine ha fatto il giro del mondo.

 

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=174078#

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