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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

Cosa penso della categoria ‘cultura’

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Si è acceso un filo di speranza per la sudanese Meriam Yahia Ibrahim Ishag.

 

La donna, incinta all’ottavo mese e in carcere dall’agosto scorso, è stata  condannata all’impiccagione per aver commesso apostasia, dopo essersi rifiutata di rinnegare la propria fede. Meriam si è sempre difesa ricordando di essere stata educata come cristiana ortodossa dalla madre, il padre, musulmano, è stato assente fin dalla nascita. La donna  inoltre è sposata con uno straniero di religione  cristiana, per questo motivo è stata condannata anche a 100 frustate. Il suo matrimonio non è valido in base alla Sharia e quindi considerato come adulterio.

 

Il caso ha suscitato  grande sdegno e subito dopo la pronuncia della sentenza si sono alzate proteste con slogan come “no all’esecuzione di Meriam!” e “i diritti religiosi sono diritti costituzionali”, in poche ore la protesta ha raggiunto Twitter e gli altri social network diventando così virale. Anche l’Italia si è mobilitata immediatamente tramite l’associazione Italians for Darfur.

 

Grazie all’attenzione internazionale che il caso ha suscitato e all’operato dell’ong sudanese “Sudan Change Now”, la sentenza, definita “ripugnante” potrebbe essere rivista.  Ah-Fateh Ezzedin, presidente del Consiglio Nazionale sudanese, ha dichiarato  che l’attenzione rivolta dai media internazionali al caso potrebbe danneggiare la reputazione del Paese e del sistema giudiziario, nel frattempo però Meriam resta in carcere.

 

L’auspicio è quello che il destino di Meriam si riveli più roseo di quanto sarebbe dovuto essere, tuttavia il suo è un caso isolato. La sentenza probabilmente verrà rivista e  se questo avverrà sarà grazie al grande eco che la vicenda ha avuto.

 

Cosa ne sarà delle altre donne islamiche, picchiate, frustate e uccise solo perché colpevoli di voler essere libere?

 

 

A cura di: Laura Caradonio

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Quando le attenzioni diventano persecuzione

 

 

Il reato di stalking, introdotto in Italia  nel 2009, offre una tutela nei confronti di soggetti che sono vittime di molestie assillanti e atti persecutori di vario genere. Atti che incidono fortemente sulla vita privata della vittima.

Le percentuali ci dicono che vittime di stalking sono soprattutto donne (85% donne, 15% uomini).

Dal momento dell’entrata in vigore del decreto legge sono state numerose le querele arrivate sul tavolo del questore, tuttavia ancora troppo spesso queste molestie rimangono taciute.

Necessario è dunque chiarire quando e come si possa denunciare per stalking, quando quindi la condotta tenuta dall’agente integri un reato. Per far ciò bisogna innanzitutto partire dall’analisi dell’articolo 612 bis, in particolare del suo primo comma che recita:

 

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.”

 

La condotta tenuta dall’agente deve essere reiterata: con questo non si intende che la condotta debba essere tenuta abitualmente, è stato riconosciuto (sent Cass. Pen .20895/11 del 25/05/2011) come sufficiente per la configurazione del reato che questa sia stata tenuta almeno due volte, a condizione che  realizzi un perdurante stato di ansia o di paura nella vittima o, alternativamente, un altro degli eventi descritti dalla norma.

 

Il comportamento tenuto dall’agente deve costituire una minaccia o una molestia; sulla precisazione del significato di minaccia o molestia si è formata un’ampia giurisprudenza. Sussiste la minaccia quando lo stalker prospetti alla vittima un male futuro o anche quando tenga comportamenti fortemente intrusivi della sua sfera personale. Recentemente la giurisprudenza ha allargato il concetto di minaccia ricomprendendovi “qualunque forma di interferenza o di minaccia nella vita della vittima che comprometta lo svolgimento delle normali azioni quotidiane della vittima”.

 

Il comportamento tenuto dallo stalker deve ingenerare nella vittima uno degli stati descritti dall’articolo 612bis:

 

– “un perdurante e grave stato di ansia o di paura“: la norma si riferisce a forme patologiche di stress che possono essere oggettivamente verificate come ad esempio il DPTS (disturbo post-traumatico da stress);

il fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata al medesimo da relazione affettiva “: il termine “fondato” sembra indicare che il timore  per l’incolumità propria o di persona a lui vicina debba essere un timore concreto e oggettivamente verificabile dal giudice.

 

Il secondo e il terzo comma dell’art 612 bis contengono le seguenti circostanze aggravanti :

 

a. La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa;

b. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di donna in stato di gravidanza o di un soggetto con disabilità, ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi, o da persona travisata, o con scritto anonimo.

 

Qual è il procedimento di denuncia ?

 

Ancora una volta è l’articolo 612bis a fornirci la risposta, questo al suo quarto comma stabilisce che il reato di stalking è perseguibile solo se è sporta denuncia dalla parte lesa, le autorità non possono quindi procedere sulla base della sola conoscenza dell’avvenuto reato (avvio d’ufficio), ad eccezione del caso in cui la persona offesa sia un disabile o un minore oppure quando il fatto sia connesso ad altro delitto per il quale è prevista la procedibilità d’ufficio.

Il termine per la querela è di sei mesi. Nel caso in cui  la vittima di stalking ritenga che da una denuncia penale scatuirebbero conseguenze sproporzionate rispetto al fatto compiuto può avviare una procedura di ammonimento che precede la denuncia vera e propria.

In questo caso il questore,  ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge . Qualora il reato previsto dall’articolo 612 bis venga commesso da un soggetto già ammonito è previsto un aumento di pena e la procedibilità d’ufficio.

 

La nuova legge  del 15 ottobre 2013 n.93  sul femminicidio ha regolato anche alcuni aspetti riguardanti il delitto di stalking ampliando il raggio delle situazioni tutelabili. Aggravanti sono previste per  fatti commessi dal coniuge pure in costanza del vincolo matrimoniale, la riforma ha poi  introdotto tra le molestie anche  quelle perpetrate da chiunque con strumenti informatici o telematici. E’ previsto, analogamente a quanto già accade per i delitti di violenza sessuale, l’irrevocabilità della querela, cioè l’impossibilità di ritirare la denuncia se non in fase processuale. Questa questione è stata oggetto di vivaci dibattiti alla Camera divisa tra soggetti a favore dell’irrevocabilità, le cui ragioni sono prevalse, che ne sostenevano la necessarietà al fine di rendere concreta la tutela prevista dall’ordinamento, e soggetti contrari alla stessa che ritengono che essa costituisca una limitazione eccessiva alla libertà della donna e alla sua capacità di autodeterminazione

Il delitto di stalking viene inoltre incluso tra quelli ad arresto obbligatorio.

 

Altra novità importante è quella riguardante l’inserimento del reato di stalking tra quelli per cui è previsto il gratuito patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito.

 

 

Non tutte le situazioni di stalking sono uguali, anzi, i comportamenti che configurano la fattispecie prevista dall’articolo 612bis possono essere vari e il confine tra un semplice corteggiamento e una vera e propria molestia è spesso labile. E’ stato rilevato che circa l’80% dei casi di femminicidio è preceduta da comportamenti che configurano il reato di stalking. E’ dunque necessario che il soggetto che subisce tali minacce non prenda la situazione sottogamba; un invito ripetuto troppe volte,troppe telefonate o appostamenti possono essere dei campanelli d’allarme.

 

 

a cura di: Laura Caradonio

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“La pace non è un sogno: può diventare realtà; ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare”.

 

Questa è la somma eredità spirituale che ci ha lasciato Nelson Mandela, spentosi il 5 dicembre u.s., all’età di 95 anni, di cui ben 27 trascorsi nelle prigioni del regime razzista sudafricano, prima della liberazione dall’apartheid e dell’elezione a Presidente della Repubblica del suo amato Paese.

“Un giorno sarò il primo presidente nero del Sudafrica”. Questo era il suo grande sogno per il bene del suo popolo che ha saputo coltivare per tutta la vita, anche durante la lunga prigionia, insegnando alla sua gente e all’intera umanità, l’arte di sognare e di lottare per i diritti civili.

Lo ha fatto usando l’arma della propria sofferenza e del dialogo per riempire con i più nobili valori dell’eguaglianza e della giustizia sociale, il vuoto morale e interiore che sta soffocando la nostra decadente civiltà, sempre più indifferente, fondata sulla logica del profitto e della sopraffazione. 

 

La più alta testimonianza dell’impegno politico-sociale di Mandela si ritrova proprio nel discorso pronunciato alla Corte di fronte ai suoi aguzzini:Sono pronto a pagare la pena anche se so quanto triste e disperata sia la situazione per un africano in un carcere di questo paese… Più potente della paura per l’inumana vita della prigione è la rabbia per le terribili condizioni nelle quali il mio popolo è soggetto fuori dalle prigioni… non ho dubbi che i posteri si pronunceranno per la mia innocenza e che i criminali che dovrebbero essere portati di fronte a questa corte sono i membri del governo. Questa stoica resistenza in carcere (27 anni) rese noto Mandela alla opinione pubblica internazionale divenendo simbolo della lotta alla segregazione razziale e paladino dei diritti civili.

 

Nel 1964 viene condannato all’ergastolo per cospirazione e sabotaggio, secondo la prassi repressiva del Sudafrica dell’epoca, dove gli attivisti per l’uguaglianza razziale rischiavano anche la vita, come accadde nel 1977 a Steve Biko, per poi, una volta liberato, nel 1990, collaborare assieme all’allora presidente Frederik Willem de Klerk, ad una serie di misure volte ad abolire il regime d’apartheid.

 

Madiba, infatti, nel 1952, a Johannesburg, fondò insieme all’amico e già compagno di studi Oliver Tambo il primo studio legale in Sudafrica, gestito esclusivamente da avvocati di colore e con ovvio riguardo per le questioni della popolazione africana. Il successo, proprio in termini di richieste e clienti che si presentavano presso lo studio, fu straordinario.

Mandela racconta nella propria autobiografia (“A long walk to freedom”, 1995): “Non eravamo gli unici avvocati Africani in Sudafrica, ma eravamo l’unico studio di avvocati Africani. Per gli Africani rappresentavamo la prima scelta e l’ultima risorsa. Per raggiungere i nostri uffici ogni mattina dovevamo passare attraverso una folla di persone stanziata nell’atrio, sulle scale e nella nostra piccola sala d’aspetto.”

Come sottolinea più avanti, infatti, “gli Africani erano disperati per aiuto legale riguardo ai luoghi pubblici: era un crimine camminare attraverso una porta per soli Bianchi, un crimine viaggiare su un autobus per soli Bianchi, un crimine bere da una fontana per soli Bianchi, un crimine passeggiare su una spiaggia per soli Bianchi, un crimine trovarsi in strada dopo le undici di sera, un crimine avere la firma sbagliata su quel libro, un crimine essere disoccupato e un crimine lavorare nel posto sbagliato, un crimine abitare in certi posti e un crimine non avere alcun posto dove abitare. Ogni giorno ascoltavamo uomini anziani raccontarci che generazione dopo generazione la loro famiglia aveva lavorato un’incolta porzione di terreno e ora ne venivano sfrattati. Ogni settimana ascoltavamo donne anziane raccontarci che facevano fermentare la birra per incrementare i propri minuscoli guadagni e che adesso rischiavano il carcere o multe che non sarebbero state in grado di pagare. Ogni settimana ascoltavamo persone raccontarci di aver vissuto per decadi nella stessa casa soltanto per scoprire che adesso era stata dichiarata area per soli Bianchi e dovevano abbandonarla senza alcun compenso. Ogni giorno ascoltavamo e vedevamo migliaia di umiliazioni che gli Africani erano costretti a subire ogni giorno della loro vita”.

 

Da allora, “Madiba”, come viene chiamato con affetto in ricordo del nome del clan Xhosa, etnia sudafricana di cui faceva parte, conquistò un posto di riguardo nel cuore dei propri concittadini come “padre della nazione” e del mondo intero in quanto uomo di eccezionale indomito coraggio, capace di riportare speranza, democrazia ed uguaglianza in un paese lacerato dall’odio razziale e dalle divisioni interne. Se a tutti questi casi elencati dal premio Nobel per la Pace sommiamo anche il fatto che, come egli stesso ricorda, i vari studi legali dell’epoca si approfittavano in maniera scandalosa dei clienti di colore imponendo loro parcelle esorbitanti, di gran lunga superiori a quelle dei clienti bianchi più facoltosi, l’opera sociale e civile dei due avvocati fu più che significativa, oltre che pionieristica, come è quella che, oggi, nel nostro piccolo, affrontiamo in Italia, da oltre 25 anni, grazie ad altri coraggiosi Avvocati senza Frontiere, che ogni giorno si scontrano ad armi impari con l’arroganza del potere e la corruzione della magistratura di regime.

 

Nelson Mandela va quindi considerato, a pieno titolo, uno dei primi Avvocati senza Frontiere, con la A maiuscola, che ha saputo coniugare la professione forense con la creazione di valore per il bene dei soggetti più deboli e il progresso della Civiltà.   

 

Nell’autobiografia, Mandela, spiega il motivo della propria decisione d’intraprendere la carriera forense quando si sofferma a parlare di ciò che lo studio legale “Mandela e Tambo” era giunto a rappresentare per le donne e gli uomini di colore. “Era un posto dove potevano venire e trovare un orecchio comprensivo e un alleato competente, un posto dove non sarebbero stati né scacciati né truffati, un posto dove potevano finalmente sentirsi orgogliosi di essere rappresentati da uomini della propria carnagione. Questo è il motivo per cui ho deciso fin dall’inizio di diventare avvocato, e il mio lavoro spesso mi faceva sentire di aver fatto la scelta giusta”.

 

E’ per queste ragioni che sentiamo “Madiba” uno dei più grandi Avvocati senza Frontiere!

 

Ci congediamo con le parole con cui termina l’autobiografia di Nelson Rolihlahla Mandela da dietro le sbarre di Robben Island:

«Quando sono uscito di prigione, questa era la mia missione, liberare sia gli oppressi che l’oppressore. Qualcuno dice che lo scopo è stato raggiunto. Ma io so che non è questo il caso. La verità è che noi non siamo ancora liberi; abbiamo soltanto conquistato la libertà di essere liberi, il diritto a non essere oppressi. Non abbiamo ancora l’ultimo passo del nostro viaggio, ma il primo di un lungo e anche più difficile cammino. Per essere liberi non basta rompere le catene, ma vivere in un modo che rispetti e accresca la libertà degli altri. Il vero test della nostra fedeltà alla libertà è solo all’inizio. Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà. Ho cercato di non vacillare; ho compiuto passi falsi. Ma ho scoperto il segreto che dopo aver scalato una collina, si capisce che ce ne sono ancora molte altre da scalare. Mi sono preso un momento di riposo, per dare un’occhiata alla vista che mi circonda, per guardare indietro alla strada che ho fatto. Ma posso riposare solo per un momento, perché con la libertà vengono anche le responsabilità, e mi preoccupo di non indugiare, perché il mio lungo cammino non è ancora finito.”

a cura di: Ander Maglica

 

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A 50 anni dalla morte di Kennedy si analizza un nuovo volto del presidente. J.F. Kennedy come difensore dei diritti civili


E’ da poco passato il cinquantesimo anniversario della morte di John F. Kennedy, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti dal 20 gennaio 1961 al 22 novembre 1963, data del suo storico assassinio a Dallas, in Texas.

Egli, oltre che per le vicende della guerra fredda, è ricordato per essere stato un grande paladino dei diritti civili, in particolar modo della componente afroamericana, che, proprio in quegli anni, incominciava a far sentire la propria voce con esponenti di rilievo quali Martin Luther King.

Risale infatti alla sua presidenza l’episodio dell’11 giugno del 1963, quando i primi studenti afroamericani riuscirono ad iscriversi nell’università d’Alabama. Questo stato, così come tutti gli altri nel sud degli Stati Uniti, all’epoca era ancora contraddistinto da una forte componente razzista. Nella zona meridionale, infatti, godevano di grande attenzione associazioni quali il Ku Klux Klan e le riforme contro la segregazione degli afroamericani trovavano sempre grande difficoltà di messa in atto, in opposizione ai più progressisti stati settentrionali.

L’episodio in questione ottenne subito notevole risalto presso l’opinione pubblica per la resistenza e l’opposizione che suscitò non solo nella popolazione locale non di colore, ma soprattutto nello stesso  presidente dello stato, George Wallace. Costui arrivò a porsi sulla porta d’ingresso dell’università in modo da impedire loro il passaggio, giustificando tale intervento con l’autonomia del proprio singolo stato rispetto alle decisioni federali.

Fu dunque fondamentale in questo frangente l’intervento diretto di Kennedy. Questi, venuto a conoscenza dei fatti, prima chiamò Wallace e gli intimò di non opporre ulteriore resistenza. Dopodichè, attraverso un decreto, rese l’esercito dell’Alabama federale, ponendolo pertanto sotto il proprio comando diretto. Scortati dai militari, i due studenti, Vivian Malone e James Hood, poterono quindi, finalmente, fare il loro ingresso nell’università e iscriversi ad essa, avvenimento per il quale avevano dovuto attendere ben due anni, nonostante  fosse un loro diritto moralmente e legalmente sancito.Nello stesso giorno, Kennedy informò attraverso un messaggio radiotelevisivo la nazione e il resto del mondo del significativo avvenimento.

 

La straordinarietà di tale fatto è dovuta non solo all’unicità del gesto e all’esempio che poi costituì per i casi futuri, ma anche in quanto affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Si trattò, infatti, di preservare sia il diritto allo studio di due studenti che di determinare l’uguaglianza tra persone di diverso colore.

Forse in epoca attuale, in cui è comune vedere classi con studenti di varie etnie e classi sociali e in cui lo studio più che un diritto, almeno per quanto riguarda l’istruzione obbligatoria, non di rado è considerato quasi un dovere, ciò può sembrare naturale, tuttavia all’epoca non lo era e, se le cose sono cambiate e ci appare in tal senso, lo si deve certamente a singoli avvenimenti quali quello dell’11 giugno 1963 nell’università d’Alabama.

 

http://www.jfklibrary.org/JFK/Historic-Speeches/Multilingual-Address-to-the-Nation-on-Civil-Rights/Multilingual-Address-to-the-Nation-on-Civil-Rights-in-Italian.aspx

 

 

A cura di: Ander Maglica

 

Ginecologi, infermieri, psicologi e assistenti sociali: L’Offerta del Consultorio

 

Cos’è il consultorio ? Il Consultorio familiare è una struttura sanitaria pubblica o privata  che ha la funzione di sostenere le famiglie o il singolo qualora si trovi in alcune particolari situazioni di bisogno.

I consultori non si occupano, come spesso si crede,  di offrire un servizio alla donna solo in caso di interruzione o impedimento della gravidanza. Al loro interno infatti collaborano diverse figure che offrono variegate forme di assistenza.

Innanzitutto ginecologi ostetrici e infermieri, per la prescrizione di contraccettivi orali e l’ applicazione di contraccettivi meccanici, per le procedure  di interruzione volontaria di gravidanza (I.V.G.), per la  prevenzione dei tumori della sfera genitale femminile (visite, pap-test, esame del seno e tecniche dell’autoesame), per il monitoraggio della gravidanza, ecografie, cardiotografie, colposcopi.
Psicologiassistenti sociali per la preparazione alla genitorialità responsabile, per fornire sostegno alla donna o alla coppia in caso di interruzione volontaria di gravidanza, per i problemi della donna o della famiglia, per fornire consulenza psico-sessuale.

Anche i minori possono utilizzare i servizi offerti dal consultorio. In particolare essi possono direttamente rivolgersi a psicologi e assistenti sociali nel caso di maltrattamenti in famiglia, disagio giovanile o più semplicemente per ottenere informazioni circa i metodi di contraccezione e il loro corretto utilizzo.

I servizi offerti dal consultorio non sempre vengono sfruttati come dovrebbero, un po’ per disinformazione, un po’ per il disagio che si prova nel parlare della propria sessualità.

 

E’ necessario diffondere una corretta informazione circa questi servizi, non solo per impedire gravidanze indesiderate o il ricorso a contraccettivi di emergenza, ma ancora di più per impedire  il diffondersi di malattie sessualmente trasmissibili oppure che situazioni di disagio vissute in famiglia o in coppia rimangano senza voce.

 


http://www.comuni-italiani.it/salute/consultori.html
http://www.comuni-italiani.it/015/consultori.html

 

 

a cura di: Laura Caradonio

MILANO, WOMEN’S CIRCLE – Ex-Palazzo del Ghiaccio di Milano

Riadattando il refrain di People Have the Power, indimenticabile canzone di Patti Smith, scritta da Bruce Springsteen, il The Circle di Oxfam, lanciato in Italia da Livia Firth e Antonella Antonelli, ritorna a Milano il 5 Dicembre 2013, a un anno esatto dal primo appuntamento, che aveva visto protagonista la sua fondatrice Annie Lennox. Per dipanare il filo delle sfide vinte e di quelle da lanciare, le oltre 150 donne di The Circle di Oxfam Italia, provenienti dai settori più diversi – cultura, spettacolo, imprenditoria, giornalismo, moda –, hanno organizzato Women’s Circle 2013, evento di raccolta fondi a favore delle donne che in tante parti del mondo vivono ancora escluse dalla vita economica, sociale e politica del proprio paese.

 

Dichiarazione di Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International

“Nel mondo una persona su tre vive in povertà, una realtà inaccettabile che Oxfam vuole cambiare. L’esperienza di The Circle in Italia e altrove nel mondo va esattamente in questa direzione e rappresenta bene il concetto di power of people against poverty. Tutti possono – con gesti piccoli e grandi – dare un contributo per sconfiggere fame e povertà. Lavoriamo in oltre 90 paesi, salviamo vite quando sono travolte da disastri naturali e conflitti, come sta accadendo in questi giorni nelle Filippine. Lavoriamo con le donne, perché sono loro che provvedono alla maggior parte del cibo per le famiglie e l’intera comunità. Insieme a loro, vero motore di cambiamento locale, possiamo costruire il futuro.

 

The Circle è un’iniziativa di Oxfam. Nato a Londra nel 2008 grazie alla volontà di Annie Lennox, e oggi promosso in Italia grazie al supporto di Livia Firth, è costituito da donne di differenti ambiti (cultura, arte, spettacolo, moda, editoria, imprenditoria…) che insieme si confrontano, si scambiano idee, realizzano progetti concreti per sostenere le donne che vivono in povertà nel mondo.
Le donne di The Circle apportano idee, contatti, abilità ed entusiasmo per sostenere Oxfam Italia  nel combattere la povertà e l’ingiustizia, favorendo azioni di raccolta fondi, comunicazione  e sensibilizzazione.

 

Dichiarazione di Maurizia Iachino, presidente di Oxfam Italia

“The Circle è un Movimento di Donne per le Donne, che si propone di aiutare le donne che vivono in condizioni disagiate in ogni parte del mondo, ad uscire dalle condizioni di ingiustizia che ne determinano la povertà. Siamo convinti che riconoscere i diritti delle donne e promuoverne l’accesso a risorse quali la terra, l’istruzione, il credito, rappresenti un passo essenziale per lo sviluppo di ogni paese e comunità, in ogni parte del mondo. In due anni di attività abbiamo allargato il cerchio delle donne che con generosità  ci sostengono in ogni parte d’Italia, hanno dato vita a eventi e iniziative, nei settori dell’arte, della moda, della medicina, dello sport, dello spettacolo. Ringrazio di cuore tutte le donne che con passione hanno messo a servizio di Oxfam tempo, energia e professionalità.”

 

http://www.oxfamitalia.org/the-circle/the-circle

 

 

Attrice, doppiatrice, scrittrice mostra tutta la forza della sua vita.

Tutti conosciamo Anna Marchesini, ha appena compiuto 60 anni, è malata, ha l’artrite reumatoide, e non ha problemi a dirlo. Sembra un attacco molto severo al suo corpo che però  non logora il suo stato vitale anzi lo rafforza e probabilmente lo sublima. Un grande esempio di donna creativa e dinamica, un grande esempio di “Arte Dell’Umanità!”. Anna sempre vince perché è spontanea, pone se stessa di fronte ad una realtà insopportabile e lo fa con una lucidità che a tratti spaventa. Forza alcune corde nella sua confessione (Amo a tal punto la vita, che parlo di morte) e non si può fare altro che stare lì ad osservarla con ammirazione, perché quella testa alta ci inorgoglisce come esseri umani, ci da la possibilità di pensare che siamo capaci, per natura, ad ambire alla sua serenità. Nella trasmissione “Che tempo  che fa” di Fabio Fazio parla di vita, di morte, di verità e talento, di invisibile …

 

Il link

http://www.youtube.com/watch?v=z9uuPtqNtek

p.s. Questa donna ora, nel 2013, scive e pubblica il nuovo libro  “Moscerine” e l’anno prossimo reciterà in vari teatri, portando in scena “Da sola”.

 

 

 

 

 

KENYA: Kaia aveva undici anni quando è stata assalita e violentata mentre andava a scuola. Un’insegnante l’ha portata in ospedale, ma poi ha dovuto addirittura corrompere la polizia anche solo per poter sporgere denuncia.


La reazione di Kaia è stata di un coraggio incredibile. Ha denunciato la polizia per non aver fatto il necessario per proteggerla. E la cosa ancora più incredibile è quello che è accaduto subito dopo.
In Kenya, il paese dove vive Kaia, una donna o una ragazza vengono stuprate ogni 30 minuti. La polizia di norma chiude gli occhi, isolando ulteriormente le giovani sopravvissute e rinforzando l’idea che lo stupro è accettato. Kaia e altri dieci altri giovani sopravvissute hanno deciso di averne abbastanza. Nel giorno del processo, ignorando le minacce ricevuto e i blocchi di sicurezza hanno marciato dalle loro case fino al tribunale, intonando lo slogan “Haki yangu” — che in Kiswahili “Voglio i miei diritti.” Dopodiché il giudice ha emesso la sentenza: le ragazze avevano vinto!

 

Le attiviste e avvocatesse per i diritti umani che hanno lavorato con Kaia sono pronte a portare processi simili contro le forze dell’ordine dentro e fuori dai confini del continente africano, ma hanno bisogno di fondi per farlo, ricordando alla polizia che lo stupro è un crimine, e facendo incredibili passi avanti per mettere fine alla guerra globale contro le donne. Quando la storia di Kaia è iniziata, sembrava destinata a diventare una delle innumerevoli giovanissime vittime di violenza ignorate dalla polizia. Ma l’attivista keniana per i diritti dei bambini Mercy Chidi e l’avvocato per i diritti umani Fiona Sampson hanno unito le forze per sfidare questa ingiustizia nei tribunali. Il piano è stato messo in piedi in Kenya da un gruppo di colleghi di Canada, Kenya, Malawi e Ghana: sembrava davvero ambizioso denunciare la polizia per non essere entrata in azione, ma hanno insistito e assunto molti rischi … e hanno costruito un pezzo della storia dei diritti umani.

 

In quanto cittadini, spesso ci rivolgiamo ai leader politici e altri rappresentanti delle istituzioni affinché facciano sul serio per proteggere i diritti delle donne. È importante continuare a farlo, ma ogni volta che non riusciranno ad ascoltare le loro coscienze, dovremo avere il coraggio di toccare nel profondo i loro interessi portandoli nei tribunali. Questo manderà un messaggio potentissimo: non solo ci sono nuove conseguenze per questi crimini, ma l’epoca in cui la cultura delle nostre società ammetteva si disprezzassero le donne senza ripercussioni sta per finire.

 

Per approfondimenti

https://secure.avaaz.org/it/take_kaias_win_global_loc_nd/?bkHKnbb&v=31459

“Forma di donna” al Pertini, contro la violenza sulle donne

“Come l’operaio si ritrova alienato nel suo stesso prodotto, così, grosso modo, la donna trova la sua alienazione nella commercializzazione del suo corpo”.

Juliet Mitchell


L’esposizione “Forma di donna” vedrà le opere della fotografa Margherita Magni e dall’artista Silvia Torri, in occasione della “Giornata contro la violenza sulle donne”, con il patrocinio del Comune di Cinisello Balsamo.

Le immagini esposte, accompagnate da suggestioni visive e uditive, indagano la forma femminile sia attraverso il punto di vista reificante della società, presentandola scomposta in dettagli, sia come dovrebbe essere: nella sua integrità, nella sua dignità e nella sua forza.
Spesso la violenza non si manifesta solo nelle azioni brutali, ma assume le forme subdole, “a partire dai media”, della manipolazione dell’immagine e nella quotidiana corrosione dell’identità più intima del genere femminile, che distorce perfino la percezione di se stessa. La mostra, che si compone delle fotografie di Margherita Magni e dell’intervento artistico di Silvia Torri, ha l’intento di riscoprire la dignità della donna nella sua forma più libera.

L’installazione si compone di otto scatti in bianco e nero. Un percorso di immagini dove il corpo femminile si presenta dapprima frammentato: sei fotogrammi ritraggono gambe, naso, piedi, mani, occhi. Una donna fatta a pezzi, ma che si ricompone nei due scatti finali dove, l’attrice ritratta Silvia Napoletano, riacquista la sua forma intera.Ai pannelli fotografici si alterneranno le trascrizioni di alcune interviste raccolte tra gli uomini di Cinisello Balsamo. Risposte sincere alla domanda “Che ruolo hanno le donne?”, catturate per le strade della città. Come sottofondo audio all’installazione, inoltre, sarà diffuso il celebre monologo di Franca Rame “Lo Stupro”, scritto dopo la violenza sessuale subita dall’attrice.

«Questa installazione vuole rappresentare la frammentazione dell’immagine della donna come è presentata dalla società e dai media: parti di corpo senza personalità, usate come attrattiva per gli uomini  – spiega la fotografa Margherita Magni –. Le immagini in cui il corpo femminile compare di nuovo intero rappresentano un riscatto da questa violenza, la forza di affermare la propria identità per combattere questa oppressione».

 

Presso la Sala Incontri del Centro culturale Il Pertini, piazza N. Confalonieri 3, Cinisello Balsamo (MI)

da sabato 23 novembre a domenica 1° dicembre 2013:
– da domenica a martedì, 15.30-18.30
– da mercoledì a sabato, 18.30-21.00

http://www.ilpertini.it/

http://cinisello-balsamo.milanotoday.it/mostra-fotografica-forma-di-donna-1-dicembre-2013.html

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