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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

Cosa penso della categoria ‘Estero’

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Si è acceso un filo di speranza per la sudanese Meriam Yahia Ibrahim Ishag.

 

La donna, incinta all’ottavo mese e in carcere dall’agosto scorso, è stata  condannata all’impiccagione per aver commesso apostasia, dopo essersi rifiutata di rinnegare la propria fede. Meriam si è sempre difesa ricordando di essere stata educata come cristiana ortodossa dalla madre, il padre, musulmano, è stato assente fin dalla nascita. La donna  inoltre è sposata con uno straniero di religione  cristiana, per questo motivo è stata condannata anche a 100 frustate. Il suo matrimonio non è valido in base alla Sharia e quindi considerato come adulterio.

 

Il caso ha suscitato  grande sdegno e subito dopo la pronuncia della sentenza si sono alzate proteste con slogan come “no all’esecuzione di Meriam!” e “i diritti religiosi sono diritti costituzionali”, in poche ore la protesta ha raggiunto Twitter e gli altri social network diventando così virale. Anche l’Italia si è mobilitata immediatamente tramite l’associazione Italians for Darfur.

 

Grazie all’attenzione internazionale che il caso ha suscitato e all’operato dell’ong sudanese “Sudan Change Now”, la sentenza, definita “ripugnante” potrebbe essere rivista.  Ah-Fateh Ezzedin, presidente del Consiglio Nazionale sudanese, ha dichiarato  che l’attenzione rivolta dai media internazionali al caso potrebbe danneggiare la reputazione del Paese e del sistema giudiziario, nel frattempo però Meriam resta in carcere.

 

L’auspicio è quello che il destino di Meriam si riveli più roseo di quanto sarebbe dovuto essere, tuttavia il suo è un caso isolato. La sentenza probabilmente verrà rivista e  se questo avverrà sarà grazie al grande eco che la vicenda ha avuto.

 

Cosa ne sarà delle altre donne islamiche, picchiate, frustate e uccise solo perché colpevoli di voler essere libere?

 

 

A cura di: Laura Caradonio

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“La pace non è un sogno: può diventare realtà; ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare”.

 

Questa è la somma eredità spirituale che ci ha lasciato Nelson Mandela, spentosi il 5 dicembre u.s., all’età di 95 anni, di cui ben 27 trascorsi nelle prigioni del regime razzista sudafricano, prima della liberazione dall’apartheid e dell’elezione a Presidente della Repubblica del suo amato Paese.

“Un giorno sarò il primo presidente nero del Sudafrica”. Questo era il suo grande sogno per il bene del suo popolo che ha saputo coltivare per tutta la vita, anche durante la lunga prigionia, insegnando alla sua gente e all’intera umanità, l’arte di sognare e di lottare per i diritti civili.

Lo ha fatto usando l’arma della propria sofferenza e del dialogo per riempire con i più nobili valori dell’eguaglianza e della giustizia sociale, il vuoto morale e interiore che sta soffocando la nostra decadente civiltà, sempre più indifferente, fondata sulla logica del profitto e della sopraffazione. 

 

La più alta testimonianza dell’impegno politico-sociale di Mandela si ritrova proprio nel discorso pronunciato alla Corte di fronte ai suoi aguzzini:Sono pronto a pagare la pena anche se so quanto triste e disperata sia la situazione per un africano in un carcere di questo paese… Più potente della paura per l’inumana vita della prigione è la rabbia per le terribili condizioni nelle quali il mio popolo è soggetto fuori dalle prigioni… non ho dubbi che i posteri si pronunceranno per la mia innocenza e che i criminali che dovrebbero essere portati di fronte a questa corte sono i membri del governo. Questa stoica resistenza in carcere (27 anni) rese noto Mandela alla opinione pubblica internazionale divenendo simbolo della lotta alla segregazione razziale e paladino dei diritti civili.

 

Nel 1964 viene condannato all’ergastolo per cospirazione e sabotaggio, secondo la prassi repressiva del Sudafrica dell’epoca, dove gli attivisti per l’uguaglianza razziale rischiavano anche la vita, come accadde nel 1977 a Steve Biko, per poi, una volta liberato, nel 1990, collaborare assieme all’allora presidente Frederik Willem de Klerk, ad una serie di misure volte ad abolire il regime d’apartheid.

 

Madiba, infatti, nel 1952, a Johannesburg, fondò insieme all’amico e già compagno di studi Oliver Tambo il primo studio legale in Sudafrica, gestito esclusivamente da avvocati di colore e con ovvio riguardo per le questioni della popolazione africana. Il successo, proprio in termini di richieste e clienti che si presentavano presso lo studio, fu straordinario.

Mandela racconta nella propria autobiografia (“A long walk to freedom”, 1995): “Non eravamo gli unici avvocati Africani in Sudafrica, ma eravamo l’unico studio di avvocati Africani. Per gli Africani rappresentavamo la prima scelta e l’ultima risorsa. Per raggiungere i nostri uffici ogni mattina dovevamo passare attraverso una folla di persone stanziata nell’atrio, sulle scale e nella nostra piccola sala d’aspetto.”

Come sottolinea più avanti, infatti, “gli Africani erano disperati per aiuto legale riguardo ai luoghi pubblici: era un crimine camminare attraverso una porta per soli Bianchi, un crimine viaggiare su un autobus per soli Bianchi, un crimine bere da una fontana per soli Bianchi, un crimine passeggiare su una spiaggia per soli Bianchi, un crimine trovarsi in strada dopo le undici di sera, un crimine avere la firma sbagliata su quel libro, un crimine essere disoccupato e un crimine lavorare nel posto sbagliato, un crimine abitare in certi posti e un crimine non avere alcun posto dove abitare. Ogni giorno ascoltavamo uomini anziani raccontarci che generazione dopo generazione la loro famiglia aveva lavorato un’incolta porzione di terreno e ora ne venivano sfrattati. Ogni settimana ascoltavamo donne anziane raccontarci che facevano fermentare la birra per incrementare i propri minuscoli guadagni e che adesso rischiavano il carcere o multe che non sarebbero state in grado di pagare. Ogni settimana ascoltavamo persone raccontarci di aver vissuto per decadi nella stessa casa soltanto per scoprire che adesso era stata dichiarata area per soli Bianchi e dovevano abbandonarla senza alcun compenso. Ogni giorno ascoltavamo e vedevamo migliaia di umiliazioni che gli Africani erano costretti a subire ogni giorno della loro vita”.

 

Da allora, “Madiba”, come viene chiamato con affetto in ricordo del nome del clan Xhosa, etnia sudafricana di cui faceva parte, conquistò un posto di riguardo nel cuore dei propri concittadini come “padre della nazione” e del mondo intero in quanto uomo di eccezionale indomito coraggio, capace di riportare speranza, democrazia ed uguaglianza in un paese lacerato dall’odio razziale e dalle divisioni interne. Se a tutti questi casi elencati dal premio Nobel per la Pace sommiamo anche il fatto che, come egli stesso ricorda, i vari studi legali dell’epoca si approfittavano in maniera scandalosa dei clienti di colore imponendo loro parcelle esorbitanti, di gran lunga superiori a quelle dei clienti bianchi più facoltosi, l’opera sociale e civile dei due avvocati fu più che significativa, oltre che pionieristica, come è quella che, oggi, nel nostro piccolo, affrontiamo in Italia, da oltre 25 anni, grazie ad altri coraggiosi Avvocati senza Frontiere, che ogni giorno si scontrano ad armi impari con l’arroganza del potere e la corruzione della magistratura di regime.

 

Nelson Mandela va quindi considerato, a pieno titolo, uno dei primi Avvocati senza Frontiere, con la A maiuscola, che ha saputo coniugare la professione forense con la creazione di valore per il bene dei soggetti più deboli e il progresso della Civiltà.   

 

Nell’autobiografia, Mandela, spiega il motivo della propria decisione d’intraprendere la carriera forense quando si sofferma a parlare di ciò che lo studio legale “Mandela e Tambo” era giunto a rappresentare per le donne e gli uomini di colore. “Era un posto dove potevano venire e trovare un orecchio comprensivo e un alleato competente, un posto dove non sarebbero stati né scacciati né truffati, un posto dove potevano finalmente sentirsi orgogliosi di essere rappresentati da uomini della propria carnagione. Questo è il motivo per cui ho deciso fin dall’inizio di diventare avvocato, e il mio lavoro spesso mi faceva sentire di aver fatto la scelta giusta”.

 

E’ per queste ragioni che sentiamo “Madiba” uno dei più grandi Avvocati senza Frontiere!

 

Ci congediamo con le parole con cui termina l’autobiografia di Nelson Rolihlahla Mandela da dietro le sbarre di Robben Island:

«Quando sono uscito di prigione, questa era la mia missione, liberare sia gli oppressi che l’oppressore. Qualcuno dice che lo scopo è stato raggiunto. Ma io so che non è questo il caso. La verità è che noi non siamo ancora liberi; abbiamo soltanto conquistato la libertà di essere liberi, il diritto a non essere oppressi. Non abbiamo ancora l’ultimo passo del nostro viaggio, ma il primo di un lungo e anche più difficile cammino. Per essere liberi non basta rompere le catene, ma vivere in un modo che rispetti e accresca la libertà degli altri. Il vero test della nostra fedeltà alla libertà è solo all’inizio. Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà. Ho cercato di non vacillare; ho compiuto passi falsi. Ma ho scoperto il segreto che dopo aver scalato una collina, si capisce che ce ne sono ancora molte altre da scalare. Mi sono preso un momento di riposo, per dare un’occhiata alla vista che mi circonda, per guardare indietro alla strada che ho fatto. Ma posso riposare solo per un momento, perché con la libertà vengono anche le responsabilità, e mi preoccupo di non indugiare, perché il mio lungo cammino non è ancora finito.”

a cura di: Ander Maglica

 

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A 50 anni dalla morte di Kennedy si analizza un nuovo volto del presidente. J.F. Kennedy come difensore dei diritti civili


E’ da poco passato il cinquantesimo anniversario della morte di John F. Kennedy, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti dal 20 gennaio 1961 al 22 novembre 1963, data del suo storico assassinio a Dallas, in Texas.

Egli, oltre che per le vicende della guerra fredda, è ricordato per essere stato un grande paladino dei diritti civili, in particolar modo della componente afroamericana, che, proprio in quegli anni, incominciava a far sentire la propria voce con esponenti di rilievo quali Martin Luther King.

Risale infatti alla sua presidenza l’episodio dell’11 giugno del 1963, quando i primi studenti afroamericani riuscirono ad iscriversi nell’università d’Alabama. Questo stato, così come tutti gli altri nel sud degli Stati Uniti, all’epoca era ancora contraddistinto da una forte componente razzista. Nella zona meridionale, infatti, godevano di grande attenzione associazioni quali il Ku Klux Klan e le riforme contro la segregazione degli afroamericani trovavano sempre grande difficoltà di messa in atto, in opposizione ai più progressisti stati settentrionali.

L’episodio in questione ottenne subito notevole risalto presso l’opinione pubblica per la resistenza e l’opposizione che suscitò non solo nella popolazione locale non di colore, ma soprattutto nello stesso  presidente dello stato, George Wallace. Costui arrivò a porsi sulla porta d’ingresso dell’università in modo da impedire loro il passaggio, giustificando tale intervento con l’autonomia del proprio singolo stato rispetto alle decisioni federali.

Fu dunque fondamentale in questo frangente l’intervento diretto di Kennedy. Questi, venuto a conoscenza dei fatti, prima chiamò Wallace e gli intimò di non opporre ulteriore resistenza. Dopodichè, attraverso un decreto, rese l’esercito dell’Alabama federale, ponendolo pertanto sotto il proprio comando diretto. Scortati dai militari, i due studenti, Vivian Malone e James Hood, poterono quindi, finalmente, fare il loro ingresso nell’università e iscriversi ad essa, avvenimento per il quale avevano dovuto attendere ben due anni, nonostante  fosse un loro diritto moralmente e legalmente sancito.Nello stesso giorno, Kennedy informò attraverso un messaggio radiotelevisivo la nazione e il resto del mondo del significativo avvenimento.

 

La straordinarietà di tale fatto è dovuta non solo all’unicità del gesto e all’esempio che poi costituì per i casi futuri, ma anche in quanto affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Si trattò, infatti, di preservare sia il diritto allo studio di due studenti che di determinare l’uguaglianza tra persone di diverso colore.

Forse in epoca attuale, in cui è comune vedere classi con studenti di varie etnie e classi sociali e in cui lo studio più che un diritto, almeno per quanto riguarda l’istruzione obbligatoria, non di rado è considerato quasi un dovere, ciò può sembrare naturale, tuttavia all’epoca non lo era e, se le cose sono cambiate e ci appare in tal senso, lo si deve certamente a singoli avvenimenti quali quello dell’11 giugno 1963 nell’università d’Alabama.

 

http://www.jfklibrary.org/JFK/Historic-Speeches/Multilingual-Address-to-the-Nation-on-Civil-Rights/Multilingual-Address-to-the-Nation-on-Civil-Rights-in-Italian.aspx

 

 

A cura di: Ander Maglica

 

MILANO, WOMEN’S CIRCLE – Ex-Palazzo del Ghiaccio di Milano

Riadattando il refrain di People Have the Power, indimenticabile canzone di Patti Smith, scritta da Bruce Springsteen, il The Circle di Oxfam, lanciato in Italia da Livia Firth e Antonella Antonelli, ritorna a Milano il 5 Dicembre 2013, a un anno esatto dal primo appuntamento, che aveva visto protagonista la sua fondatrice Annie Lennox. Per dipanare il filo delle sfide vinte e di quelle da lanciare, le oltre 150 donne di The Circle di Oxfam Italia, provenienti dai settori più diversi – cultura, spettacolo, imprenditoria, giornalismo, moda –, hanno organizzato Women’s Circle 2013, evento di raccolta fondi a favore delle donne che in tante parti del mondo vivono ancora escluse dalla vita economica, sociale e politica del proprio paese.

 

Dichiarazione di Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International

“Nel mondo una persona su tre vive in povertà, una realtà inaccettabile che Oxfam vuole cambiare. L’esperienza di The Circle in Italia e altrove nel mondo va esattamente in questa direzione e rappresenta bene il concetto di power of people against poverty. Tutti possono – con gesti piccoli e grandi – dare un contributo per sconfiggere fame e povertà. Lavoriamo in oltre 90 paesi, salviamo vite quando sono travolte da disastri naturali e conflitti, come sta accadendo in questi giorni nelle Filippine. Lavoriamo con le donne, perché sono loro che provvedono alla maggior parte del cibo per le famiglie e l’intera comunità. Insieme a loro, vero motore di cambiamento locale, possiamo costruire il futuro.

 

The Circle è un’iniziativa di Oxfam. Nato a Londra nel 2008 grazie alla volontà di Annie Lennox, e oggi promosso in Italia grazie al supporto di Livia Firth, è costituito da donne di differenti ambiti (cultura, arte, spettacolo, moda, editoria, imprenditoria…) che insieme si confrontano, si scambiano idee, realizzano progetti concreti per sostenere le donne che vivono in povertà nel mondo.
Le donne di The Circle apportano idee, contatti, abilità ed entusiasmo per sostenere Oxfam Italia  nel combattere la povertà e l’ingiustizia, favorendo azioni di raccolta fondi, comunicazione  e sensibilizzazione.

 

Dichiarazione di Maurizia Iachino, presidente di Oxfam Italia

“The Circle è un Movimento di Donne per le Donne, che si propone di aiutare le donne che vivono in condizioni disagiate in ogni parte del mondo, ad uscire dalle condizioni di ingiustizia che ne determinano la povertà. Siamo convinti che riconoscere i diritti delle donne e promuoverne l’accesso a risorse quali la terra, l’istruzione, il credito, rappresenti un passo essenziale per lo sviluppo di ogni paese e comunità, in ogni parte del mondo. In due anni di attività abbiamo allargato il cerchio delle donne che con generosità  ci sostengono in ogni parte d’Italia, hanno dato vita a eventi e iniziative, nei settori dell’arte, della moda, della medicina, dello sport, dello spettacolo. Ringrazio di cuore tutte le donne che con passione hanno messo a servizio di Oxfam tempo, energia e professionalità.”

 

http://www.oxfamitalia.org/the-circle/the-circle

 

 

 

 

KENYA: Kaia aveva undici anni quando è stata assalita e violentata mentre andava a scuola. Un’insegnante l’ha portata in ospedale, ma poi ha dovuto addirittura corrompere la polizia anche solo per poter sporgere denuncia.


La reazione di Kaia è stata di un coraggio incredibile. Ha denunciato la polizia per non aver fatto il necessario per proteggerla. E la cosa ancora più incredibile è quello che è accaduto subito dopo.
In Kenya, il paese dove vive Kaia, una donna o una ragazza vengono stuprate ogni 30 minuti. La polizia di norma chiude gli occhi, isolando ulteriormente le giovani sopravvissute e rinforzando l’idea che lo stupro è accettato. Kaia e altri dieci altri giovani sopravvissute hanno deciso di averne abbastanza. Nel giorno del processo, ignorando le minacce ricevuto e i blocchi di sicurezza hanno marciato dalle loro case fino al tribunale, intonando lo slogan “Haki yangu” — che in Kiswahili “Voglio i miei diritti.” Dopodiché il giudice ha emesso la sentenza: le ragazze avevano vinto!

 

Le attiviste e avvocatesse per i diritti umani che hanno lavorato con Kaia sono pronte a portare processi simili contro le forze dell’ordine dentro e fuori dai confini del continente africano, ma hanno bisogno di fondi per farlo, ricordando alla polizia che lo stupro è un crimine, e facendo incredibili passi avanti per mettere fine alla guerra globale contro le donne. Quando la storia di Kaia è iniziata, sembrava destinata a diventare una delle innumerevoli giovanissime vittime di violenza ignorate dalla polizia. Ma l’attivista keniana per i diritti dei bambini Mercy Chidi e l’avvocato per i diritti umani Fiona Sampson hanno unito le forze per sfidare questa ingiustizia nei tribunali. Il piano è stato messo in piedi in Kenya da un gruppo di colleghi di Canada, Kenya, Malawi e Ghana: sembrava davvero ambizioso denunciare la polizia per non essere entrata in azione, ma hanno insistito e assunto molti rischi … e hanno costruito un pezzo della storia dei diritti umani.

 

In quanto cittadini, spesso ci rivolgiamo ai leader politici e altri rappresentanti delle istituzioni affinché facciano sul serio per proteggere i diritti delle donne. È importante continuare a farlo, ma ogni volta che non riusciranno ad ascoltare le loro coscienze, dovremo avere il coraggio di toccare nel profondo i loro interessi portandoli nei tribunali. Questo manderà un messaggio potentissimo: non solo ci sono nuove conseguenze per questi crimini, ma l’epoca in cui la cultura delle nostre società ammetteva si disprezzassero le donne senza ripercussioni sta per finire.

 

Per approfondimenti

https://secure.avaaz.org/it/take_kaias_win_global_loc_nd/?bkHKnbb&v=31459

 

Ana Paula e 29 attivisti di Greenpeace sono rinchiusi in un carcere russo per aver cercato di salvare l’Artico dalle trivellazioni.

 

 

Ana Paula ha 31 anni, è brasiliana e voleva solo manifestare pacificamente contro la decisione della Russia di trivellare nell’Artico. Ora lei e gli altri 29 membri della nave Arctic Sunrise di Greenpeace sono rinchiusi in una prigione russa e potrebbero doverci stare per chissà quanto. Ma possiamo gettare loro un’ancora di salvezza.

Gli attivisti di Greenpeace, alcuni rinchiusi in celle di isolamento, rischiano quindici anni di carcere con l’accusa assurda di pirateria. Il loro crimine? Aver appeso uno striscione su una piattaforma petrolifera russa per manifestare contro le trivellazioni in profondità in uno dei posti più belli e al tempo stesso fragili del pianeta. Molti governi occidentali hanno già protestato per questa situazione, ma ora Ana Paula e Greenpeace stanno chiedendo aiuto direttamente alla comunità di Avaaz per rendere davvero globale la protesta.

Assieme possiamo rivolgerci ad alcuni dei più importanti partner commerciali e politici della Russia, come Brasile, India, Sud Africa e Unione Europea, per chiedere la liberazione dei 30 dell’Artico. L’obiettivo è il milione di firme per Ana Paula e i suoi compagni. attraverso Avaaz.

Raggiunto quel traguardo, Avaaz proietterà i loro volti in luoghi simbolici, per mantenere la vicenda sotto i riflettori dei media:

 

 

http://www.avaaz.org/it/free_the_arctic_30_loc/?bkHKnbb&v=30394

 

 

La sorella di Ana Paula la descrive così: “Sotto molti punti di vista, mia sorella è una normale ragazza brasiliana: estroversa, amichevole, piena di vita. Ma è anche straordinaria nella sua semplicità, fin da piccola capace di appassionarsi per la natura e la sua difesa, anche a rischio della sua stessa incolumità.”

Ora Ana Paula e gli altri membri dell’equipaggio potrebbero perdere 15 anni delle loro vite solo per aver tentato di appendere un manifesto sull’impianto Gazprom, il primo della storia nell’Artico. E’ sicuramente una reazione spropositata contro chi si batte per difendere l’ambiente di tutti: fermare le trivellazioni artiche significa proteggere la più grande area naturale della Terra, dove eventuali perdite di petrolio sarebbero quasi impossibili da arginare.

Gli avvocati di Greenpeace hanno fatto notare che i 30 sono stati arrestati in acque internazionali, e che quindi sarebbe stata la Russia a violare il diritto internazionale del mare. Ma essere dalla parte della ragione potrebbe non bastare per ottenere la loro scarcerazione, il loro destino potrebbe già essere segnato, a meno che la comunità internazionale non faccia capire alla Russia di non essere disposta a passare sopra a questo scandalo.

La voce di Avaaz è particolarmente forte in molti di questi Paesi dove è presente in grandi numeri (5 milioni di membri solo in Brasile!). Se ci impegniamo tutti quanti raggiungendo il milione di firme, gli avaaziani di Brasile, Sud Africa, India e dell’Unione Europea possono far salire la pressione internazionale. Firma subito e aiutaci a raggiungere questo traguardo per contribuire a salvare i 30 dell’Artico:

 

 

http://www.avaaz.org/it/free_the_arctic_30_loc/?bkHKnbb&v=30394

 

 

Queste 30 persone hanno avuto il coraggio di sfidare le multinazionali del petrolio in uno degli ultimi posti incontaminati del pianeta. E per questo li vogliono zittire e intimidire. L nostra comunità si è sempre impegnata in difesa degli attivisti di tutto il mondo: ora è il momento di salvare i 30 dell’Artico.

Con speranza e determinazione,

Jamie, Alex, Emma, Lisa, Ricken, Marie, Julien, Diego e tutto il team di Avaaz

 

 

MAGGIORI INFORMAZIONI

Russia, aperta inchiesta per pirateria contro militanti di Greenpeace (Corriere della Sera)
http://www.corriere.it/esteri/13_settembre_24/greenpeace-nave-attivisti-perseguiti-stranieri_7a77d302-24f7-11e3-bae9-00d7f9d1dc68.shtml

Russia: appello 11 Nobel Pace a Putin, libera i 30 di Greenpeace (Agi)
http://www.agi.it/estero/notizie/201310171337-est-rt10120-russia_appello_11_nobel_pace_a_putin_libera_i_30_di_greenpeace

Russia, carcere per attivisti di Greenpeace. Due mesi anche per il militante italiano (La Repubblica)
http://www.repubblica.it/ambiente/2013/09/26/news/russia_prima_condanna_per_greenpeace_oggi_la_decisione_sui_30_attivisti_arrestati-67313446/

Greenpeace ai russi: liberate i nostri, la Arctic sunrise era in acque internazionali (Euronews)
http://it.euronews.com/2013/09/20/greenpeace-ai-russi-liberate-i-nostri-la-arctic-sunrise-era-in-acque-/

Blitz di Greenpeace alla Barcolana, “Gazprom distrugge l’artico” (Rainews24)
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=182550

 

 

// GRAZIE A TUTTI  // DSF //

 

L’orrore in Paradiso

E’ quasi impossibile da credere, ma una quindicenne vittima di stupro è stata condannata a ricevere 100 frustate in pubblico! Dobbiamo mettere fine a questa follia colpendo il governo delle Maldive nel suo punto debole: l’industria del turismo.

 

Il patrigno della ragazza è accusato di averla stuprata per anni, uccidendo anche il figlio che aveva dato alla luce. Ora il tribunale dice che dovrà essere frustata per “sesso fuori dal matrimonio” con un altro uomo, di cui non si è saputo neppure il nome! Waheed, il presidente delle Maldive, sta già cominciando ad accusare la pressione globale; ora possiamo spingerlo a graziare la ragazza e a cambiare la legge, per impedire che altre vittime vadano incontro allo stesso crudele destino. È questo l’unico modo modo in cui possiamo mettere fine a questa guerra alle donne: facendoci sentire ogni volta che accadono fatti del genere.

 

Il turismo rappresenta i maggiori introiti per i benestanti delle Maldive, inclusi molti ministri del governo. Facciamo crescere una petizione da un milione di firme rivolta al presidente Waheed questa stessa settimana e creando una seria minaccia alla reputazione delle isole con pubblicità shock su riviste di viaggio e online, finché non agirà per salvare la ragazza e abolirà questa legge vergognosa. Firma e inoltra quest’email ora, per raggiungere un milione di firme:

http://www.avaaz.org/it/maldives_global/?btpTDab&v=23532

 

Le Maldive sono un paradiso per i turisti ma non è sempre così per le donne che ci vivono. Ci sono paesi con una interpretazione anche più rigida della legge islamica della sharia ma nelle Maldive donne e bambine vengono abitualmente punite con frustate se ritenute colpevoli di sesso extraconiugale. I rapporti sessuali prima del matrimonio sono illegali, ma nonostante coinvolgano sempre un uomo e una donna, il 90% delle persone punite sono donne! E mentre è sconvolgente che una donna su tre, tra i 15 e i 49 anni, abbia subito violenza fisica o sessuale negli ultimi tre anni non è stato condannato alcuno stupratore.

 

Vincere questa battaglia può aiutare donne in tutto il mondo: proprio ora infatti il governo delle Maldive si è candidato per un incarico di primo piano sui diritti umani all’ONU, con un programma di tutela dei diritti delle donne! Il presidente Waheed ha chiesto al procuratore generale di fare ricorso sulla sentenza della quindicenne. Ma non è abbastanza. Gli estremisti all’interno del paese lo possono forzare ad accantonare ulteriori riforme se l’attenzione internazionale calerà. Diciamo alle Maldive che perderanno la loro reputazione di romantica attrazione turistica se non agiranno subito per difendere i diritti umani e quelli delle donne.

 

Se saremo in molti a far sentire la nostra voce, potremo spingere il presidente Waheed e i membri del parlamento a contrastare gli estremisti. Il presidente sta già spingendo affinché sia presa un’iniziativa su questa tragica e vergognosa faccenda: approfittiamo di questo momento per prevenire altre terribili ingiustizie contro donne e bambine. Firmate la petizione e fate girare quest’email quanto più possibile:

http://www.avaaz.org/it/maldives_global/?btpTDab&v=23532

Quando alcuni casi estremi accendono le coscienza pubblica globale è fondamentale farci sentire, che siano gli USA, l’India o le Maldive. I membri di Avaaz hanno combattuto molte battaglie contro questa guerra globale alle donne. Abbiamo aiutato a proteggere una giovane donna che ha coraggiosamente denunciato il suo stupro in Afghanistan; abbiamo lottato al fianco delle donne in Honduras contro una legge che le avrebbe condannate al carcere se avessero assunto la pillola del giorno dopo. Questo è il momento di stare al fianco delle donne delle Maldive.

 

Con speranza e determinazione,

Jeremy, Mary, Alex, Nick, Ricken, Laura, Michelle e tutto il team di Avaaz

 

ULTERIORI INFORMAZIONI

Sentenza choc alle Maldive condannata a 100 frustate 15enne (ANSA)
http://wwww.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/02/28/Sentenza-choc-nelle-Maldive-15-enne-condannata-100-frustrate_8325740.html

Stuprata per anni dal patrigno, 15enne condannata a 100 frustate (Il Corriere della Sera)
http://www.corriere.it/esteri/13_febbraio_28/maldive-15enne-frustata_964c6eae-81d1-11e2-aa9e-df4f9e5f1fe2.shtml

Maldive: minorenne stuprata dal padrino rischia le frustate (Amnesty International Italia)
http://www.amnesty.it/news/maldive-minorenne-stuprata-dal-padrino-rischia-frustate

Maldive: stuprata dal patrigno e condannata a cento frustate (Il Giornale)
http://www.ilgiornale.it/news/esteri/maldive-stuprata-patrigno-e-condannata-cento-frustate-891116.html

 

 

Ex lavoratori ThyssenKrupp Torino

 

Esprimiamo profondo cordoglio per la tragica scomparsa del Presidente Ugo Chavez Frias: un uomo che per tutta la vita si è speso per l’avanzamento del socialismo nel Venezuela e in tutto il Sud America, rappresentando un modello alternativo possibile (e anzi necessario) al capitalismo imperialista che ha fatto sprofondare l’Umanità nella peggiore crisi sociale, economica e culturale dal Dopoguerra ad oggi.

 

La nostra battaglia non è solo per la sicurezza nei luoghi di lavoro, per un lavoro sicuro e dignitoso.

 

E’ la lotta per affermare la costruzione di una società nuova, quella socialista che, in Venezuela, su impulso del Presidente Chavez e grazie all’apporto di milioni di venezuelani, pur tra mille difficoltà, ha gettato le basi per il miglioramento delle condizioni di vita degli oppressi e degli sfruttati e costituisce oggi la possibilità reale di una vita migliore per milioni di persone non solo in Venezuela ma, grazie al suo esempio, anche in altri Paesi di tutto il mondo.

 

La lotta intrapresa dal Venezuela sulla via del socialismo è un faro che illumina di speranze l’umanità in questa epoca difficile.

Ugo Chavez vive nelle lotte di tutti coloro che si battono per una società in cui i morti sul lavoro, lo sfruttamento e l’oppressione siano una barbarie del passato.

 

Torino, 6 marzo 2013

Ex lavoratori ThyssenKrupp Torino

 

Non importa se tu sia uomo o donna, oggi festeggiamo insieme tutte le donne del mondo!

 

Sono bambine, madri, mogli e compagne. Una per una riempiono il mondo con i loro sorrisi, con la dedizione, la forza e la determinazione dei loro gesti, con la voglia di farcela per se stesse e per gli altri.

 

L’augurio più vero è quello che le farà sentire rispettate e libere in ogni loro scelta. Siamo con tutte le donne del mondo, ogni giorno, perché possano vivere con gioia l’essere donne: indipendenti, istruite, protette.

 

Per le donne di oggi e per quelle di domani, unisciti a noi in questo augurio!

 

Con l’augurio che tutti i giorni, anche grazie a te, i diritti e la dignità delle donne vengano rispettati.

 

Ogni giorno, donna dopo donna, la loro forza farà fiorire il mondo.

 

 

Buon 8 marzo con ActionAid
http://www.youtube.com/watch?v=_Pn4j5Ibrx0&feature=youtu.be

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=1HRa4X07jdE

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