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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

Cosa penso della categoria ‘popolazione’

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“La pace non è un sogno: può diventare realtà; ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare”.

 

Questa è la somma eredità spirituale che ci ha lasciato Nelson Mandela, spentosi il 5 dicembre u.s., all’età di 95 anni, di cui ben 27 trascorsi nelle prigioni del regime razzista sudafricano, prima della liberazione dall’apartheid e dell’elezione a Presidente della Repubblica del suo amato Paese.

“Un giorno sarò il primo presidente nero del Sudafrica”. Questo era il suo grande sogno per il bene del suo popolo che ha saputo coltivare per tutta la vita, anche durante la lunga prigionia, insegnando alla sua gente e all’intera umanità, l’arte di sognare e di lottare per i diritti civili.

Lo ha fatto usando l’arma della propria sofferenza e del dialogo per riempire con i più nobili valori dell’eguaglianza e della giustizia sociale, il vuoto morale e interiore che sta soffocando la nostra decadente civiltà, sempre più indifferente, fondata sulla logica del profitto e della sopraffazione. 

 

La più alta testimonianza dell’impegno politico-sociale di Mandela si ritrova proprio nel discorso pronunciato alla Corte di fronte ai suoi aguzzini:Sono pronto a pagare la pena anche se so quanto triste e disperata sia la situazione per un africano in un carcere di questo paese… Più potente della paura per l’inumana vita della prigione è la rabbia per le terribili condizioni nelle quali il mio popolo è soggetto fuori dalle prigioni… non ho dubbi che i posteri si pronunceranno per la mia innocenza e che i criminali che dovrebbero essere portati di fronte a questa corte sono i membri del governo. Questa stoica resistenza in carcere (27 anni) rese noto Mandela alla opinione pubblica internazionale divenendo simbolo della lotta alla segregazione razziale e paladino dei diritti civili.

 

Nel 1964 viene condannato all’ergastolo per cospirazione e sabotaggio, secondo la prassi repressiva del Sudafrica dell’epoca, dove gli attivisti per l’uguaglianza razziale rischiavano anche la vita, come accadde nel 1977 a Steve Biko, per poi, una volta liberato, nel 1990, collaborare assieme all’allora presidente Frederik Willem de Klerk, ad una serie di misure volte ad abolire il regime d’apartheid.

 

Madiba, infatti, nel 1952, a Johannesburg, fondò insieme all’amico e già compagno di studi Oliver Tambo il primo studio legale in Sudafrica, gestito esclusivamente da avvocati di colore e con ovvio riguardo per le questioni della popolazione africana. Il successo, proprio in termini di richieste e clienti che si presentavano presso lo studio, fu straordinario.

Mandela racconta nella propria autobiografia (“A long walk to freedom”, 1995): “Non eravamo gli unici avvocati Africani in Sudafrica, ma eravamo l’unico studio di avvocati Africani. Per gli Africani rappresentavamo la prima scelta e l’ultima risorsa. Per raggiungere i nostri uffici ogni mattina dovevamo passare attraverso una folla di persone stanziata nell’atrio, sulle scale e nella nostra piccola sala d’aspetto.”

Come sottolinea più avanti, infatti, “gli Africani erano disperati per aiuto legale riguardo ai luoghi pubblici: era un crimine camminare attraverso una porta per soli Bianchi, un crimine viaggiare su un autobus per soli Bianchi, un crimine bere da una fontana per soli Bianchi, un crimine passeggiare su una spiaggia per soli Bianchi, un crimine trovarsi in strada dopo le undici di sera, un crimine avere la firma sbagliata su quel libro, un crimine essere disoccupato e un crimine lavorare nel posto sbagliato, un crimine abitare in certi posti e un crimine non avere alcun posto dove abitare. Ogni giorno ascoltavamo uomini anziani raccontarci che generazione dopo generazione la loro famiglia aveva lavorato un’incolta porzione di terreno e ora ne venivano sfrattati. Ogni settimana ascoltavamo donne anziane raccontarci che facevano fermentare la birra per incrementare i propri minuscoli guadagni e che adesso rischiavano il carcere o multe che non sarebbero state in grado di pagare. Ogni settimana ascoltavamo persone raccontarci di aver vissuto per decadi nella stessa casa soltanto per scoprire che adesso era stata dichiarata area per soli Bianchi e dovevano abbandonarla senza alcun compenso. Ogni giorno ascoltavamo e vedevamo migliaia di umiliazioni che gli Africani erano costretti a subire ogni giorno della loro vita”.

 

Da allora, “Madiba”, come viene chiamato con affetto in ricordo del nome del clan Xhosa, etnia sudafricana di cui faceva parte, conquistò un posto di riguardo nel cuore dei propri concittadini come “padre della nazione” e del mondo intero in quanto uomo di eccezionale indomito coraggio, capace di riportare speranza, democrazia ed uguaglianza in un paese lacerato dall’odio razziale e dalle divisioni interne. Se a tutti questi casi elencati dal premio Nobel per la Pace sommiamo anche il fatto che, come egli stesso ricorda, i vari studi legali dell’epoca si approfittavano in maniera scandalosa dei clienti di colore imponendo loro parcelle esorbitanti, di gran lunga superiori a quelle dei clienti bianchi più facoltosi, l’opera sociale e civile dei due avvocati fu più che significativa, oltre che pionieristica, come è quella che, oggi, nel nostro piccolo, affrontiamo in Italia, da oltre 25 anni, grazie ad altri coraggiosi Avvocati senza Frontiere, che ogni giorno si scontrano ad armi impari con l’arroganza del potere e la corruzione della magistratura di regime.

 

Nelson Mandela va quindi considerato, a pieno titolo, uno dei primi Avvocati senza Frontiere, con la A maiuscola, che ha saputo coniugare la professione forense con la creazione di valore per il bene dei soggetti più deboli e il progresso della Civiltà.   

 

Nell’autobiografia, Mandela, spiega il motivo della propria decisione d’intraprendere la carriera forense quando si sofferma a parlare di ciò che lo studio legale “Mandela e Tambo” era giunto a rappresentare per le donne e gli uomini di colore. “Era un posto dove potevano venire e trovare un orecchio comprensivo e un alleato competente, un posto dove non sarebbero stati né scacciati né truffati, un posto dove potevano finalmente sentirsi orgogliosi di essere rappresentati da uomini della propria carnagione. Questo è il motivo per cui ho deciso fin dall’inizio di diventare avvocato, e il mio lavoro spesso mi faceva sentire di aver fatto la scelta giusta”.

 

E’ per queste ragioni che sentiamo “Madiba” uno dei più grandi Avvocati senza Frontiere!

 

Ci congediamo con le parole con cui termina l’autobiografia di Nelson Rolihlahla Mandela da dietro le sbarre di Robben Island:

«Quando sono uscito di prigione, questa era la mia missione, liberare sia gli oppressi che l’oppressore. Qualcuno dice che lo scopo è stato raggiunto. Ma io so che non è questo il caso. La verità è che noi non siamo ancora liberi; abbiamo soltanto conquistato la libertà di essere liberi, il diritto a non essere oppressi. Non abbiamo ancora l’ultimo passo del nostro viaggio, ma il primo di un lungo e anche più difficile cammino. Per essere liberi non basta rompere le catene, ma vivere in un modo che rispetti e accresca la libertà degli altri. Il vero test della nostra fedeltà alla libertà è solo all’inizio. Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà. Ho cercato di non vacillare; ho compiuto passi falsi. Ma ho scoperto il segreto che dopo aver scalato una collina, si capisce che ce ne sono ancora molte altre da scalare. Mi sono preso un momento di riposo, per dare un’occhiata alla vista che mi circonda, per guardare indietro alla strada che ho fatto. Ma posso riposare solo per un momento, perché con la libertà vengono anche le responsabilità, e mi preoccupo di non indugiare, perché il mio lungo cammino non è ancora finito.”

a cura di: Ander Maglica

 

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http://www.youtube.com/watch?v=XL7M3ykTci0

 

 

A 50 anni dalla morte di Kennedy si analizza un nuovo volto del presidente. J.F. Kennedy come difensore dei diritti civili


E’ da poco passato il cinquantesimo anniversario della morte di John F. Kennedy, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti dal 20 gennaio 1961 al 22 novembre 1963, data del suo storico assassinio a Dallas, in Texas.

Egli, oltre che per le vicende della guerra fredda, è ricordato per essere stato un grande paladino dei diritti civili, in particolar modo della componente afroamericana, che, proprio in quegli anni, incominciava a far sentire la propria voce con esponenti di rilievo quali Martin Luther King.

Risale infatti alla sua presidenza l’episodio dell’11 giugno del 1963, quando i primi studenti afroamericani riuscirono ad iscriversi nell’università d’Alabama. Questo stato, così come tutti gli altri nel sud degli Stati Uniti, all’epoca era ancora contraddistinto da una forte componente razzista. Nella zona meridionale, infatti, godevano di grande attenzione associazioni quali il Ku Klux Klan e le riforme contro la segregazione degli afroamericani trovavano sempre grande difficoltà di messa in atto, in opposizione ai più progressisti stati settentrionali.

L’episodio in questione ottenne subito notevole risalto presso l’opinione pubblica per la resistenza e l’opposizione che suscitò non solo nella popolazione locale non di colore, ma soprattutto nello stesso  presidente dello stato, George Wallace. Costui arrivò a porsi sulla porta d’ingresso dell’università in modo da impedire loro il passaggio, giustificando tale intervento con l’autonomia del proprio singolo stato rispetto alle decisioni federali.

Fu dunque fondamentale in questo frangente l’intervento diretto di Kennedy. Questi, venuto a conoscenza dei fatti, prima chiamò Wallace e gli intimò di non opporre ulteriore resistenza. Dopodichè, attraverso un decreto, rese l’esercito dell’Alabama federale, ponendolo pertanto sotto il proprio comando diretto. Scortati dai militari, i due studenti, Vivian Malone e James Hood, poterono quindi, finalmente, fare il loro ingresso nell’università e iscriversi ad essa, avvenimento per il quale avevano dovuto attendere ben due anni, nonostante  fosse un loro diritto moralmente e legalmente sancito.Nello stesso giorno, Kennedy informò attraverso un messaggio radiotelevisivo la nazione e il resto del mondo del significativo avvenimento.

 

La straordinarietà di tale fatto è dovuta non solo all’unicità del gesto e all’esempio che poi costituì per i casi futuri, ma anche in quanto affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Si trattò, infatti, di preservare sia il diritto allo studio di due studenti che di determinare l’uguaglianza tra persone di diverso colore.

Forse in epoca attuale, in cui è comune vedere classi con studenti di varie etnie e classi sociali e in cui lo studio più che un diritto, almeno per quanto riguarda l’istruzione obbligatoria, non di rado è considerato quasi un dovere, ciò può sembrare naturale, tuttavia all’epoca non lo era e, se le cose sono cambiate e ci appare in tal senso, lo si deve certamente a singoli avvenimenti quali quello dell’11 giugno 1963 nell’università d’Alabama.

 

http://www.jfklibrary.org/JFK/Historic-Speeches/Multilingual-Address-to-the-Nation-on-Civil-Rights/Multilingual-Address-to-the-Nation-on-Civil-Rights-in-Italian.aspx

 

 

A cura di: Ander Maglica

 

GRECIA E’ CRISI NERA

IL TERZO MONDO E’ SEMPRE PIU’ VICINO

 

 

NEONATI DENUTRITI PERCHE’ I GENITORI NON SONO PIU’ IN GRADO DI ALIMENTARLI A SUFFICIENZA

 

BAMBINI CHE IN CLASSE ARRIVANO SENZA IL PRANZO E DICONO DI ESSERSELO DIMENTICATO E INSEGNANTI CHE CERCANO DI RIMEDIARE DISPERATAMENTE DI RIMEDIARE CIBO PER I LORO ALUNNI CHE FANNO LA FAME

 

INTANTO NEGLI OSPEDALI I PAZIENTI CHE PAGANO LE BUSTARELLE AI MEDICI PUR DI ESSERE CURATI, E LE GRANDI CASE FARMACEUTICHE INIZIANO A SOSPENDERE LA RIFORNITURA DI FARMACI

 

L’INCHIESTA DI SERVIZIO PUBBLICO E IL RACCONTO DELLA CRISI NERA GRECA VICINA AL FALLIMENTO.


http://www.free-italy.info/2012/02/grecia-e-crisi-nerabambini-e-suicidi.html

Cairo, 20 febbraio 2012

Corteo di “maschi” contro le nuove leggi a favore delle donne

 

Kabul 
Afghanistan, 
16 febbraio 2012

Velo obbligatorio e meno trucco. Stretta in stile talebano per le donne sulle tv afghane.
“Le anchorwomen – ha spiegato il ministero dell’Informazione e della Cultura – sono tenute al rispetto dei valori islamici”

 

Iran, 15 febbraio 2012

Abolita di fatto in Iran la pena prevista per le donne adultere. A renderlo noto è il sito Khabaronline.
La lapidazione – si spiega- è scomparsa dal codice penale appena passato al vaglio del Consiglio dei Guardiani

 

Siria, 8 febbraio 2012

Contrabbandare la speranza in Siria

https://secure.avaaz.org/

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