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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

Cosa penso della categoria ‘Violenza’

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Si è acceso un filo di speranza per la sudanese Meriam Yahia Ibrahim Ishag.

 

La donna, incinta all’ottavo mese e in carcere dall’agosto scorso, è stata  condannata all’impiccagione per aver commesso apostasia, dopo essersi rifiutata di rinnegare la propria fede. Meriam si è sempre difesa ricordando di essere stata educata come cristiana ortodossa dalla madre, il padre, musulmano, è stato assente fin dalla nascita. La donna  inoltre è sposata con uno straniero di religione  cristiana, per questo motivo è stata condannata anche a 100 frustate. Il suo matrimonio non è valido in base alla Sharia e quindi considerato come adulterio.

 

Il caso ha suscitato  grande sdegno e subito dopo la pronuncia della sentenza si sono alzate proteste con slogan come “no all’esecuzione di Meriam!” e “i diritti religiosi sono diritti costituzionali”, in poche ore la protesta ha raggiunto Twitter e gli altri social network diventando così virale. Anche l’Italia si è mobilitata immediatamente tramite l’associazione Italians for Darfur.

 

Grazie all’attenzione internazionale che il caso ha suscitato e all’operato dell’ong sudanese “Sudan Change Now”, la sentenza, definita “ripugnante” potrebbe essere rivista.  Ah-Fateh Ezzedin, presidente del Consiglio Nazionale sudanese, ha dichiarato  che l’attenzione rivolta dai media internazionali al caso potrebbe danneggiare la reputazione del Paese e del sistema giudiziario, nel frattempo però Meriam resta in carcere.

 

L’auspicio è quello che il destino di Meriam si riveli più roseo di quanto sarebbe dovuto essere, tuttavia il suo è un caso isolato. La sentenza probabilmente verrà rivista e  se questo avverrà sarà grazie al grande eco che la vicenda ha avuto.

 

Cosa ne sarà delle altre donne islamiche, picchiate, frustate e uccise solo perché colpevoli di voler essere libere?

 

 

A cura di: Laura Caradonio

bring back

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Quando le attenzioni diventano persecuzione

 

 

Il reato di stalking, introdotto in Italia  nel 2009, offre una tutela nei confronti di soggetti che sono vittime di molestie assillanti e atti persecutori di vario genere. Atti che incidono fortemente sulla vita privata della vittima.

Le percentuali ci dicono che vittime di stalking sono soprattutto donne (85% donne, 15% uomini).

Dal momento dell’entrata in vigore del decreto legge sono state numerose le querele arrivate sul tavolo del questore, tuttavia ancora troppo spesso queste molestie rimangono taciute.

Necessario è dunque chiarire quando e come si possa denunciare per stalking, quando quindi la condotta tenuta dall’agente integri un reato. Per far ciò bisogna innanzitutto partire dall’analisi dell’articolo 612 bis, in particolare del suo primo comma che recita:

 

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.”

 

La condotta tenuta dall’agente deve essere reiterata: con questo non si intende che la condotta debba essere tenuta abitualmente, è stato riconosciuto (sent Cass. Pen .20895/11 del 25/05/2011) come sufficiente per la configurazione del reato che questa sia stata tenuta almeno due volte, a condizione che  realizzi un perdurante stato di ansia o di paura nella vittima o, alternativamente, un altro degli eventi descritti dalla norma.

 

Il comportamento tenuto dall’agente deve costituire una minaccia o una molestia; sulla precisazione del significato di minaccia o molestia si è formata un’ampia giurisprudenza. Sussiste la minaccia quando lo stalker prospetti alla vittima un male futuro o anche quando tenga comportamenti fortemente intrusivi della sua sfera personale. Recentemente la giurisprudenza ha allargato il concetto di minaccia ricomprendendovi “qualunque forma di interferenza o di minaccia nella vita della vittima che comprometta lo svolgimento delle normali azioni quotidiane della vittima”.

 

Il comportamento tenuto dallo stalker deve ingenerare nella vittima uno degli stati descritti dall’articolo 612bis:

 

– “un perdurante e grave stato di ansia o di paura“: la norma si riferisce a forme patologiche di stress che possono essere oggettivamente verificate come ad esempio il DPTS (disturbo post-traumatico da stress);

il fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata al medesimo da relazione affettiva “: il termine “fondato” sembra indicare che il timore  per l’incolumità propria o di persona a lui vicina debba essere un timore concreto e oggettivamente verificabile dal giudice.

 

Il secondo e il terzo comma dell’art 612 bis contengono le seguenti circostanze aggravanti :

 

a. La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa;

b. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di donna in stato di gravidanza o di un soggetto con disabilità, ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi, o da persona travisata, o con scritto anonimo.

 

Qual è il procedimento di denuncia ?

 

Ancora una volta è l’articolo 612bis a fornirci la risposta, questo al suo quarto comma stabilisce che il reato di stalking è perseguibile solo se è sporta denuncia dalla parte lesa, le autorità non possono quindi procedere sulla base della sola conoscenza dell’avvenuto reato (avvio d’ufficio), ad eccezione del caso in cui la persona offesa sia un disabile o un minore oppure quando il fatto sia connesso ad altro delitto per il quale è prevista la procedibilità d’ufficio.

Il termine per la querela è di sei mesi. Nel caso in cui  la vittima di stalking ritenga che da una denuncia penale scatuirebbero conseguenze sproporzionate rispetto al fatto compiuto può avviare una procedura di ammonimento che precede la denuncia vera e propria.

In questo caso il questore,  ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge . Qualora il reato previsto dall’articolo 612 bis venga commesso da un soggetto già ammonito è previsto un aumento di pena e la procedibilità d’ufficio.

 

La nuova legge  del 15 ottobre 2013 n.93  sul femminicidio ha regolato anche alcuni aspetti riguardanti il delitto di stalking ampliando il raggio delle situazioni tutelabili. Aggravanti sono previste per  fatti commessi dal coniuge pure in costanza del vincolo matrimoniale, la riforma ha poi  introdotto tra le molestie anche  quelle perpetrate da chiunque con strumenti informatici o telematici. E’ previsto, analogamente a quanto già accade per i delitti di violenza sessuale, l’irrevocabilità della querela, cioè l’impossibilità di ritirare la denuncia se non in fase processuale. Questa questione è stata oggetto di vivaci dibattiti alla Camera divisa tra soggetti a favore dell’irrevocabilità, le cui ragioni sono prevalse, che ne sostenevano la necessarietà al fine di rendere concreta la tutela prevista dall’ordinamento, e soggetti contrari alla stessa che ritengono che essa costituisca una limitazione eccessiva alla libertà della donna e alla sua capacità di autodeterminazione

Il delitto di stalking viene inoltre incluso tra quelli ad arresto obbligatorio.

 

Altra novità importante è quella riguardante l’inserimento del reato di stalking tra quelli per cui è previsto il gratuito patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito.

 

 

Non tutte le situazioni di stalking sono uguali, anzi, i comportamenti che configurano la fattispecie prevista dall’articolo 612bis possono essere vari e il confine tra un semplice corteggiamento e una vera e propria molestia è spesso labile. E’ stato rilevato che circa l’80% dei casi di femminicidio è preceduta da comportamenti che configurano il reato di stalking. E’ dunque necessario che il soggetto che subisce tali minacce non prenda la situazione sottogamba; un invito ripetuto troppe volte,troppe telefonate o appostamenti possono essere dei campanelli d’allarme.

 

 

a cura di: Laura Caradonio

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=XL7M3ykTci0

Ginecologi, infermieri, psicologi e assistenti sociali: L’Offerta del Consultorio

 

Cos’è il consultorio ? Il Consultorio familiare è una struttura sanitaria pubblica o privata  che ha la funzione di sostenere le famiglie o il singolo qualora si trovi in alcune particolari situazioni di bisogno.

I consultori non si occupano, come spesso si crede,  di offrire un servizio alla donna solo in caso di interruzione o impedimento della gravidanza. Al loro interno infatti collaborano diverse figure che offrono variegate forme di assistenza.

Innanzitutto ginecologi ostetrici e infermieri, per la prescrizione di contraccettivi orali e l’ applicazione di contraccettivi meccanici, per le procedure  di interruzione volontaria di gravidanza (I.V.G.), per la  prevenzione dei tumori della sfera genitale femminile (visite, pap-test, esame del seno e tecniche dell’autoesame), per il monitoraggio della gravidanza, ecografie, cardiotografie, colposcopi.
Psicologiassistenti sociali per la preparazione alla genitorialità responsabile, per fornire sostegno alla donna o alla coppia in caso di interruzione volontaria di gravidanza, per i problemi della donna o della famiglia, per fornire consulenza psico-sessuale.

Anche i minori possono utilizzare i servizi offerti dal consultorio. In particolare essi possono direttamente rivolgersi a psicologi e assistenti sociali nel caso di maltrattamenti in famiglia, disagio giovanile o più semplicemente per ottenere informazioni circa i metodi di contraccezione e il loro corretto utilizzo.

I servizi offerti dal consultorio non sempre vengono sfruttati come dovrebbero, un po’ per disinformazione, un po’ per il disagio che si prova nel parlare della propria sessualità.

 

E’ necessario diffondere una corretta informazione circa questi servizi, non solo per impedire gravidanze indesiderate o il ricorso a contraccettivi di emergenza, ma ancora di più per impedire  il diffondersi di malattie sessualmente trasmissibili oppure che situazioni di disagio vissute in famiglia o in coppia rimangano senza voce.

 


http://www.comuni-italiani.it/salute/consultori.html
http://www.comuni-italiani.it/015/consultori.html

 

 

a cura di: Laura Caradonio

 

 

KENYA: Kaia aveva undici anni quando è stata assalita e violentata mentre andava a scuola. Un’insegnante l’ha portata in ospedale, ma poi ha dovuto addirittura corrompere la polizia anche solo per poter sporgere denuncia.


La reazione di Kaia è stata di un coraggio incredibile. Ha denunciato la polizia per non aver fatto il necessario per proteggerla. E la cosa ancora più incredibile è quello che è accaduto subito dopo.
In Kenya, il paese dove vive Kaia, una donna o una ragazza vengono stuprate ogni 30 minuti. La polizia di norma chiude gli occhi, isolando ulteriormente le giovani sopravvissute e rinforzando l’idea che lo stupro è accettato. Kaia e altri dieci altri giovani sopravvissute hanno deciso di averne abbastanza. Nel giorno del processo, ignorando le minacce ricevuto e i blocchi di sicurezza hanno marciato dalle loro case fino al tribunale, intonando lo slogan “Haki yangu” — che in Kiswahili “Voglio i miei diritti.” Dopodiché il giudice ha emesso la sentenza: le ragazze avevano vinto!

 

Le attiviste e avvocatesse per i diritti umani che hanno lavorato con Kaia sono pronte a portare processi simili contro le forze dell’ordine dentro e fuori dai confini del continente africano, ma hanno bisogno di fondi per farlo, ricordando alla polizia che lo stupro è un crimine, e facendo incredibili passi avanti per mettere fine alla guerra globale contro le donne. Quando la storia di Kaia è iniziata, sembrava destinata a diventare una delle innumerevoli giovanissime vittime di violenza ignorate dalla polizia. Ma l’attivista keniana per i diritti dei bambini Mercy Chidi e l’avvocato per i diritti umani Fiona Sampson hanno unito le forze per sfidare questa ingiustizia nei tribunali. Il piano è stato messo in piedi in Kenya da un gruppo di colleghi di Canada, Kenya, Malawi e Ghana: sembrava davvero ambizioso denunciare la polizia per non essere entrata in azione, ma hanno insistito e assunto molti rischi … e hanno costruito un pezzo della storia dei diritti umani.

 

In quanto cittadini, spesso ci rivolgiamo ai leader politici e altri rappresentanti delle istituzioni affinché facciano sul serio per proteggere i diritti delle donne. È importante continuare a farlo, ma ogni volta che non riusciranno ad ascoltare le loro coscienze, dovremo avere il coraggio di toccare nel profondo i loro interessi portandoli nei tribunali. Questo manderà un messaggio potentissimo: non solo ci sono nuove conseguenze per questi crimini, ma l’epoca in cui la cultura delle nostre società ammetteva si disprezzassero le donne senza ripercussioni sta per finire.

 

Per approfondimenti

https://secure.avaaz.org/it/take_kaias_win_global_loc_nd/?bkHKnbb&v=31459

“Forma di donna” al Pertini, contro la violenza sulle donne

“Come l’operaio si ritrova alienato nel suo stesso prodotto, così, grosso modo, la donna trova la sua alienazione nella commercializzazione del suo corpo”.

Juliet Mitchell


L’esposizione “Forma di donna” vedrà le opere della fotografa Margherita Magni e dall’artista Silvia Torri, in occasione della “Giornata contro la violenza sulle donne”, con il patrocinio del Comune di Cinisello Balsamo.

Le immagini esposte, accompagnate da suggestioni visive e uditive, indagano la forma femminile sia attraverso il punto di vista reificante della società, presentandola scomposta in dettagli, sia come dovrebbe essere: nella sua integrità, nella sua dignità e nella sua forza.
Spesso la violenza non si manifesta solo nelle azioni brutali, ma assume le forme subdole, “a partire dai media”, della manipolazione dell’immagine e nella quotidiana corrosione dell’identità più intima del genere femminile, che distorce perfino la percezione di se stessa. La mostra, che si compone delle fotografie di Margherita Magni e dell’intervento artistico di Silvia Torri, ha l’intento di riscoprire la dignità della donna nella sua forma più libera.

L’installazione si compone di otto scatti in bianco e nero. Un percorso di immagini dove il corpo femminile si presenta dapprima frammentato: sei fotogrammi ritraggono gambe, naso, piedi, mani, occhi. Una donna fatta a pezzi, ma che si ricompone nei due scatti finali dove, l’attrice ritratta Silvia Napoletano, riacquista la sua forma intera.Ai pannelli fotografici si alterneranno le trascrizioni di alcune interviste raccolte tra gli uomini di Cinisello Balsamo. Risposte sincere alla domanda “Che ruolo hanno le donne?”, catturate per le strade della città. Come sottofondo audio all’installazione, inoltre, sarà diffuso il celebre monologo di Franca Rame “Lo Stupro”, scritto dopo la violenza sessuale subita dall’attrice.

«Questa installazione vuole rappresentare la frammentazione dell’immagine della donna come è presentata dalla società e dai media: parti di corpo senza personalità, usate come attrattiva per gli uomini  – spiega la fotografa Margherita Magni –. Le immagini in cui il corpo femminile compare di nuovo intero rappresentano un riscatto da questa violenza, la forza di affermare la propria identità per combattere questa oppressione».

 

Presso la Sala Incontri del Centro culturale Il Pertini, piazza N. Confalonieri 3, Cinisello Balsamo (MI)

da sabato 23 novembre a domenica 1° dicembre 2013:
– da domenica a martedì, 15.30-18.30
– da mercoledì a sabato, 18.30-21.00

http://www.ilpertini.it/

http://cinisello-balsamo.milanotoday.it/mostra-fotografica-forma-di-donna-1-dicembre-2013.html

 

Ana Paula e 29 attivisti di Greenpeace sono rinchiusi in un carcere russo per aver cercato di salvare l’Artico dalle trivellazioni.

 

 

Ana Paula ha 31 anni, è brasiliana e voleva solo manifestare pacificamente contro la decisione della Russia di trivellare nell’Artico. Ora lei e gli altri 29 membri della nave Arctic Sunrise di Greenpeace sono rinchiusi in una prigione russa e potrebbero doverci stare per chissà quanto. Ma possiamo gettare loro un’ancora di salvezza.

Gli attivisti di Greenpeace, alcuni rinchiusi in celle di isolamento, rischiano quindici anni di carcere con l’accusa assurda di pirateria. Il loro crimine? Aver appeso uno striscione su una piattaforma petrolifera russa per manifestare contro le trivellazioni in profondità in uno dei posti più belli e al tempo stesso fragili del pianeta. Molti governi occidentali hanno già protestato per questa situazione, ma ora Ana Paula e Greenpeace stanno chiedendo aiuto direttamente alla comunità di Avaaz per rendere davvero globale la protesta.

Assieme possiamo rivolgerci ad alcuni dei più importanti partner commerciali e politici della Russia, come Brasile, India, Sud Africa e Unione Europea, per chiedere la liberazione dei 30 dell’Artico. L’obiettivo è il milione di firme per Ana Paula e i suoi compagni. attraverso Avaaz.

Raggiunto quel traguardo, Avaaz proietterà i loro volti in luoghi simbolici, per mantenere la vicenda sotto i riflettori dei media:

 

 

http://www.avaaz.org/it/free_the_arctic_30_loc/?bkHKnbb&v=30394

 

 

La sorella di Ana Paula la descrive così: “Sotto molti punti di vista, mia sorella è una normale ragazza brasiliana: estroversa, amichevole, piena di vita. Ma è anche straordinaria nella sua semplicità, fin da piccola capace di appassionarsi per la natura e la sua difesa, anche a rischio della sua stessa incolumità.”

Ora Ana Paula e gli altri membri dell’equipaggio potrebbero perdere 15 anni delle loro vite solo per aver tentato di appendere un manifesto sull’impianto Gazprom, il primo della storia nell’Artico. E’ sicuramente una reazione spropositata contro chi si batte per difendere l’ambiente di tutti: fermare le trivellazioni artiche significa proteggere la più grande area naturale della Terra, dove eventuali perdite di petrolio sarebbero quasi impossibili da arginare.

Gli avvocati di Greenpeace hanno fatto notare che i 30 sono stati arrestati in acque internazionali, e che quindi sarebbe stata la Russia a violare il diritto internazionale del mare. Ma essere dalla parte della ragione potrebbe non bastare per ottenere la loro scarcerazione, il loro destino potrebbe già essere segnato, a meno che la comunità internazionale non faccia capire alla Russia di non essere disposta a passare sopra a questo scandalo.

La voce di Avaaz è particolarmente forte in molti di questi Paesi dove è presente in grandi numeri (5 milioni di membri solo in Brasile!). Se ci impegniamo tutti quanti raggiungendo il milione di firme, gli avaaziani di Brasile, Sud Africa, India e dell’Unione Europea possono far salire la pressione internazionale. Firma subito e aiutaci a raggiungere questo traguardo per contribuire a salvare i 30 dell’Artico:

 

 

http://www.avaaz.org/it/free_the_arctic_30_loc/?bkHKnbb&v=30394

 

 

Queste 30 persone hanno avuto il coraggio di sfidare le multinazionali del petrolio in uno degli ultimi posti incontaminati del pianeta. E per questo li vogliono zittire e intimidire. L nostra comunità si è sempre impegnata in difesa degli attivisti di tutto il mondo: ora è il momento di salvare i 30 dell’Artico.

Con speranza e determinazione,

Jamie, Alex, Emma, Lisa, Ricken, Marie, Julien, Diego e tutto il team di Avaaz

 

 

MAGGIORI INFORMAZIONI

Russia, aperta inchiesta per pirateria contro militanti di Greenpeace (Corriere della Sera)
http://www.corriere.it/esteri/13_settembre_24/greenpeace-nave-attivisti-perseguiti-stranieri_7a77d302-24f7-11e3-bae9-00d7f9d1dc68.shtml

Russia: appello 11 Nobel Pace a Putin, libera i 30 di Greenpeace (Agi)
http://www.agi.it/estero/notizie/201310171337-est-rt10120-russia_appello_11_nobel_pace_a_putin_libera_i_30_di_greenpeace

Russia, carcere per attivisti di Greenpeace. Due mesi anche per il militante italiano (La Repubblica)
http://www.repubblica.it/ambiente/2013/09/26/news/russia_prima_condanna_per_greenpeace_oggi_la_decisione_sui_30_attivisti_arrestati-67313446/

Greenpeace ai russi: liberate i nostri, la Arctic sunrise era in acque internazionali (Euronews)
http://it.euronews.com/2013/09/20/greenpeace-ai-russi-liberate-i-nostri-la-arctic-sunrise-era-in-acque-/

Blitz di Greenpeace alla Barcolana, “Gazprom distrugge l’artico” (Rainews24)
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=182550

 

 

// GRAZIE A TUTTI  // DSF //

CAPITOLO 1

Scritto da Gaia Ghezzi


1.1. Premessa: i contrasti razziali degli anni ’50.

 

Negli anni Cinquanta, nel momento in cui il tenore di vita dell’intera Nazione americana era in rapida crescita, un numero sempre maggiore di cittadini neri cominciò a esprimere il proprio desiderio di una piena parità civile. Il processo fu lungo, lento, e molto difficile.Prima la guerra e poi il grande progresso economico del decennio post-bellico, avevano prodotto una profonda trasformazione nelle condizioni di vita della minoranza nera. La distanza economica tra neri e bianchi rimaneva ancora marcata e in certi casi addirittura abissale, ma per molti dei neri inurbati e trasformatisi in lavoratori industriali le condizioni di vita erano arrivate ben al di sopra dei livelli di sussistenza, avvicinandosi a quelli della classe media bianca. Nel decennio 1945-1955, l’integrazione, dunque, aveva fatto importanti e decisivi progressi in quasi tutto il Paese. Una grande eccezione era rappresentata dagli Stati del Sud, ove il vasto settore dei servizi – trasporti, ristoranti, scuole, ospedali – rimaneva ancora sottoposto al regime di segregazione, mentre il diritto al voto e alla partecipazione politica dei neri, nonostante i frequenti interventi dei Tribunali Federali, continuava a essere fortemente contestato dai governi e dalle amministrazioni locali. A incoraggiare la popolazione nera a lottare contro questa situazione, oltre alla mutata condizione economica e alle prospettive di progresso di una società in espansione, vi era l’esempio costituito da un’élite di colore che aveva raggiunto una certa ricchezza e uno status sociale in settori come gli affari, le professioni, l’insegnamento e le arti. Storicamente l’epopea del movimento contro la segregazione durò tredici anni, dagli inizi del 1955, a Montgomery, all’elezione di Richard Nixon, nel 1968.all’integrazione “in tempi ragionevoli”. La decisione, ovviamente, suscitò polemiche in tutto il Sud bianco, ponendo lo stesso governo federale in serio imbarazzo. Si trattava di una decisione rivoluzionaria, in quanto rovesciava il principio della “separazione in condizioni di uguaglianza”, da essa stessa stabilito nel 1896, secondo il quale si ammetteva la separazione razziale nel sistema scolastico a condizione che le scuole per i giovani di colore avessero le stesse caratteristiche e offrissero lo stesso tipo di insegnamento di quelle per bianchi. Ma si trattava di un principio che, applicato nella forma, era sempre rimasto lettera morta nella sostanza, con il risultato che i livelli dei due sistemi scolastici erano molto diversi, perchè quasi dappertutto le scuole per studenti neri erano inferiori, sia nelle strutture che nella qualità dell’insegnamento rispetto a quelle dei bianchi. La sentenza del ’54, venne parzialmente eseguita nei due anni successivi nel Distretto di Columbia; più lentamente e parzialmente fu recepita invece negli Stati meridionali periferici, come l’Oklahoma, il Texas, il Kentucky, il Delaware. Molto diversa era invece la situazione negli Stati del “profondo Sud”, dove le legislature statali ricorsero a una serie di manovre legali per ritardare e ostacolare il processo di integrazione.  Parallelamente, si manifestavano le iniziative di resistenza di alcuni gruppi locali (i “White Citizens Councils”), tesi ad esercitare pressioni contro la popolazione nera, e che molto spesso sfociavano in episodi di violenza. Negli anni ’55 e ’56, la tensione si manteneva elevata: in quegli anni venne registrato un preoccupante aumento delle vendite di armi da fuoco, e l’intensificazione dell’attività intimidatrice del “Ku Klux Klan”.


1.2. Gli episodi chiave della vita di Martin Luther King.

 

Martin Luther King si può dire che fu una delle figure più carismatiche della lotta contro la segregazione razziale: premio Nobel per la pace (1964), il suo ruolo fu decisivo per l’approvazione negli Stati Uniti della legge sui diritti civili.Martin Luther King nasce il 15 gennaio 1929 ad Atlanta, in Georgia.Dopo il liceo, viene ammesso al MorehouseCollegedi Atlanta e, nel 1947, ottiene il permesso di predicare diventando assistente di suo padre, Pastore della Chiesa Battista di Ebenezer. A diciannove anni, riceve gli ordini religiosi per il Ministero Battista.Seriamente interessato al sociale, King si laurea in sociologia e, dopo aver assistito alle lezioni dei dottori A.J. Muste e W. Johnson Mordecai che esaltavano la figura del Mahatma Gandhi, si dedica anche ad approfondire il pensiero del leader indiano. Così disse King a proposito del suo interesse per Gandhi: “….giunsi a studiare la vita e gli insegnamenti del Mahatma Gandhi. A mano a mano che leggevo le sue opere mi scoprivo sempre più affascinato dalle sue campagne di resistenza non violenta. L’intero concetto gandhiano della satyâgraha (forza della Verità), aveva per me grande significato. Mentre approfondivo lo studio della filosofia di Gandhi, il mio scetticismo sulla forza dell’amore diminuiva progressivamente, e giunsi a comprima volta che la dottrina cristiana dell’Amore messa in atto attraverso il metodo gandhiano della non-violenza, era una delle armi più potenti a disposizione degli oppressi nella loro lotta per la libertà”.A ventidue anni, Martin Luther King si laurea in Teologia; nel giro di pochi anni, ottiene il dottorato in teologia sistematica e viene nominato Pastore della Chiesa di Dexter Avenuea Montgomery, in Alabama. Era la Chiesa di un quartiere prestigioso, frequentata da trecento membri, molti dei quali ben istruiti e con impieghi accademici all’Alabama State college: perfettamente in linea con le aspettative di un giovane della miglior borghesia nera di Atlanta. Per King e la sua giovane moglie Coretta, si prospettava una vita tutto sommato agiata. King accettò l’offerta, e anche il suo destino. Proprio in quegli anni, la più antica organizzazione per l’emancipazione nera, la National Association for the Advancement of Colored people (Naacp)fondata nel 1909 con la missione di promuovere l’uguaglianza razziale attraverso l’istruzione, i richiami alle leggi federali e l’attività di lobbying, aveva appena conseguito il risultato storico della dichiarazione di incostituzionalità del sistema di segregazione scolastica da parte della Corte Suprema. Si trattava del primo colpo all’impianto legislativo che sosteneva l’apartheid del Sud. Intanto, in America, negli Stati del sud, si accendeva la protesta razziale, e l’Alabama ne era al centro.Da una parte, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarava l’incostituzionalità della segregazione razziale anche nelle scuole pubbliche; dall’altra, la popolazione bianca continuava a difendere i suoi vecchi privilegi.In seguito all’arresto di Rosa Parks, un’operaia di colore che si era rifiutata di cedere il proprio posto a un bianco su un autobus, la popolazione nera insorge: si organizza in associazioni di sostegno della causa antirazzista (Mia), boicottando gli autobus della città. Martin Luther King ne diviene loro presidente. Nessun nero sarebbe salito sull’autobus fintanto che non fosse stata tolta la “spartizione dei sedili”. L’iniziativa ha un enorme successo: il giorno seguente, le vetture pubbliche sono completamente vuote, e non solo i neri ma anche alcuni bianchi avevano aderito alla “lotta non violenta”. In risposta al boicottaggio, la compagnia di autobus di Montgomery sospende il servizio nei quartieri neri.Per quanto riguarda gli avvenimenti successivi, il 1956 fu un anno difficile per Martin Luther King. L’organizzazione intraprende un’azione legale perché le leggi sulla segregazione razziale sui mezzi pubblici di Montgomery vengano dichiarate definitivamente incostituzionali. In risposta a tale azione, Martin Luther King viene incriminato con altri partecipanti al boicottaggio degli autobus di Montgomery, con l’accusa di aver organizzato una cospirazione tesa ad ostacolare e impedire lo svolgimento di un’attività pubblica senza giusto o legale motivo. Dopo alterne vicende, la battaglia legale porterà alla prima vera vittoria contro il razzismo: l’abolizione della segregazione razziale sugli autobus di Mongomery:.La voce di Martin Luther King viene ascoltata in tutta l’America. Il “Time” gli dedica una copertina. Il discorso, intitolato “Give Us the Ballot”, (“Dateci il voto”), pronunciato al Lincoln Memorial, a Washington, ha milioni di ascoltatori e diventa materia di discussione ovunque, anche fra i bianchi antisegregazionisti. Determinato a portare avanti la battaglia dell’uguaglianza dei neri americani senza spargimento di sangue, Martin Luther King, nel 1959, con la moglie Coretta, si trasferisce temporaneamente in India, ospite del Primo ministro indiano Nehru, per studiare le tecniche non violente di Gandhi.Intanto, in Carolina del Nord ha luogo il primo sit-indi studenti nelle tavole calde contro la segregazione razziale. L’amministrazione pubblica cerca di mettere in crisi il leader nero, arrestandolo con l’accusa di false denunce dei redditi per le imposte dovute allo Stato dell’Alabama, ma Martin Luther King viene prosciolto dall’accusa da una giuria di bianchi.Nonostante egli venga ricevuto dalle più alte cariche degli Stati Uniti d’America, le sue attività rimangono sempre nell’occhio del ciclone: arrestato spesso con le accuse più diverse, dal vagabondaggio, alla violazione di proprietà privata, alla violazione del codice stradale, all’ostruzione di marciapiede e manifestare senza permesso, si ritrova spesso in carcere insieme ai suoi sostenitori.Intanto, le dimostrazioni in favore degli uguali diritti dei neri, con marce e sit-in, continuano e si diffondono in tutti gli Stati del Sud. Associazioni e movimenti per i diritti civili si moltiplicano e raccolgono numerosi adepti: i cittadini americani di colore vogliono viaggiare sugli stessi mezzi dei bianchi, usufruire delle stesse scuole, delle stesse mense e, per averlo, si rivolgono ai tribunali, ottenendo spesso giustizia.Nell’agosto del 1964, si svolge la prima grande marcia di protesta a Washington, a livello nazionale: qui, Martin Luther King pronuncerà il suo famosissimo e storico discorso “I Have a Dream”, dai gradini del Lincoln Memorial.Alla fine della manifestazione, assieme agli altri leader del movimento per i diritti civili, incontrerà alla Casa Bianca il presidente John F. Kennedy. King verrà addirittura accolto in udienza da papa Paolo VI, in Vaticano, e riceverà il premio Nobel per la Pace.I problemi, in ogni caso, non sono finiti: nel campo della integrazione razziale, le vittorie non sono ancora risolutive. I neri devono conquistare i loro diritti città per città, Stato dopo Stato, e nel frattempo devono sopportare le angherie dei bianchi, che sono fortemente contrari a riconoscere loro gli stessi diritti e pari dignità sociale.Rivolte scoppiano ad Harlem, nel New Jersey, in Illinois, in Pennsylvania, e tutto il mondo segue le vicende del movimento. Nel 1965, il presidente Lindon Johnson firma la legge che concede il diritto di voto ai neri.I bianchi intervengono contro i candidati neri, e Martin Luther King si schiera contro la guerra in Vietnam. Le rivolte diventano sempre più sanguinose: nella rivolta di Newark, in New Jersey, e di Detroit muoiono e vengono ferite molte persone.Martin Luther King ed i leader neri (tra cui Philip Randolph, Roy Wilkins e Whitney Young), lanciano un appello per la fine delle rivolte, “che si sono dimostrate inefficaci e dannose alla causa dei diritti civili e all’intera nazione”.Il grande cuore di King emerge ancora con la cosiddetta “Campagna dei poveri” della Southern Christian Leadership Conference, con lo scopo di farsi portavoce dei problemi della popolazione più povera, sia nera sia bianca.Nel 1968, i lavoratori della nettezza urbana di Memphis, in Tennessee, entrano in sciopero e Martin Luther King guida una marcia di seimila persone attraverso il centro di Memphis, in loro appoggio. Anche in questa occasione scoppiano disordini durante i quali alcuni manifestanti neri saccheggiano negozi della città.King morì nell’aprile del 1968: durante la sua permanenza a Memphis, mentre si intratteneva a parlare con i suoi collaboratori, dalla casa di fronte vennero sparati alcuni colpi di fucile, che furono per lui fatali. Approfittando dei momenti di panico che seguirono, l’assassino si allontanò indisturbato. Pochi giorni dopo, ad Atlanta, si svolsero le esequie di King, a cui intervennero migliaia di persone.


1.3  I meriti, le cariche ricoperte e il premio Nobel per la pace.

 

Martin Luther King fu una figura di riferimento nel Movimento dei Diritti Civili. Nel corso degli anni, King fu insignito di innumerevoli titoli onorari da numerose scuole ed Università, sia americane che straniere.Fu eletto presidente della Montgomery Improvement Association, l’organizzazione che ebbe il merito del successo del boicottaggio degli autobus di Montgomery durato più di un anno dal 1955 al 1956 per ben 381 giorni. Venne arrestato ben trenta volte per la sua partecipazione ad attività per i diritti civili e fu fondatore e presidente (dal 1957 al 1968) della Southern Christian Leadership Conference. Fu anche vice-presidente della National Sunday School and Baptist Teaching Union Congress of the National Baptist Convention. Fu un membro di diversi Consigli di amministrazione sia locali che nazionali, e diresse consigli d’amministrazione di numerose agenzie ed istituzioni, compresa la prestigiosa American Academy of Arts and Sciences. King, inoltre, ricevette numerosi riconoscimenti per le sue doti di leadership nel movimento per i diritti civili. Dopo anni di tenaci battaglie, nell’ottobre 1964, il prestigioso comitato scientifico di Oslo designò Martin Luther King come vincitore del Premio Nobel per la Pace. King aveva soltanto trentacinque anni: l’uomo più giovane al quale fosse mai stato conferito il premio. Durante la cerimonia, che ebbe luogo il 10 dicembre ad Oslo, egli dedicò l’importante riconoscimento ai tanti “umili figli di Dio”, mai contati né menzionati, le cui sofferenze per la causa della giustizia avevano generato una nuova epoca, “una terra più bella, un popolo migliore e una cultura più nobile”.  Nella realtà da incubo che i popoli oppressi stavano vivendo, il sogno di King concretizzava la speranza di un mondo migliore. Così diceva nel suo discorso a Oslo: “accetto il Premio Nobel per la Pace nel momento in cui ventidue milioni di neri degli Stati Uniti sono impegnati in una battaglia creativa per concludere la lunga notte della ingiustizia raziale. Accetto questo premio proprio quando un movimento per i diritti civili sta muovendosi con determinazione e grande disprezzo del rischio e del pericolo per stabilire un regno di libertà ed un governo di giustizia. Ho in mente che solo ieri a Birmingham, in Alabama, i nostri bambini, mentre piangevano per la fratellanza, ricevevano risposta con lanciafiamme, cani ringhiosi e persino morte. Ho in mente che solo ieri a Philadelphia, nel Mississippi, ragazzi in cerca di assicurare il diritto di voto sono stati brutalizzati e uccisi. Ho in mente che la deabilitazione e l’abitudine alla povertà affliggono il mio popolo e lo incatenano al più basso gradino della scala economica. Quindi devo chiedere perchè questo premio è assegnato ad un movimento assediato e impegnato in una lotta accanita, e a un movimento che non ha ancora vinto la pace e la fratellanza che sono l’essenza del Premio Nobel. Dopo averci pensato, ho concluso che questo premio, che ricevo per quel movimento, è un profondo riconoscimento della non-violenza quale risposta alle questioni cruciali, politiche e morali, del nostro tempo: la necessità per l’uomo di superare l’oppressione e la violenza senza ricorrere alla violenza e all’oppressione. Oggi sono venuto ad Oslo come un rappresentante ispirato e con rinnovata dedica all’umanità. Accetto questo premio come uno fra gli uomini che amano la pace e la fratellanza”.

 

 

1.4. Il pensiero di Martin Luther King: la centralità della fede cristiana, la strategia della non-violenza e la teologia della fratellanza.

 

Un cerchio perfetto segna la parabola nazionale di Martin Luther King: dal suo discorso di presentazione a Montgomery, al suo ultimo discorso a Memphis, la sera prima della sua morte. In tutti questi discorsi emerge, in tutta la sua forza, il fatto che il coraggio che egli ebbe di lottare per l’eguaglianza dei diritti dei neri nasceva, prima di tutto, dalla sua fede cristiana. Da questa egli trasse anche la convinzione che i mezzi e i fini di una battaglia politica e sociale dovessero sempre essere strettamente congiunti e coerenti fra loro. King, pertanto, rifiutò sempre la violenza come strumento di lotta, né mai la scusò nel caso di sommosse o rivolte: un’emancipazione nera che avesse fatto uso della violenza – a suo parere – non avrebbe mai potuto generare una pacifica convivenza coi bianchi, ma solo lasciarsi dietro una lunga scia di odio e di sangue, destinata a non essere dimenticata. Così scriveva King in merito alla necessità di ripudiare la violenza: “sempre di più sono giunto alla conclusione che il potenziale distruttivo delle moderne armi da guerra elimina la possibilità che la guerra possa mai più servire come bene negativo. Se partiamo dal presupposto che il genere umano ha il diritto di sopravvivere, allora dobbiamo trovare un’alternativa alla guerra e alla distruzione. In un’epoca in cui gli sputnik si scagliano nello spazio e i missili balistici teleguidati scavano strade di morte nella stratosfera, nessuno più può vincere una guerra. Oggi la scelta non è più tra violenza e non violenza. E’ tra non violenza e non esistenza. Non sono un pacifista teorico. Ho cercato di abbracciare un pacifismo realista”. Egli si può dire che costruì la sua leadership sulla retorica, l’abilità di sintonizzarsi con gli spasmi e le inquietudini dell’America profonda. Non bisogna sottovalutare, infatti, il potere della parola, in America: i pastori erano animati solo dal potere della propria fede, della Bibbia, e della parola. Non avevano un’istituzione dietro di loro né appartenevano ad ordini religiosi organizzati. In America, Paese culturalmente protestante, il collante delle comunità religiose è la forza che sgorga dai sermoni domenicali del loro pastore. Il problema di King era quello di identificare una dinamica che creasse una coscienza comune sulla crisi: da una parte, promettendo il dispiegarsi della forza provvidenziale di Dio, che alleviasse il senso di solitudine degli afroamericani alle prese con uno stato di segregazione che li sovrastava e li annichiliva; allo stesso tempo, incitando le persone all’azione, facendole uscire dalla passività  e dal fatalismo che le aveva immobilizzate per circa un secolo. King era dunque alla ricerca di un equilibrio delicato fra intervento di Dio e azione umana: questo equilibrio fu particolarmente importante nei momenti di scoramento e di disperazione, in cui il susseguirsi di sciagure e inviti alla calma rischiavano di minare definitivamente la coesione sociale della comunità nera. Senza il richiamo all’azione umana, gli afroamericani sarebbero potuti facilmente cadere nella rassegnazione di fronte alla persistenza della crisi, o al fatalismo passivo; ma anche senza il richiamo alla provvidenza si sarebbe aperta la strada all’ambizione personale, alla violenza. Ma il contributo politico di King è stato quello di formulare una terza opzione: quella in cui una comunità si impegna per la giustizia razziale.La struttura retorica dei discorsi di King è tutta fondata sulla giustificazione che egli offriva all’impegno umano, giustificazione che è sostenuta dal fine ultimo costituito dal bene comune. Quella che egli articolava, era un’interpretazione positiva del ruolo attivo della comunità all’interno del disegno salvifico di natura divina; una dialettica che rinforza, e non affievolisce, l’impegno reciproco tra il popolo e Dio. Una volta costruita questa immagine del popolo di Dio, King potè passare al nucleo del proprio discorso: la salvezza anticipata. Partendo dalla salvezza, il leader per il movimento dei diritti civili fu in grado preservare la drammaticità del momento, senza per questo cadere nel pessimismo. La crisi sarà superata se la comunità non saprà farsi prendere dalla disperazione.Malgrado la storia di avvilimento e di segregazione che pesava sulla memoria della comunità afroamericana, King continuò a lavorare per l’opzione integrazionista. Egli pensava che si potesse essere africani di origine e americani di nascita.Una volta stabilito che l’America è la casa dei neri – spiegava King – resta da trovare un modo per integrare bianchi e neri: un percorso non soltanto necessario, ma senza alternative. Occorre cioè costruire una società – come disse nel suo discorso a Washington – in cui bianchi e neri convivano all’insegna dei principi della giustizia e dei valori dell’amore. Questa marcia è fondata sulla fiducia nella Costituzione e nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti e sulla fede nella Bibbia e nella religione cristiana. King fu il primo e, sino all’avvento di Barack Obama, l’unico uomo politico americano in grado di mettere insieme una coalizione birazziale su una piattaforma di pace, diritti civili e riforme economiche.Egli credeva che fosse un dovere ricordare ai bianchi e ai neri che essi credono nello stesso Vangelo, aspirano allo stesso regno dei Cieli, che il cristianesimo è inconciliabile con il privilegio razziale.King era un profondo ammiratore del teologo Reinold Niebhur e della grande conoscenza che questi sembrava mostrare per la natura umana, specialmente per il comportamento dei gruppi sociali  e delle nazioni. King scrisse molti saggi sul teologo protestante, convenendo con lui che l’ingiustizia fosse inerente alla società umana, che gli uomini impegnati in attività collettive fossero intrinsecamente immorali. Tuttavia, a differenza del teologo, la storia della Chiesa afroamericana – nata nelle piantagioni degli schiavi e istituita con l’abolizione della schiavitù – offriva a King l’ottica alternativa di una giustizia che, nello spazio di secoli,  avrebbe potuto essere conseguita. La speranza è il tema centrale della religione nera. La religione nera garantiva  a King una giusta compensazione al pessimismo di Niebhur.Martin Luther King, inoltre, si battè lungamente contro i luoghi comuni, come quello di ritenere i neri, le minoranze e gli immigrati, come potenziali ladri, truffatori, persone da considerarsi ai margini della società. Questo tipo di associazione di idee, permeava a tal punto la società da provocare un errato pensiero comune. Il processo di reinserimento sociale – spiegava King – doveva invece necessariamente passare attraverso l’autoconsapevolezza di sé; l’uomo di colore, deve prima di tutto acquisire il rispetto per il proprio essere e migliorare la propria condizione attraverso la costanza ed il perfezionamento morale e culturale, perché “finché il cervello è reso schiavo, il corpo non può essere libero”.Occorre dunque lottare contro schemi mentali precostituiti e paure ingiustificate. In un acceso discorso sul dilemma delle società liberali, egli espresse parole e concetti che hanno tutt’ora consistenza per gli immigrati e per i gruppi minoritari in Occidente. Spiegava King: “molti bianchi del Sud vedono sè stessi come una minoranza timorosa in un oceano di neri. Essi credono sinceramente, con una parte del loro cervello, che gli stessi siano depravati e portatori di innumerevoli malattie. Vedono ogni sforzo verso l’uguaglianza razziale come un precipitare nell’imbastardimento”.La risposta al disagio è l’integrazione reciproca e il crollo delle barriere immaginarie che dividono gli uomini. In qualunque campagna non violenta, secondo King, bisognava fare quattro passi fondamentali: raccogliere i fatti per determinare dove si radichi l’ingiustizia; negoziare; autopurificarsi; intraprendere un’azione diretta.In una lettera da una prigione di Birmingham, King scrive: “il culto religioso, ai suoi livelli più alti è un’esperienza sociale in cui persone di tutte le condizioni si uniscono per realizzare la loro identità e unità sotto Dio. Quando la Chiesa, consapevolmente o inconsapevolmente, si rivolge a una classe sola, perde la forza spirituale della dottrina che afferma “lasciate che chiunque venga a me”, e rischia di trasformarsi in poco più di un club sociale con una sottile vernice di religiosità….L’ingiustizia, da qualunque parte si trovi, è una minaccia per la giustizia da qualunque altra parte”. Alle numerose accuse di infrangere la legge, King rispondeva affermando che esistono due tipi di leggi: giuste e ingiuste. Così egli ne spiegava la differenza: “io concordo con Sant’Agostino che “una legge ingiusta non è una legge”…. Una legge giusta è una legge fatta dall’uomo che si armonizza con la legge morale o legge di Dio. Una legge ingiusta è un codice che si trova in disarmonia con la legge morale. Per dirla con le parole di San Tommaso d’Aquino, una legge ingiusta è una legge umana che non trova le sue radici nella legge eterna e naturale. E la legge che eleva la persona umana è giusta. Quella che degrada la persona umana è ingiusta. Tutti gli statuti segregazionisti sono ingiusti perché la segregazione altera l’anima e danneggia la persona…. Una legge ingiusta è un codice che una maggioranza impone su una minoranza senza che anche la maggioranza ne sia vincolata. Questa è diversità legalizzata. D’altro canto una legge giusta è un codice che una maggioranza impone a una minoranza e che è vincolante per entrambe. Questa è uguaglianza legalizzata. Permettetemi di darvi un’altra spiegazione ancora. Una legge ingiusta è un codice applicato a una minoranza che non ha avuto la possibilità di discuterlo e di contribuirvi perché priva di un libero diritto di voto”.King credeva inoltre al valore della fratellanza umana. Negli ultimi anni prima del suo assassinio, elaborò una visione dei diritti civili che abbraccia l’intera umanità e che persegue la giustizia attraverso l’amore, al di là delle razze, delle religioni, delle nazionalità. Egli aveva colto l’interrelazione tra i popoli e tra le persone, e aveva capito che esistono problemi locali, questioni isolate. Tutti gli uomini, tutti i problemi sono tra loro collegati. Qualunque cosa si faccia, dovrebbe essere fatta con spirito di fratellanza internazionale, non di egoismo nazionale. Dovrebbe essere fatta non soltanto perché diplomaticamente utile, ma perché moralmente giusta. Sarebbe di beneficio per la democrazia, spiegava King, se una delle più grandi Nazioni del mondo, con quasi quattrocento milioni di abitanti, dimostrasse che è possibile fornire una buona qualità di vita a tutti senza piegarsi ad una dittatura di destra o di sinistra.Non c’è giustizia se non c’è giustizia per tutti.

 

 

NOTE

1 MAMMARELLA, Storia degli Stati Uniti dal 1945 ad oggi, Roma-Bari, 1993, pp. 225-229. Le aumentate disponibilità al consumo dei neri creavano una naturale pressione nei confronti di quelle strutture dirette a isolarli dai bianchi, che costituivano il sistema segregazionista.

2 Ancora nel 1957, in undici Stati del Sud, solo il 25% della popolazione nera in età di voto era iscritta nelle liste elettorali e milioni di neri erano esclusi dall’acceso alle urne. Negli altri Stati dell’Est, del Middle-West e dell’Ovest, dove non esisteva la legislazione segregazionista, permanevano forti discriminazioni razziali: i neri ricevevano salari inferiori a quelli dei bianchi per lo stesso tipo di lavoro; erano esclusi dalle attività specializzate, da alcuni sindacati di categoria, erano confinati nei ghetti da regolamenti municipali diretti a emarginarli e quando riuscivano a uscirne e ad affittare o ad acquistare nei quartieri dei bianchi si trovavano fatti segno a discriminazioni che arrivavano fino all’uso della violenza.

3 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama, Torino 2010, p. 101.

4 Cfr. Brown et Al. c/ Board of Education of Topeka et Al. (Brown a altri contro l’ufficio scolastico di Topeka e altri), sentenza 347 U.S. 483. E’ una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, pubblicata il 17 maggio 1954, che ha dichiarato incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche. Una sentenza complementare sullo stesso caso fu pubblicata il 31 maggio 1955 (349 U.S. 294): le due sentenze sono, per questo motivo, anche citate come Brown I e Brown II. Questa sentenza è senza dubbio la più importante delle decisione della Corte Warren. In dottrina, BALKIN (a cura di), What Brown v. Board of Education should have said, New York University Press, 2003.

5 In realtà la Corte Suprema, sotto la guida di Warren dal 1953, era destinata a diventare per un quindicennio uno dei più efficaci veicoli di rinnovamento civile in America, sostenendo con grande determinazione la causa dei diritti umani e dell’uguaglianza razziale e adottando una lunga serie di provvedimenti liberalizzatori. MAMMARELLA, Storia degli Stati Uniti dal 1945 ad oggi cit., pp. 225-229.

6 ANDERSON, Martin Luther King, Padova, 2006.

7 KING, I have a dream. L’autobiografia del profeta dell’uguaglianza (a cura di C. CARSON), Milano, 2009, p. 15 ss.

8 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama cit., p. 106.

9 Quell’anno, addirittura, una bomba venne buttata nel portico della sua casa a Montgomery; la moglie Coretta e la figlioletta non restano ferite.

10 M. L. KING, “Give Us the Ballot”, 17 May 1957, Washington, D.C.

11 Quando King pubblica il libro “Stride Toward Freedom: The Montgomery Story”, mentre sta firmando le copie del libro in una libreria viene pugnalato da una squilibrata.

12 Cfr. Cap. II del presente lavoro.

13 BIDUSSA (a cura di), I have a dream: Martin Luther King, John F. Kennedy, Yitzhak Rabin, Yassir Arafat e altri grandi uomini del Novecento, Milano 2010.

14 Il killer fu arrestato a Londra circa due mesi più tardi: si chiamava James Earl Ray, ed aveva già dei precedenti per rapina, alcolismo e spaccio di dollari falsi. Al processo fu condannato a novantanove anni di reclusione, ma, qualche anno dopo, riuscì ad evadere. Dopo essere stato catturato nuovamente, rivelò che non era stato lui ad uccidere Martin Luther King, sostenendo di sapere chi fosse il vero colpevole. Venne accoltellato la notte seguente nella cella in cui era rinchiuso.

15 Attualmente sono conservati ad Atlanta, nell’Archives of  The Martin Luther King, Jr. Center for Nonviolent Social Change.

16 M. L. KING, Discorso pronunciato in occasione del ritiro del Premio Nobel, 10 Dicembre, Oslo, 1964.

17 Così King concludeva il suo discorso: “penso che Alfred Nobel saprebbe quello che voglio dire quando dico che accetto questo premio con lo spirito di un custode di qualche prezioso gioiello di famiglia che egli ha in consegna per fiducia dei suoi proprietari: tutti quelli a cui la fiducia è considerata la cosa più bella e nei cui occhi la bellezza di un’autentica fratellanza e pace è più preziosa dei diamanti, dell’argento o dell’oro. Grazie”.

18 NASO (a cura di), Il sogno e la storia. Il pensiero e l’attualità di Martin Luther King (1929-1968), Torino, 2007

19 M. L. KING, Pellegrinaggio verso la non violenza, in “Christian Century”, n. 77, 13 aprile 1960.

20 “Non ritengo inoltre che la posizione pacifista sia senza peccato, ma che sia, in queste circostanze, il male minore. Sono convinto che la Chiesa non può restare in silenzio mentre il genere umano affronta la minaccia di essere spinto nell’abisso dell’annientamento nucleare. Se la chiesa è fedele alla sua missione, deve porre termine alla corsa alle armi”. M. L. KING, Il sogno della non violenza. Pensieri, Milano, 2006.

21 LAVINA, Serpente e colomba. La ricerca religiosa di Martin Luther King, La Città del Sole, 1994.

22 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama cit., p. 109.

23 Karl Paul Reinhold Niebuhr (1892-1971) è stato un teologo protestante statunitense. È conosciuto soprattutto per i suoi studi sulla possibilità di collegare la fede cristiana al realismo della politica e della diplomazia moderna. Ha contribuito in maniera importante al moderno concetto di guerra giusta.

24 “Più osservavo le tragedie della storia e la deplorevole inclinazione dell’uomo a scegliere la via piu semplice, più comprendevo la profondità e la forza del peccato. La lettura delle opere di Reinhold Niebuhr mi rese consapevole della complessità dei motivi umani e della realtà del peccato ad ogni livello dell’esistenza dell’uomo. Inoltre giunsi a riconoscere la complessità del coinvolgimento sociale dell’uomo e la palese realtà del peccato collettivo. Giunsi a capire che il liberalismo era stato troppo tenero nei confronti della natura umana e che si volgeva verso un falso idealismo. Giunsi anche a vedere che il superficiale ottimismo del liberalismo sulla natura umana portava a sottovalutare il fatto che la ragione è offuscata dal peccato. Più pensavo alla natura umana più constatavo che la nostra tragica inclinazione al peccato fa sì che razionalizziamo le nostre azioni. Il liberalismo non vedeva che la ragione, da sola, è poco più che uno strumento per giustificare le modalità autodifensive dell’uomo. Priva della forza purificatrice della fede, la ragione non potrà mai liberarsi dagli stravolgimenti del pensiero e dalle razionalizzazioni”. BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama cit., p. 110.

26 M. L. KING, Lettera da una prigione di Birmingham, testo scritto il 16 aprile 1963, a Birmingham, durante la prigionia per aver partecipato a dimostrazioni per i diritti civili.

27 “Tutti gli statuti segregazionisti danno a colui che segrega un falso senso di superiorità e al segregato un falso senso di inferiorità. Per servirci delle parole di Martin Buber, il grande filosofo ebreo, la segregazione sostituisce la relazione «io-esso» a quella «io-tu», e finisce per relegare le persone allo stato di cose. Quindi la segregazione non è solo malsana politicamente, economicamente e sociologicamente, ma è anche moralmente sbagliata e peccaminosa. Paul Tillich ha detto che peccato è separazione. Forse che la segregazione non è l’espressione esistenziale di una tragica separazione tra gli uomini, l’espressione di un tremendo straniamento, di una terribile condizione di peccato? Per questo posso chiedere che si disubbidisca alle ingiunzioni segregazioniste perché esse sono moralmente errate”

TO BE CONTINUED …

THNKS

 

L’orrore in Paradiso

E’ quasi impossibile da credere, ma una quindicenne vittima di stupro è stata condannata a ricevere 100 frustate in pubblico! Dobbiamo mettere fine a questa follia colpendo il governo delle Maldive nel suo punto debole: l’industria del turismo.

 

Il patrigno della ragazza è accusato di averla stuprata per anni, uccidendo anche il figlio che aveva dato alla luce. Ora il tribunale dice che dovrà essere frustata per “sesso fuori dal matrimonio” con un altro uomo, di cui non si è saputo neppure il nome! Waheed, il presidente delle Maldive, sta già cominciando ad accusare la pressione globale; ora possiamo spingerlo a graziare la ragazza e a cambiare la legge, per impedire che altre vittime vadano incontro allo stesso crudele destino. È questo l’unico modo modo in cui possiamo mettere fine a questa guerra alle donne: facendoci sentire ogni volta che accadono fatti del genere.

 

Il turismo rappresenta i maggiori introiti per i benestanti delle Maldive, inclusi molti ministri del governo. Facciamo crescere una petizione da un milione di firme rivolta al presidente Waheed questa stessa settimana e creando una seria minaccia alla reputazione delle isole con pubblicità shock su riviste di viaggio e online, finché non agirà per salvare la ragazza e abolirà questa legge vergognosa. Firma e inoltra quest’email ora, per raggiungere un milione di firme:

http://www.avaaz.org/it/maldives_global/?btpTDab&v=23532

 

Le Maldive sono un paradiso per i turisti ma non è sempre così per le donne che ci vivono. Ci sono paesi con una interpretazione anche più rigida della legge islamica della sharia ma nelle Maldive donne e bambine vengono abitualmente punite con frustate se ritenute colpevoli di sesso extraconiugale. I rapporti sessuali prima del matrimonio sono illegali, ma nonostante coinvolgano sempre un uomo e una donna, il 90% delle persone punite sono donne! E mentre è sconvolgente che una donna su tre, tra i 15 e i 49 anni, abbia subito violenza fisica o sessuale negli ultimi tre anni non è stato condannato alcuno stupratore.

 

Vincere questa battaglia può aiutare donne in tutto il mondo: proprio ora infatti il governo delle Maldive si è candidato per un incarico di primo piano sui diritti umani all’ONU, con un programma di tutela dei diritti delle donne! Il presidente Waheed ha chiesto al procuratore generale di fare ricorso sulla sentenza della quindicenne. Ma non è abbastanza. Gli estremisti all’interno del paese lo possono forzare ad accantonare ulteriori riforme se l’attenzione internazionale calerà. Diciamo alle Maldive che perderanno la loro reputazione di romantica attrazione turistica se non agiranno subito per difendere i diritti umani e quelli delle donne.

 

Se saremo in molti a far sentire la nostra voce, potremo spingere il presidente Waheed e i membri del parlamento a contrastare gli estremisti. Il presidente sta già spingendo affinché sia presa un’iniziativa su questa tragica e vergognosa faccenda: approfittiamo di questo momento per prevenire altre terribili ingiustizie contro donne e bambine. Firmate la petizione e fate girare quest’email quanto più possibile:

http://www.avaaz.org/it/maldives_global/?btpTDab&v=23532

Quando alcuni casi estremi accendono le coscienza pubblica globale è fondamentale farci sentire, che siano gli USA, l’India o le Maldive. I membri di Avaaz hanno combattuto molte battaglie contro questa guerra globale alle donne. Abbiamo aiutato a proteggere una giovane donna che ha coraggiosamente denunciato il suo stupro in Afghanistan; abbiamo lottato al fianco delle donne in Honduras contro una legge che le avrebbe condannate al carcere se avessero assunto la pillola del giorno dopo. Questo è il momento di stare al fianco delle donne delle Maldive.

 

Con speranza e determinazione,

Jeremy, Mary, Alex, Nick, Ricken, Laura, Michelle e tutto il team di Avaaz

 

ULTERIORI INFORMAZIONI

Sentenza choc alle Maldive condannata a 100 frustate 15enne (ANSA)
http://wwww.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/02/28/Sentenza-choc-nelle-Maldive-15-enne-condannata-100-frustrate_8325740.html

Stuprata per anni dal patrigno, 15enne condannata a 100 frustate (Il Corriere della Sera)
http://www.corriere.it/esteri/13_febbraio_28/maldive-15enne-frustata_964c6eae-81d1-11e2-aa9e-df4f9e5f1fe2.shtml

Maldive: minorenne stuprata dal padrino rischia le frustate (Amnesty International Italia)
http://www.amnesty.it/news/maldive-minorenne-stuprata-dal-padrino-rischia-frustate

Maldive: stuprata dal patrigno e condannata a cento frustate (Il Giornale)
http://www.ilgiornale.it/news/esteri/maldive-stuprata-patrigno-e-condannata-cento-frustate-891116.html

 

 

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