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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

Cosa penso della categoria ‘Da non dimenticare’

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Si è acceso un filo di speranza per la sudanese Meriam Yahia Ibrahim Ishag.

 

La donna, incinta all’ottavo mese e in carcere dall’agosto scorso, è stata  condannata all’impiccagione per aver commesso apostasia, dopo essersi rifiutata di rinnegare la propria fede. Meriam si è sempre difesa ricordando di essere stata educata come cristiana ortodossa dalla madre, il padre, musulmano, è stato assente fin dalla nascita. La donna  inoltre è sposata con uno straniero di religione  cristiana, per questo motivo è stata condannata anche a 100 frustate. Il suo matrimonio non è valido in base alla Sharia e quindi considerato come adulterio.

 

Il caso ha suscitato  grande sdegno e subito dopo la pronuncia della sentenza si sono alzate proteste con slogan come “no all’esecuzione di Meriam!” e “i diritti religiosi sono diritti costituzionali”, in poche ore la protesta ha raggiunto Twitter e gli altri social network diventando così virale. Anche l’Italia si è mobilitata immediatamente tramite l’associazione Italians for Darfur.

 

Grazie all’attenzione internazionale che il caso ha suscitato e all’operato dell’ong sudanese “Sudan Change Now”, la sentenza, definita “ripugnante” potrebbe essere rivista.  Ah-Fateh Ezzedin, presidente del Consiglio Nazionale sudanese, ha dichiarato  che l’attenzione rivolta dai media internazionali al caso potrebbe danneggiare la reputazione del Paese e del sistema giudiziario, nel frattempo però Meriam resta in carcere.

 

L’auspicio è quello che il destino di Meriam si riveli più roseo di quanto sarebbe dovuto essere, tuttavia il suo è un caso isolato. La sentenza probabilmente verrà rivista e  se questo avverrà sarà grazie al grande eco che la vicenda ha avuto.

 

Cosa ne sarà delle altre donne islamiche, picchiate, frustate e uccise solo perché colpevoli di voler essere libere?

 

 

A cura di: Laura Caradonio

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Quando le attenzioni diventano persecuzione

 

 

Il reato di stalking, introdotto in Italia  nel 2009, offre una tutela nei confronti di soggetti che sono vittime di molestie assillanti e atti persecutori di vario genere. Atti che incidono fortemente sulla vita privata della vittima.

Le percentuali ci dicono che vittime di stalking sono soprattutto donne (85% donne, 15% uomini).

Dal momento dell’entrata in vigore del decreto legge sono state numerose le querele arrivate sul tavolo del questore, tuttavia ancora troppo spesso queste molestie rimangono taciute.

Necessario è dunque chiarire quando e come si possa denunciare per stalking, quando quindi la condotta tenuta dall’agente integri un reato. Per far ciò bisogna innanzitutto partire dall’analisi dell’articolo 612 bis, in particolare del suo primo comma che recita:

 

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.”

 

La condotta tenuta dall’agente deve essere reiterata: con questo non si intende che la condotta debba essere tenuta abitualmente, è stato riconosciuto (sent Cass. Pen .20895/11 del 25/05/2011) come sufficiente per la configurazione del reato che questa sia stata tenuta almeno due volte, a condizione che  realizzi un perdurante stato di ansia o di paura nella vittima o, alternativamente, un altro degli eventi descritti dalla norma.

 

Il comportamento tenuto dall’agente deve costituire una minaccia o una molestia; sulla precisazione del significato di minaccia o molestia si è formata un’ampia giurisprudenza. Sussiste la minaccia quando lo stalker prospetti alla vittima un male futuro o anche quando tenga comportamenti fortemente intrusivi della sua sfera personale. Recentemente la giurisprudenza ha allargato il concetto di minaccia ricomprendendovi “qualunque forma di interferenza o di minaccia nella vita della vittima che comprometta lo svolgimento delle normali azioni quotidiane della vittima”.

 

Il comportamento tenuto dallo stalker deve ingenerare nella vittima uno degli stati descritti dall’articolo 612bis:

 

– “un perdurante e grave stato di ansia o di paura“: la norma si riferisce a forme patologiche di stress che possono essere oggettivamente verificate come ad esempio il DPTS (disturbo post-traumatico da stress);

il fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata al medesimo da relazione affettiva “: il termine “fondato” sembra indicare che il timore  per l’incolumità propria o di persona a lui vicina debba essere un timore concreto e oggettivamente verificabile dal giudice.

 

Il secondo e il terzo comma dell’art 612 bis contengono le seguenti circostanze aggravanti :

 

a. La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa;

b. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di donna in stato di gravidanza o di un soggetto con disabilità, ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi, o da persona travisata, o con scritto anonimo.

 

Qual è il procedimento di denuncia ?

 

Ancora una volta è l’articolo 612bis a fornirci la risposta, questo al suo quarto comma stabilisce che il reato di stalking è perseguibile solo se è sporta denuncia dalla parte lesa, le autorità non possono quindi procedere sulla base della sola conoscenza dell’avvenuto reato (avvio d’ufficio), ad eccezione del caso in cui la persona offesa sia un disabile o un minore oppure quando il fatto sia connesso ad altro delitto per il quale è prevista la procedibilità d’ufficio.

Il termine per la querela è di sei mesi. Nel caso in cui  la vittima di stalking ritenga che da una denuncia penale scatuirebbero conseguenze sproporzionate rispetto al fatto compiuto può avviare una procedura di ammonimento che precede la denuncia vera e propria.

In questo caso il questore,  ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge . Qualora il reato previsto dall’articolo 612 bis venga commesso da un soggetto già ammonito è previsto un aumento di pena e la procedibilità d’ufficio.

 

La nuova legge  del 15 ottobre 2013 n.93  sul femminicidio ha regolato anche alcuni aspetti riguardanti il delitto di stalking ampliando il raggio delle situazioni tutelabili. Aggravanti sono previste per  fatti commessi dal coniuge pure in costanza del vincolo matrimoniale, la riforma ha poi  introdotto tra le molestie anche  quelle perpetrate da chiunque con strumenti informatici o telematici. E’ previsto, analogamente a quanto già accade per i delitti di violenza sessuale, l’irrevocabilità della querela, cioè l’impossibilità di ritirare la denuncia se non in fase processuale. Questa questione è stata oggetto di vivaci dibattiti alla Camera divisa tra soggetti a favore dell’irrevocabilità, le cui ragioni sono prevalse, che ne sostenevano la necessarietà al fine di rendere concreta la tutela prevista dall’ordinamento, e soggetti contrari alla stessa che ritengono che essa costituisca una limitazione eccessiva alla libertà della donna e alla sua capacità di autodeterminazione

Il delitto di stalking viene inoltre incluso tra quelli ad arresto obbligatorio.

 

Altra novità importante è quella riguardante l’inserimento del reato di stalking tra quelli per cui è previsto il gratuito patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito.

 

 

Non tutte le situazioni di stalking sono uguali, anzi, i comportamenti che configurano la fattispecie prevista dall’articolo 612bis possono essere vari e il confine tra un semplice corteggiamento e una vera e propria molestia è spesso labile. E’ stato rilevato che circa l’80% dei casi di femminicidio è preceduta da comportamenti che configurano il reato di stalking. E’ dunque necessario che il soggetto che subisce tali minacce non prenda la situazione sottogamba; un invito ripetuto troppe volte,troppe telefonate o appostamenti possono essere dei campanelli d’allarme.

 

 

a cura di: Laura Caradonio

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“La pace non è un sogno: può diventare realtà; ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare”.

 

Questa è la somma eredità spirituale che ci ha lasciato Nelson Mandela, spentosi il 5 dicembre u.s., all’età di 95 anni, di cui ben 27 trascorsi nelle prigioni del regime razzista sudafricano, prima della liberazione dall’apartheid e dell’elezione a Presidente della Repubblica del suo amato Paese.

“Un giorno sarò il primo presidente nero del Sudafrica”. Questo era il suo grande sogno per il bene del suo popolo che ha saputo coltivare per tutta la vita, anche durante la lunga prigionia, insegnando alla sua gente e all’intera umanità, l’arte di sognare e di lottare per i diritti civili.

Lo ha fatto usando l’arma della propria sofferenza e del dialogo per riempire con i più nobili valori dell’eguaglianza e della giustizia sociale, il vuoto morale e interiore che sta soffocando la nostra decadente civiltà, sempre più indifferente, fondata sulla logica del profitto e della sopraffazione. 

 

La più alta testimonianza dell’impegno politico-sociale di Mandela si ritrova proprio nel discorso pronunciato alla Corte di fronte ai suoi aguzzini:Sono pronto a pagare la pena anche se so quanto triste e disperata sia la situazione per un africano in un carcere di questo paese… Più potente della paura per l’inumana vita della prigione è la rabbia per le terribili condizioni nelle quali il mio popolo è soggetto fuori dalle prigioni… non ho dubbi che i posteri si pronunceranno per la mia innocenza e che i criminali che dovrebbero essere portati di fronte a questa corte sono i membri del governo. Questa stoica resistenza in carcere (27 anni) rese noto Mandela alla opinione pubblica internazionale divenendo simbolo della lotta alla segregazione razziale e paladino dei diritti civili.

 

Nel 1964 viene condannato all’ergastolo per cospirazione e sabotaggio, secondo la prassi repressiva del Sudafrica dell’epoca, dove gli attivisti per l’uguaglianza razziale rischiavano anche la vita, come accadde nel 1977 a Steve Biko, per poi, una volta liberato, nel 1990, collaborare assieme all’allora presidente Frederik Willem de Klerk, ad una serie di misure volte ad abolire il regime d’apartheid.

 

Madiba, infatti, nel 1952, a Johannesburg, fondò insieme all’amico e già compagno di studi Oliver Tambo il primo studio legale in Sudafrica, gestito esclusivamente da avvocati di colore e con ovvio riguardo per le questioni della popolazione africana. Il successo, proprio in termini di richieste e clienti che si presentavano presso lo studio, fu straordinario.

Mandela racconta nella propria autobiografia (“A long walk to freedom”, 1995): “Non eravamo gli unici avvocati Africani in Sudafrica, ma eravamo l’unico studio di avvocati Africani. Per gli Africani rappresentavamo la prima scelta e l’ultima risorsa. Per raggiungere i nostri uffici ogni mattina dovevamo passare attraverso una folla di persone stanziata nell’atrio, sulle scale e nella nostra piccola sala d’aspetto.”

Come sottolinea più avanti, infatti, “gli Africani erano disperati per aiuto legale riguardo ai luoghi pubblici: era un crimine camminare attraverso una porta per soli Bianchi, un crimine viaggiare su un autobus per soli Bianchi, un crimine bere da una fontana per soli Bianchi, un crimine passeggiare su una spiaggia per soli Bianchi, un crimine trovarsi in strada dopo le undici di sera, un crimine avere la firma sbagliata su quel libro, un crimine essere disoccupato e un crimine lavorare nel posto sbagliato, un crimine abitare in certi posti e un crimine non avere alcun posto dove abitare. Ogni giorno ascoltavamo uomini anziani raccontarci che generazione dopo generazione la loro famiglia aveva lavorato un’incolta porzione di terreno e ora ne venivano sfrattati. Ogni settimana ascoltavamo donne anziane raccontarci che facevano fermentare la birra per incrementare i propri minuscoli guadagni e che adesso rischiavano il carcere o multe che non sarebbero state in grado di pagare. Ogni settimana ascoltavamo persone raccontarci di aver vissuto per decadi nella stessa casa soltanto per scoprire che adesso era stata dichiarata area per soli Bianchi e dovevano abbandonarla senza alcun compenso. Ogni giorno ascoltavamo e vedevamo migliaia di umiliazioni che gli Africani erano costretti a subire ogni giorno della loro vita”.

 

Da allora, “Madiba”, come viene chiamato con affetto in ricordo del nome del clan Xhosa, etnia sudafricana di cui faceva parte, conquistò un posto di riguardo nel cuore dei propri concittadini come “padre della nazione” e del mondo intero in quanto uomo di eccezionale indomito coraggio, capace di riportare speranza, democrazia ed uguaglianza in un paese lacerato dall’odio razziale e dalle divisioni interne. Se a tutti questi casi elencati dal premio Nobel per la Pace sommiamo anche il fatto che, come egli stesso ricorda, i vari studi legali dell’epoca si approfittavano in maniera scandalosa dei clienti di colore imponendo loro parcelle esorbitanti, di gran lunga superiori a quelle dei clienti bianchi più facoltosi, l’opera sociale e civile dei due avvocati fu più che significativa, oltre che pionieristica, come è quella che, oggi, nel nostro piccolo, affrontiamo in Italia, da oltre 25 anni, grazie ad altri coraggiosi Avvocati senza Frontiere, che ogni giorno si scontrano ad armi impari con l’arroganza del potere e la corruzione della magistratura di regime.

 

Nelson Mandela va quindi considerato, a pieno titolo, uno dei primi Avvocati senza Frontiere, con la A maiuscola, che ha saputo coniugare la professione forense con la creazione di valore per il bene dei soggetti più deboli e il progresso della Civiltà.   

 

Nell’autobiografia, Mandela, spiega il motivo della propria decisione d’intraprendere la carriera forense quando si sofferma a parlare di ciò che lo studio legale “Mandela e Tambo” era giunto a rappresentare per le donne e gli uomini di colore. “Era un posto dove potevano venire e trovare un orecchio comprensivo e un alleato competente, un posto dove non sarebbero stati né scacciati né truffati, un posto dove potevano finalmente sentirsi orgogliosi di essere rappresentati da uomini della propria carnagione. Questo è il motivo per cui ho deciso fin dall’inizio di diventare avvocato, e il mio lavoro spesso mi faceva sentire di aver fatto la scelta giusta”.

 

E’ per queste ragioni che sentiamo “Madiba” uno dei più grandi Avvocati senza Frontiere!

 

Ci congediamo con le parole con cui termina l’autobiografia di Nelson Rolihlahla Mandela da dietro le sbarre di Robben Island:

«Quando sono uscito di prigione, questa era la mia missione, liberare sia gli oppressi che l’oppressore. Qualcuno dice che lo scopo è stato raggiunto. Ma io so che non è questo il caso. La verità è che noi non siamo ancora liberi; abbiamo soltanto conquistato la libertà di essere liberi, il diritto a non essere oppressi. Non abbiamo ancora l’ultimo passo del nostro viaggio, ma il primo di un lungo e anche più difficile cammino. Per essere liberi non basta rompere le catene, ma vivere in un modo che rispetti e accresca la libertà degli altri. Il vero test della nostra fedeltà alla libertà è solo all’inizio. Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà. Ho cercato di non vacillare; ho compiuto passi falsi. Ma ho scoperto il segreto che dopo aver scalato una collina, si capisce che ce ne sono ancora molte altre da scalare. Mi sono preso un momento di riposo, per dare un’occhiata alla vista che mi circonda, per guardare indietro alla strada che ho fatto. Ma posso riposare solo per un momento, perché con la libertà vengono anche le responsabilità, e mi preoccupo di non indugiare, perché il mio lungo cammino non è ancora finito.”

a cura di: Ander Maglica

 

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http://www.youtube.com/watch?v=XL7M3ykTci0

Alla Rotonda Della Besana


 

 

Senzatomica è stata insignita di una medaglia quale speciale premio di rappresentanza dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel febbraio 2011.

 

La mostra, dedicata al tema del disarmo, si propone di far riflettere sulla realtà delle armi nucleari ed è uno strumento educativo rivolto a tutti, con un’attenzione particolare ai giovani studenti.

 

Gli obiettivi di Senzatomica sono informare i cittadini sugli inganni e i paradossi della sicurezza fondata sulle armi nucleari; sviluppare un movimento di diplomazia parallela promossa da comuni cittadini che rivendichi pacificamente il diritto a un mondo libero da questi strumenti di distruzione totale; promuovere una Convenzione Internazionale sulle Armi Nucleari entro il 2015, per la quale all’ONU è già stato presentato un testo di riferimento dal 1997.

 

La Soka Gakkai Internazionale – su impulso del suo presidente Daisaku Ikeda che nel 2006 e nel 2007 aveva proposto alle Nazioni Unite di promuovere un Decennio al sostegno di azioni per l’abolizione delle armi nucleari, da realizzarsi con il coinvolgimento della società civile – ha avviato un programma decennale di educazione al disarmo nucleare al quale l’IBISG partecipa con Senzatomica.

 

Scrive Daisaku Ikeda, filosofo buddista riconosciuto dalle più prestigiose istituzioni educative e culturali internazionali e interlocutore dei principali pensatori e uomini di scienza della nostra epoca: “E’ per noi giunto il tempo di applicare la stessa equazione di Einstein per far sgorgare l’infinito potenziale che esiste nel profondo del cuore di ogni persona e liberare il coraggio e l’azione delle persone comuni per creare un’indomabile forza di pace. In ultima analisi, questo è l’unico modo di porre fine agli incubi nucleari della nostra epoca. In questa operazione, nessuno ha un ruolo più essenziale da ricoprire dei giovani.”

 

Nelle tappe di Firenze (marzo 2011) e Pesaro (febbraio 2012), la mostra è stata visitata da oltre 35 mila persone.

 

In mostra 42 pannelli nel percorso principale e 11 pannelli nel percorso dedicato a i bambini suddivisi in quattro sezioni tematiche con filmati inediti sulla storia delle armi nucleari e testimonianze dei sopravvissuti dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki.

 

La mostra – in attesa del patrocinio del Comune di Milano – è sostenuta da Associazione dei Parlamentari per la Non Proliferazione Nucleare e per il disarmo, da IPPNW (International Physicians for the Prevention of Nuclear War – associazione già insignita del Premio Nobel per la Pace), dall’Istituto di Ricerca Internazionale Archivio Disarmo, dal World Summit of Nobel Peace Laureates, Pugwash (Conferences on Science and World Affairs – associazione già insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1995), da USPID (Unione Scienziati per il disarmo) e da Mayors for Peace.

 

“Senzatomica – trasformare lo spirito umano per un mondo libero da armi nucleari” Milano – Rotonda della Besana
Apertura al pubblico venerdì 8 marzo ore 18.30 – 22.30

 

Orari di apertura dal 9 al 29 marzo 2013:
lun – mar – mer – gio – dom 9.30 – 21.30
ven e sab 9.30 – 22.30

 

INGRESSO GRATUITO

 

AGISCI ANCHE TU!

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http://www.senzatomica.it/press/comunicati-stampa/231-senzatomica-milano

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FIRMIAMO TUTTI !!!

 
http://www.petizioni24.com/petizione_per_emanuela_orlandi

 
Per CONFERMARE la firma o per ELIMINARE la firma, aprire la seguente pagina:
http://www.petizioni24.com/v/10851228/4TX6N8

 
Parliamo di questa petizione a quante più persone possibile.

Più firme si raccoglieranno, maggiore sarà la visibilità che la petizione otterrà dai media e da coloro che prendono le decisioni.

 

Per informazioni su Emanuela Orlandi

http://it.wikipedia.org/wiki/Sparizione_di_Emanuela_Orlandi

 

GRAZIE!

DSF

“Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”

Non bisogna arrendersi mai

 


 

 

La storia di Rita è una storia tremendamente triste ed intrisa di coraggio, che non va dimenticata.

Sono cresciuta credendo che in un paese sconquassato come l’Italia, dove la vera Giustizia si esercita una tantum e non è mai uguale per tutti, le uniche persone davvero identificabili con i valori dello Stato siano quelle che di Giustizia ci sono morte, sacrificando tutto. Con questo non voglio dire che per esercitare una vera Giustizia si debba morire, credo che anche oggi ci sia qualche luce, qualcuno che agisce ispirandosi ad uomini come Falcone e Borsellino, ma credo che in troppi si limitino a riempirsi la bocca di belle parole durante le commemorazioni, per poi piegare la testa ai compromessi. Credo che molti indossino solo delle toghe, ma siano guidati da una pura sete di  potere, dimenticando che quella toga porta delle responsabilità e che per i cittadini una toga significa Stato, Giustizia, riequilibrio tra colpe e pene e non corruzione ed amministrazione ad personam.

Credo che i Siciliani e tutti gli Italiani ogni volta che abbassano la testa calpestino la memoria di Rita e di tutte le persone che come lei hanno agito per la Giustizia e per il bene di tutti!.

Credo che Rita nell’attimo in cui si è gettata da quella finestra si sia sentita completamente annientata dalla mafia, disperata e sola. È così. Questo nessuno può modificarlo, ma oggi c’è qualcuno che legge la sua storia e nel leggerla avverte un senso di inquietudine, rabbia e vigliaccheria, sentendosi tremendamente piccolo, come mi sono sentita io, ma comprendendone il valore, il coraggio e l’importanza di non rendere vano il suo sacrificio.

Nel proprio piccolo si può contribuire a cambiare il mondo, voglio credere che sia davvero così, proprio come scriveva Rita nel tema della sua maturità:
“Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti. L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.”

“La Siciliana Ribelle” di Marco Amenta è un film del 2007, che ho visto durante una notte insonne, in seconda serata alla televisione, un film  che mi ha consentito di conoscere la storia di Rita Atria; Testimone di Giustizia contro la mafia.

Realtà e finzione si mescolano nell’intreccio della sceneggiatura cinematografica, ma la trama che guida il film ricalca i passi principali della vita di Rita, una vita intensa e tristemente breve. E così scatta dentro di me il desiderio di saperne di più, di indagare per capire, di parlare e raccontare per far conoscere il più possibile il coraggio di questa ragazza.

Rita nasce nel settembre del 1974 nella Valle del Belice, a Partanna, colonna mafiosa degli Accardo. (altro…)

DOSSIER ANNA: UN OMICIDIO DI STATO


Da anni, dopo essere stata avvelenata, denunciava di essere minacciata per le sue battaglie di verità e giustizia.

 

Anna Politkovskaya

Nell’Anniversario del suo vile assassinio, da parte della mafia di Stato russa, avvenuto a Mosca, il 7 ottobre 2006, desideriamo rendere onore alla valorosa collega Anna Politkovskaya, giornalista famosa in tutto il mondo per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia e le brutalità compiute dalle truppe federali. Anna è stata freddata dai killer del potere nell’ascensore della sua abitazione moscovita con un colpo secco alla testa e i vili mandanti, come gli esecutori materiali, sono rimasti ovviamente “ignoti” alla magistratura asservita al Cremlino, nonostante la polizia russa abbia rinvenuto l’arma dell’esecuzione politico-mafiosa e sequestrato il computer della Politkovskaja con tutto il materiale che la coraggiosa giornalista stava per pubblicare, tramite l’editore della Novaya Gazeta, Dmitry Muratov, proprio il giorno in cui è stata uccisa. Un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramsan Kadyrov. Muratov aggiunge che risultano sparite anche due foto. Gli appunti non ancora sequestrati vengono pubblicati il 9 ottobre stesso, sulla Novaya Gazeta.


Anna aveva 48 anni e due figli. Scriveva per il quotidiano dell’opposizione Novaya Gazeta. Nel settembre del 2004, mentre si apprestava a recarsi a Beslan per seguire il sequestro e il massacro degli ostaggi nella scuola numero 1 del capoluogo dell’Ossezia del Nord, era rimasta vittima di un misterioso avvelenamento da lei attribuito ai servizi segreti russi. Alle vicende del conflitto ceceno si era appassionata alla fine degli anni ’90, e non solo come cronista: nel dicembre del 1999 fu lei a organizzare, sotto una pioggia di bombe, l’evacuazione dell’ ospizio di Grozny, mettendo in salvo 89 anziani. (altro…)

Anna Politkovslaja prima di venire assassinata dalla mafia di stato russa

di Rubina Möhring (traduzione italiana inedita di Riccardo Novello)

 

Il perché della guerra – Reporter in tempo di guerra. Akademietheater, Vienna 11.12.2005

 

Quella che pubblichiamo è un intervista inedita in Italia, ove la coraggiosa reporter, assassinata qualche mese dopo, parlando delle sistematiche violazioni dei diritti umani nel suo Paese, delle continue minacce di morte e dei paricoli che corrono i giornalisti indipendenti, preannuncia la sua esecuzione da parte della mafia di Stato russa vicina al Cremlino (n.d.r.).


Anna Politkovskaya

Rubina Möhring: Anna, nel contributo che abbiamo appena citato, tratto dal Suo libro, Lei ha descritto quale disegno persegue la politica nei confronti dei mass-media in Russia, sia nel periodo successivo a Beslan sia dopo l’attacco al teatro di varietà „Nordost” nel 2002. In quale misura questa politica di propaganda unilaterale, questo metodo di propaganda raggiunge in realtà il suo obiettivo, ovvero la popolazione? Sappiamo bene dalle notizie che ci giungono anche da altri stati, anche dall’Occidente, che se l’informazione è troppo unilaterale, allora si finisce per non credere affatto alle informazioni stesse. (altro…)

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