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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

 

 

Glenn Ford

 

Può essere il colore della pelle un elemento determinante per decidere sulla colpevolezza o meno di una persona?

 

Sicuramente sì, se ci si trova in Louisiana nel 1984. Il caso è quello dell’omicidio del gioielliere Isadore Rozeman per il quale era stato incriminato Glenn Ford, afroamericano di trent’ anni. L’impianto accusatorio, costruito dal pubblico ministero Charles Scott, si basava sul fatto che Ford avesse ritirato nel negozio di Rozeman una revolver, che risultò poi essere l’arma del delitto.

Scott, già convinto della colpevolezza di Glenn, montò il processo in modo tale da assicurarsi un verdetto di condanna. La scarsità e contraddittorietà degli indizi fu bilanciata dall’ottenimento, attraverso vari espedienti, di una giuria composta da soli uomini e donne bianchi.

Glenn Ford venne, senza sorpresa, condannato.
Ma già dal momento della pronuncia della sentenza di colpevolezza e poi della condanna alla pena capitale agli inizi del 1984, l’impianto accusatorio nei confronti di Glenn cominciò a perdere pezzi. I presunti complici, che avevano deposto contro di lui per proteggersi ritirarono le loro dichiarazioni. I due avvocati difensori d’ufficio, due ragazzi appena laureati e senza alcuna esperienza, si rivelarono estremamente incompetenti; essi stessi dichiararono di “non averci capito niente”. Il caso venne rilevato da legali più esperti che assunsero la causa pro bono, con il loro aiuto partì una serie infinita di ricorsi, appelli, petizioni.

Sono passati undicimila giorni. Solo il 12 marzo 2014, è stata riconosciuta la sua innocenza. La decisione, sbalorditiva, è stata presa proprio da chi trent’anni prima aveva firmato la sua condanna. Lo stesso Charles Scott ha riconosciuto i suoi errori e ha chiesto la scarcerazione del condannato per non aver commesso il fatto.

Il giudice, ha spiegato l’avvocato di Glenn, ha riconosciuto che il processo è stato «compromesso da avvocati inesperti e dal fatto che alcune prove sono state dichiarate inammissibili, incluse informazioni fornite da un testimone». «Glenn Ford non avrebbe nemmeno mai dovuto essere arrestato: non ha partecipato e non era nemmeno presente durante la rapina», ha dichiarato il giudice.

 

La storia di Glenn fa riflettere su diverse questioni: sulla giustizia, sul razzismo, sulla pena di morte.

 

Può definirsi “Giustizia”,  una giustizia che condanna un innocente alla sedia elettrica o al carcere?

 

Può essere il colore della pelle, un elemento determinante per la condanna o meno di qualcuno?

 

Può uno stato moderno, tra i più industrializzati, prevedere ancora la pena di morte?

 

Il caso risale al 1984, il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio era già stato affermato nella famosa sentenza” in re Winship”. Il sistema di giustizia che si stava affermando nel mondo, almeno teoricamente, non aveva avuto nessuna influenza in Lousiana, qui era ancora possibile condannare a morte una persona sulla base di indagini poco accurate, assistenza legale inadeguata, utilizzo di testimoni non affidabili e di prove o confessioni poco attendibili. Può sembrare paradossale che un cittadino possa aver subito questa gravissima forma d’ingiustizia da parte della giustizia stessa, eppure il caso di Glenn non è un caso isolato, i dati sono sconcertanti: dal 1973 negli USA sono stati rilasciati 144 prigionieri dopo che erano emerse nuove prove circa la loro innocenza. Alcuni di questi prigionieri sono arrivati a un passo dall’esecuzione dopo aver trascorso molti anni nel braccio della morte. Per quanto riguarda l’Italia sarebbero più di quattromila i cittadini vittime di errori giudiziari.

 

Da cosa dipendono questi “errori giudiziari”? Il processo penale è connotato da una particolare delicatezza che tocca tutte le sue fasi. Sono tutelati da norme penali interessi riconducibili ai valori più alti della vita. Proprio per i particolari valori che sono in gioco, in ogni processo penale vi è lo scontro tra l’esigenza di ricercare la verità e quella di trovare un colpevole a tutti i costi. E’ più facile, in alcuni casi, convincersi e convincere l’opinione pubblica che il colpevole sia proprio quello che immaginavamo, quello dai noi considerato a priori un delinquente. Nel caso di Glenn, chi se non un nero in Louisiana rispecchia meglio l’identikit del colpevole? Sono stati numerosi i processi farsa in Lousiana, se è accusato un uomo di colore quasi sicuramente il verdetto sarà una sentenza di condanna. Se questo accadeva più frequentemente negli anni passati oggi comunque non si è ancora giunti a poter dire che l’appartenenza ad etnie diverse non rilevi in alcun modo. In America, soprattutto negli stati del sud quali: Alabama, Arkansas, Arizona, Mississippi, vi è ancora una forte componente razzista. Ricordiamo il caso, stavolta a contrario, dell’omicidio di un giovane di colore per mano del poliziotto Zimmerman in cui sicuramente pesò nel verdetto (di assoluzione) il fatto che fosse stato ucciso, senza motivo alcuno, un adolescente di colore. E’ stato determinante nel processo, l’atteggiamento della polizia che sembrava nutrire una sorta di simpatia nei confronti di Zimmerman, questo fa capire che vi è ancora un massiccio substrato sociale incline a rintracciare in ogni uomo di colore un possibile criminale.

 

Altro tema su cui fa riflettere la storia di Glenn Ford è quello della pena di morte. Numerosi sono gli stati che negli ultimi anni l’hanno abolita, tuttavia sono ancora molti gli ordinamenti che la prevedono. Essa è giustificata sia in un’ottica retributiva, l’esecuzione capitale di un soggetto che ha ucciso un uomo appare come la giusta conseguenza per il fatto compiuto. Non si può essere d’accordo con questo pensiero, il diritto alla vita è un principio fondamentale della nostra società, uno Stato che si pone sullo stesso piano di chi ha commesso un omicidio non promuoverà mai quei principi quali, il rispetto della vita umana e la pacifica convivenza. La pena di morte è giustificata anche in un’ottica preventiva: una punizione così severa dovrebbe scoraggiare dal compiere delitti. In realtà non è così, è stato rilevato infatti che ciò che più scoraggia dal compimento di reati non è la severità della sanzione quanto la certezza della stessa. Cioè il fatto che il compimento di un reato abbia come conseguenza certa la comminazione di una pena. Anche dal punto di vista funzionalistico, dunque, non si riesce a dare una giustificazione al permanere in alcuni ordinamenti di questa barbarie.

 

 

 

A cura di: Laura Caradonio

 

 

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