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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

Cosa penso della categoria ‘Lavoro’

Attrice, doppiatrice, scrittrice mostra tutta la forza della sua vita.

Tutti conosciamo Anna Marchesini, ha appena compiuto 60 anni, è malata, ha l’artrite reumatoide, e non ha problemi a dirlo. Sembra un attacco molto severo al suo corpo che però  non logora il suo stato vitale anzi lo rafforza e probabilmente lo sublima. Un grande esempio di donna creativa e dinamica, un grande esempio di “Arte Dell’Umanità!”. Anna sempre vince perché è spontanea, pone se stessa di fronte ad una realtà insopportabile e lo fa con una lucidità che a tratti spaventa. Forza alcune corde nella sua confessione (Amo a tal punto la vita, che parlo di morte) e non si può fare altro che stare lì ad osservarla con ammirazione, perché quella testa alta ci inorgoglisce come esseri umani, ci da la possibilità di pensare che siamo capaci, per natura, ad ambire alla sua serenità. Nella trasmissione “Che tempo  che fa” di Fabio Fazio parla di vita, di morte, di verità e talento, di invisibile …

 

Il link

http://www.youtube.com/watch?v=z9uuPtqNtek

p.s. Questa donna ora, nel 2013, scive e pubblica il nuovo libro  “Moscerine” e l’anno prossimo reciterà in vari teatri, portando in scena “Da sola”.

 

 

 

Ex lavoratori ThyssenKrupp Torino

 

Esprimiamo profondo cordoglio per la tragica scomparsa del Presidente Ugo Chavez Frias: un uomo che per tutta la vita si è speso per l’avanzamento del socialismo nel Venezuela e in tutto il Sud America, rappresentando un modello alternativo possibile (e anzi necessario) al capitalismo imperialista che ha fatto sprofondare l’Umanità nella peggiore crisi sociale, economica e culturale dal Dopoguerra ad oggi.

 

La nostra battaglia non è solo per la sicurezza nei luoghi di lavoro, per un lavoro sicuro e dignitoso.

 

E’ la lotta per affermare la costruzione di una società nuova, quella socialista che, in Venezuela, su impulso del Presidente Chavez e grazie all’apporto di milioni di venezuelani, pur tra mille difficoltà, ha gettato le basi per il miglioramento delle condizioni di vita degli oppressi e degli sfruttati e costituisce oggi la possibilità reale di una vita migliore per milioni di persone non solo in Venezuela ma, grazie al suo esempio, anche in altri Paesi di tutto il mondo.

 

La lotta intrapresa dal Venezuela sulla via del socialismo è un faro che illumina di speranze l’umanità in questa epoca difficile.

Ugo Chavez vive nelle lotte di tutti coloro che si battono per una società in cui i morti sul lavoro, lo sfruttamento e l’oppressione siano una barbarie del passato.

 

Torino, 6 marzo 2013

Ex lavoratori ThyssenKrupp Torino

 

Tribunale Di Torino
Thyssen, pena ridotta in appello a 10 anni

 

L’attesa dei parenti delle vittime della Thyssen per la lettura della sentenza del processo d’Appello in Tribunale a Torino.

La corte non ha riconosciuto l’omicidio volontario per la morte dei 7 operai. I parenti occupano l’aula: «Maledetti»

 

E’ stata ridotta a dieci anni la pena per l’amministratore delegato della Thyssen, Herald Espenhahn, per il rogo che nel 2007 costò la vita a sette operai. In primo grado era stato condannato a 16 anni e mezzo di carcere. La sentenza è stata emessa nel processo d’appello dalla Corte di Torino. Dopo la lettura, le famiglie delle vittime hanno occupato l’aula del Palazzo di Giustizia. “Maledetti”, hanno poi gridato contro la difesa.
“Non ci fu dolo”: pene ridotte ai sette imputati – Sono state ridotte a tutti gli imputati le condanne inflitte in primo grado al processo Thyssenkrupp perché “non ci fu dolo”.

 

Le pene variano dai 9 ai 7 anni di reclusione. La riduzione per l’amministratore delegato Herald Espenhahn è dovuta alla cancellazione dell’omicidio volontario: per la Corte si è trattato di omicidio colposo con colpa cosciente.

 

Madre di una vittima: “Pronta a morire qui” – “Se vogliono portarmi via, mi porteranno via con la forza. Qualcuno da Roma, qualche pezzo grosso, qualche ministro, deve venire qui e spiegarci il motivo di questa sentenza vergognosa”. Lo ha detto la signora Rosina, madre di uno degli operai morti nel rogo alla Thyssenkrupp, dall’interno della maxi aula 1 del Palazzo di Giustizia, dove è rimasta insieme a un’altra quindicina di persone. “Sono pronta a morire qui dentro”.

 

La rabbia dei parenti delle vittime – “Non lo accetto mio fratello e altri sei ragazzi sono morti e queste pene sono troppo basse”, ha affermato una ragazza. Nell’aula sono entrati i carabinieri. Una donna ha lanciato insulti contro gli avvocati difensori. Dal pubblico fanno eco: “Questa è la giustizia italiana, che schifo”. L’ex operaio e sindacalista, Ciro Argentino, grida vergogna e lancia accuse all’indirizzo del vicesindaco di Torino, Tom Dealessandri “che ha garantito alla Thyssenkrupp lo scivolo degli operai per non avere il processo”.

Il pm Guariniello: “Speravamo nel dolo, ma va bene così” – “Speravamo nel dolo eventuale. E’ stata riconosciuta la colpa cosciente ma noi avevamo posto ai giudici una domanda: quanto vale la vita di un uomo? La risposta è stata 10 anni. Non ne sono mai stati dati tanti”. Così il procuratore Raffaele Guariniello commenta la sentenza d’appello per il rogo alla Thyssenkrupp che ha ridotto le pene per i sette imputati. “E’ un messaggio alle imprese: devono fare prevenzione. Altrimenti arrivano condanne che non sono coperte dalla condizionale”, ha concluso.

 

Azienda: sentenza riformata, ora in Cassazione – “Il verdetto ha riformato in maniera significativa la sentenza di primo grado”. Lo afferma in una nota la ThyssenKrupp Ast, annunciando che gli imputati e la stessa azienda “ricorreranno in Cassazione per ottenere il pieno riconoscimento delle tesi difensive presso la Suprema Corte”. Secondo la Thyssen, nella sentenza d’appello “è stata accolta la tesi difensiva, che ha portato al riconoscimento dell’insussistenza del reato di omicidio volontario plurimo con dolo eventuale nonché la riduzione della pena per tutti gli imputati”. Verrà restituita la linea 5 dello stabilimento. La sentenza della Corte d’Assise d’Appello ha infatti disposto il dissequestro della linea.

 

http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/articoli/1083926/processo-thyssenkrupp-pene-ridotte-in-appello.shtml

http://www.corriere.it/cronache/13_febbraio_28/thyssen-pena-ridotta-appello_d4255436-8193-11e2-aa9e-df4f9e5f1fe2.shtml

Monday, 20 February 2012

Syrian activist Razan Ghazzawi is freed

by authorities for a second time

 

Syrian authorities have freed prominent blogger Razan Ghazzawi, along with six other female activists arrested last week during a security raid on the Syrian Centre for Media and Freedom of Expression, located in central Damascus and headed by rights activist Mazen Darwish.

It was her sister Nadine who confirmed the news on Twitter: “@NadineGhazzawi: #FreeRazan #Syria Sister is home…but she can’t leave the country anymore…they won’t allow her”.

The arrest is yet another sign of the efforts deployed by the government to crack down on bloggers and activists and to put out all social media platforms supporting the revolution.

The women were released late Saturday, while other male activists from the same group, including Darwish, remain in custody.

Razan and the other women were ordered to report to the police on daily basis in order to pursue their interrogation. According to human rights lawyer Anwar Bunni, the authorities are investigating the sources of information used by the center, as well as its origin of funding.

Since the start of the Syrian uprising, nearly a year ago, Razan, an English literature graduate from Damascus University, has been arrested (and freed) twice, becoming a symbol of the opposition to the Assad’s regime. Her first arrest last December took place by the border while on her way to attend a conference in Jordan.

The U.S.-born Syrian blogger is known for her fierce criticism of the Syrian government, mostly expressed on her blog Razaniyyat (razanghazzawi.com),
and via her twitter account @RedRazan.

Ghazzawi currently works at the Syrian Centre for Media and Freedom of Expression where she was reportedly arrested last week. Many believe the blogger was released (twice) thanks to propagated media and online campaigns that drew attention to her situation and possibly because she carries a U.S. passport as well.

In one of her latest blog posts Razan wrote: “People who do not live in a country that is living a revolution may not know that time, is revolutionaries’ biggest enemy.”

 

http://english.alarabiya.net/articles/2012/02/20/195939.html

 

Pakistan makes domestic violence a criminal offence

 

Pakistan’s Senate on Monday passed a bill that makes violence against women and children an offence carrying jail terms and fines, state media said.

The Domestic Violence (Prevention and Protection) Bill was introduced by Senator Nilofar Bakhtiar and passed unanimously by the upper house of the federal parliament, Pakistan Television reported.

The law was already passed unanimously in the National Assembly, the lower house of parliament, in August 2009. It will come into effect after President Asif Ali Zardari signs it into legislation.

Those found guilty of beating women or children will face a minimum six months behind bars and a fine of at least 100,000 rupees ($1,100).

Besides children and women, the bill also provides protection to the adopted, employed and domestic associates in a household.

The law classifies domestic violence as acts of physical, sexual or mental assault, force, criminal intimidation, harassment, hurt, confinement and deprivation of economic or financial resources.

Previously, if a man beat his wife or children, police could not arrest him and it was considered a domestic affair.

Human rights groups say Pakistani women suffer severe discrimination, domestic violence and so-called “honor” killings — when a victim is murdered for allegedly bringing dishonor upon her family.

They say that women are increasingly isolated by spreading Islamist fundamentalism in Pakistan, where the Taliban threaten parts of the northwest.

 

http://english.alarabiya.net/articles/2012/02/20/195970.html

 

Monday, 06 February 2012

Premio Makwan all’attivista egiziano Hamby Al Azazy


Il Premio Makwan 2011 è stato assegnato all’attivista egiziano Hamdy Ahmed Al-Azazy, presidente della ONG New Generation Foundation for Human Rights di Arish (Nord del Sinai, Egitto), votato dagli attivisti del Gruppo EveryOne e dagli operatori umanitari scelti per votare i difensori dei diritti umani che in tutto il mondo si sono distinti per il loro coraggio e i loro risultati.

Hamdy Ahmed Al-Azazy, da anni si dedica all’assistenza dei profughi, in particolare ai sub sahariani che si trovano nelle carceri e negli ospedali, battendosi inoltre, alla tutela dei loro diritti.

Il Premio Makwan per i Diritti Umani, che è dedicato alla memoria del ventunenne gay Makwan Moloudzadeh, impiccato il 5 dicembre 2007 in Iran, è un riconoscimento assegnato ogni anno a persone, enti o organizzazioni che si sono distinte per azioni o progetti a tutela dei diritti fondamentali degli individui, dei gruppi sociali e dei popoli.

Questa la motivazione data dalla giuria: “Negli ultimi anni Hamdy Al Azazy si è impegnato per contrastare i traffici di esseri umani e organi nel Sinai egiziano, opponendo le ragioni dell’umanità al tragico fenomeno dei rapimenti di profughi in fuga da crisi umanitarie, perpetrato da bande di predoni che operano ad Arish, Rafah, Gorah, Sheikh Zuweid e altre città del Sinai. Con la propria opera a tutela della vita dei migranti, Al-Azazy ha permesso nell’ultimo anno la liberazione di centinaia di profughi e, attraverso difficili azioni diplomatiche nei confronti delle autorità egiziane e internazionali, e dei capi-tribù beduini del Sinai, la riduzione della tratta di migranti e rifugiati, nonché della compravendita di organi umani”.

Insieme al Gruppo EveryOne, di cui la New Generation Foundation for Human Rights è partner, Hamdy ha cooperato con la CNN nella realizzazione del documentario Death in the Desert, andato in onda per la prima volta il 5 novembre 2011, che ha contribuito in misura decisiva a diffondere nel mondo le immagini e informazioni sul traffico di esseri umani e organi nel Sinai, inducendo le autorità egiziane e internazionali ad agire con una determinazione mai vista prima.

Hamdy Al-Azazy, che si occupa inoltre della preparazione e della sepoltura delle salme dei profughi che muoiono nei campi di prigionia gestiti dai trafficanti nel deserto al confine con Israele, spesso dopo aver subito l’espianto dei reni, ha subito minacce di morte e recentemente, anche grazie all’intervento dell’organizzazione Front Line Defenders è stato costretto a trasferirsi temporaneamente al Cairo per sottrarsi alle violenze di alcune bande criminali.

“Il premio assegnato da EveryOne si propone di segnalare alle Istituzioni egiziane e internazionali – dichiarano i presidenti Malini, Pegoraro e Picciau – la necessità di sostenere e tutelare la vita e l’opera umanitaria di Hamdy El-Azazy, che nonostante gli innumerevoli rischi continua ogni giorno, con coraggio e determinazione, a salvare vite umane, preservandone tante altre da gravi drammi umanitari”.

 

http://www.italnews.info/2012/02/06/premio-makwan-all%E2%80%99attivista-egiziano-hamby-al-azazy/

http://everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2012/2/5_Premio_Makwan_2010_a_Hamdy_Al-Azazy,_difensore_dei_profughi_nel_Sinai.html

Cairo, 20 febbraio 2012

Corteo di “maschi” contro le nuove leggi a favore delle donne

 

Kabul 
Afghanistan, 
16 febbraio 2012

Velo obbligatorio e meno trucco. Stretta in stile talebano per le donne sulle tv afghane.
“Le anchorwomen – ha spiegato il ministero dell’Informazione e della Cultura – sono tenute al rispetto dei valori islamici”

 

Iran, 15 febbraio 2012

Abolita di fatto in Iran la pena prevista per le donne adultere. A renderlo noto è il sito Khabaronline.
La lapidazione – si spiega- è scomparsa dal codice penale appena passato al vaglio del Consiglio dei Guardiani

 

Siria, 8 febbraio 2012

Contrabbandare la speranza in Siria

https://secure.avaaz.org/

Emirati Arabi Uniti, Mariam Al Safar

Cambia la visione e il ruolo della donna araba

 

 

– Dubai possiede la rete di metropolitane piu’ avanzata del mondo, con un sistema di guida automatico. Tuttavia i treni hanno bisogno di importanti operazioni manuali e di controllo. Mariam Al Safar e’ l’unica autista donna nel suo Paese, ma anche uno dei rari cittadini degli Emirati ad avere qualifiche per guidare le metro, vista anche l’alta percentuale di stranieri e di espatriati nel Paese e, di conseguenza, in ogni settore della vita lavorativa.

La 28enne è l’unica autista della capitale, che ha la metro più avanzata del mondo. Un progresso per il ruolo della donna negli Emirati Arabi.

”Il governo sta anche cercando di spingere la donna a gestire la propria vita e il proprio futuro, incoraggiandola ad entrare in differenti settori”, racconta con soddisfazione la stessa Mariam Al Safar. ”Mariam e’ una gran lavoratrice, e’ disposta a fare anche turni di notte”, racconta Faith Mutune, una collega della giovane autista.

 

http://city.corriere.it/2012/01/31/milano/protagonisti/la-prima-donna-guidarela-metropolitana-dubai-40226529967.shtml

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/protagonisti/2012/01/30/visualizza_new.html_71844636.html

una delle donne più emancipate

del mondo arabo-musulmano


 

http://it.wikipedia.org/wiki/Rania_di_Giordania

http://www.queenrania.jo/

uccisa in un attentato …

durante un comizio pre-elettorale

 

 

 

Dagli inizi al secondo mandato Benazir Bhutto era la figlia primogenita del deposto Primo Ministro pakistano Zulfiqar Ali Bhutto e di Begum Nusrat Bhutto, quest’ultima di origini curdo-iraniane. Il nonno paterno sir Shah Nawaz Bhutto era invece un sindhi, ed era stato una delle figure chiave del movimento indipendentista pakistano.

Effettuati gli studi intermedi in Pakistan, nel 1973 conseguì la laurea in scienze politiche presso l’università statunitense di Harvard. Si trasferì in seguito ad Oxford per studiare politica, filosofia ed economia presso il St Catherine’s College. Non ancora ventenne, divenne assistente del padre nel suo lavoro.

Tornata in Pakistan dopo gli studi universitari, subì gli eventi che condussero dapprima alla deposizione, quindi all’esecuzione di suo padre per volere del dittatore al potere, il generale Muhammad Zia-ul-Haq, e fu relegata agli arresti domiciliari. Quando, nel 1984, ottenne il permesso di tornare nel Regno Unito, divenne leader in esilio del Partito Popolare Pakistano (PPP), già presieduto dal padre.

La sua influenza sulla vita politica pakistana restò tuttavia limitata fino alla morte di Zia-ul-Haq (17 agosto 1988). Alle successive elezioni (16 novembre), il PPP ottenne la maggioranza relativa all’Assemblea Nazionale. Benazir entrò in carica come Primo Ministro il 2 dicembre, dopo la formazione della coalizione di governo, divenendo così, all’età di trentacinque anni, la persona più giovane ma anche la prima donna a ricoprire l’incarico in un paese musulmano contemporaneo.

Fu destituita nel 1990 dall’allora presidente della Repubblica dietro accuse di corruzione, e il PPP perse le elezioni tenutesi nell’ottobre dello stesso anno. Restò a capo dell’opposizione al governo di Nawaz Sharif, leader della Lega Musulmana-N, fino al 1993, quando una nuova consultazione decretò la vittoria del suo partito e l’inizio del suo secondo mandato da Premier. Tale mandato fu nuovamente segnato da accuse di corruzione – che colpirono anche il marito di Benazir, Asif Ali Zardari, oggetto di voci e in parte opinioni pubbliche come “Mister 10%” per le tangenti che avrebbe preteso dagli uomini d’affari (opinione che non si è mai scrollato di dosso nemmeno dopo l’assoluzione dall’accusa di riciclaggio da parte del Tribunale Svizzero) – che condussero a una seconda destituzione nel 1996. Dopo questa data e fino alla modifica della Costituzione da parte di Pervez Musharraf (2002) non poté ricandidarsi, essendo esclusa per legge la possibilità di un terzo mandato.
Rientro in Pakistan.

Trascorsi così otto anni in esilio volontario tra Dubai e Londra, il suo ritorno in patria per prepararsi alle elezioni nazionali del 2008 fu funestato il 18 ottobre 2007 da un attentato che causò 138 vittime e almeno 600 feriti[1]. Le esplosioni ebbero luogo a Karachi durante un corteo di sostenitori che accoglieva l’entrata dell’ex Primo Ministro nella città, subito dopo il suo arrivo all’aeroporto. Benazir Bhutto, su un camion blindato dal quale salutava i cittadini e sostenitori, rimase illesa.

Gran parte delle vittime presenti tra la folla erano membri del Partito Popolare Pakistano. Il giorno seguente l’ex Premier accusò il governo del presidente Pervez Musharraf di non aver preso provvedimenti preventivi affinché la strage, della quale era stato dato l’allarme da parte dei servizi segreti prima delle esplosioni, fosse scongiurata. Anche in mancanza di rivendicazioni da parte dei reali mandanti degli attacchi suicidi Benazir Bhutto dichiarò di essere certa che questi fossero avvenuti per mano di un gruppo di matrice talebana e sicuramente anche di un gruppo di seguaci dell’ex dittatore Muhammad Zia-ul-Haq, autore del golpe contro il governo del padre Zulfiqar Ali Bhutto. All’indomani della strage di Karachi, nel clima di tensione instauratosi, anche a causa delle operazioni militari fatte scattare dal governo nei confronti delle roccaforti talebane nel nord del paese[3], la Bhutto fu costretta agli arresti domiciliari che furono revocati solo grazie alle pressioni statunitensi.

Il 2 novembre 2007, venne trasmessa da un programma di approfondimento di Al Jazeera English, un’intervista rilasciata da Benazir Bhutto a Sir David Frost, uno dei più famosi giornalisti della BBC con quarant’anni di esperienza nell’intervistare personalità di primo piano. Dopo soli sei minuti di conversazione il giornalista domandò ragguagli circa la lettera che Benazir Bhutto – prima di ritornare in Pakistan – aveva inviata al presidente Pervez Musharraf. Nella risposta, pochi giorni dopo essere scampata al sanguinoso attentato del 18 ottobre, Benazir Bhutto elencò i nemici indicati al presidente, e tra questi citò un ufficiale dei servizi segreti pakistani che, disse, aveva avuto rapporti con Omar Sheikh, ossia colui che – disse la Bhutto – “ha assassinato Osama bin Laden”. Frost non sembrò cogliere la sensazionale rivelazione circa l’avvenuto omicidio di bin Laden e proseguì l’intervista lasciando cadere la questione. La BBC ritenne che si fosse trattato di un lapsus, tanto più che nei giorni seguenti la Bhutto rilasciò interviste parlando di Bin Laden come ancora vivo.

La Bhutto trovò la morte il 27 dicembre 2007 in un nuovo attacco suicida avvenuto al termine di un suo comizio a Rawalpindi, a circa 30 km dalla capitale Islamabad[9]. Nell’attentato morirono almeno 20 persone e altre 30 rimasero ferite. Gli attentatori, dopo aver sparato diversi colpi d’arma da fuoco contro la Bhutto, fecero esplodere una carica, forse da un attentatore suicida, vicino all’ingresso principale del luogo dove si erano radunate migliaia di persone per assistere al comizio. Trasportata immediatamente in ospedale, la leader pakistana dell’opposizione morì poco dopo a causa della gravità delle ferite riportate, in parte dovute anche al violento spostamento d’aria causato dall’esplosione. Il presidente pakistano Pervez Musharraf condannò l’attentato compiuto a sua detta da “terroristi islamici”[10], voce che fu confermata da Mustafa Abu al-Yazid, capo delle operazioni dell’organizzazione terroristica al-Qa’ida in Afghanistan, uno dei fedelissimi del numero due di al-Qa’ida, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, che avrebbe ordinato personalmente l’assassinio.

Tuttavia il marito della Bhutto, Asif Ali Zardari, accusò il governo di Musharraf quale responsabile dell’attentato[11]. A questo proposito occorre ricordare il ruolo del potente servizio segreto pakistano, l’ISI (Inter-Services Intelligence), sostenitore dei talebani sin dai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979, sotto la direzione di Akhtar Abdur Rahman quando al governo vi era il dittatore Zia-ul-Haq, e mai epurato dagli elementi fondamentalisti da Musharraf, se non con cambiamenti di facciata ai vertici dello stesso.

Altri commentatori, invece, osservano come l’attentato fosse avvenuto all’indomani della stretta intesa raggiunta tra lo stesso Musharraf e il presidente afgano Hamid Karzai[12], che avrebbe dovuto incontrare anche la Bhutto per una strategia più stringente nella lotta ai Talebani che controllano di fatto il confine tra i due paesi. Un’intesa favorita attivamente dagli USA.

Al-Qa’ida tuttavia negò ogni addebito con la smentita del leader talebano Baitullah Mehsud il quale escluse ogni coinvolgimento nella vicenda[13]. Dello stesso Mehsud fu intercettata una telefonata nella quale avrebbe parlato con gli uomini che hanno organizzato l’attentato.

Trascorsi almeno tre giorni dalla morte, come vuole la tradizione, fu aperto il testamento dove tra l’altro veniva nominato il figlio primogenito, allora diciannovenne, Bilawal Bhutto Zardari a capo del Partito[15]. Di fatto però fu il vedovo Asif Ali Zerdari, formalmente co-presidente, a guidarlo, mentre il braccio destro di Benazir, Makhdoom Amin Fahim fu candidato a primo ministro, stante l’impossibilità di poter eleggere a tale carica, secondo la legge pakistana, una persona con meno di 25 anni.

14 dicembre 2011, ore 10.00, Milano

I seminari ABCD – Università degli studi Bicocca –

 

Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale

Aula Pagani – edificio U7, terzo piano

Cristina Trivulzio di Belgiojoso

vita privata e impegno politico

 

VOLTI E IDEE DEL RISORGIMENTO

Cristina Trivulzio di Belgiojoso: vita privata e impegno politico

 

Presentazione: Silvia Vegezzi Finzi
Proiezione del documentario: “Cristina: ideali ed azione nel Risorgimento” di Giovanna Cossia De Poli (14’).

 

Intervengono: Franca Pizzini, Maria Chiara Fugazza, Arianna Censi
Letture di Aglaia Zannetti

 

A chiusura delle iniziative per il 150° dell’Unità d’Italia

 

13 dicembre ore 17:30

Casa della Cultura
Via Borgogna 3, Milano
Tel. 02795567
e-mail: segreteria@casadellacultura.it
Orario segreteria: dalle 9.30 alle 13.00; dalle 15.00 alle 20.00.

Come raggiungerci
Metropolitana: linea 1 (rossa), fermata San Babila

 

http://www.casadellacultura.it/info/

 

http://27esimaora.corriere.it/articolo/cristina-belgioiosoma-come-faceva-a-far-tutto/

 

 

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