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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

Archivio per luglio, 2013

| Parla Malala Yousafzai |

 

 

 

“Voglio il diritto all’istruzione per tutti i bambini, anche per i figli dei terroristi” ha detto dal Palazzo di Vetro la ragazza, celebre per il suo impegno per le donne in Pakistan. E’ la persona più giovane mai candidata al Nobel per la Pace.”Non sarò ridotta al silenzio dai talebani” e ancora “i talebani hanno paura del potere delle donne. Per questo uccidono, perché hanno paura”. A parlare, dal palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, è Malala Yousafzai, la ragazza pachistana di appena 16 anni diventata simbolo della lotta contro l’estremismo dei talebani.
Malala Yousafzai è la persona più giovane mai candidata al Premio Nobel per la Pace. Nata nel 1997, è divenuta celebre per il suo impegno nella lotta per i diritti civili delle donne nella valle  dello Swat, una zona del Pakistan soffocata dal controllo degli  estremisti islamici. A ottobre scorso è stata colpita da un colpo di pistola alla testa mentre era sul pullman che la riportava a casa da scuola. Malala è stata curata in Gran Bretagna, dove tuttora vive, ed è diventata da allora il simbolo della lotta contro l’estremismo islamico.
Oggi 12 luglio, in occasione del suo 16esimo compleanno Malala è intervenuta all’Assemblea dei Giovani all’Onu, chiedendo ai leader mondiali il diritto all’istruzione per tutti i bambini del mondo. “Quando mi hanno sparato la paura è morta” ha raccontato. Dallo sparo sono “nati forza e coraggio. Il loro proiettile non mi ridurrà al silenzio”. “I terroristi – ha continuato – abusano del nome dell’Islam a loro beneficio”.”L’Islam è una religione di pace e la pace è necessaria per l’istruzione”.
“Sono qui per parlare del diritto all’educazione per ogni bambino – ha detto ancora – voglio l’istruzione anche per i figli dei terroristi, degli estremisti e dei talebani. Se ci fosse un’arma nelle mie mani e un talebano davanti a me non gli sparerei. E’ la pietà che ho imparato da Maometto, Gesù Cristo, Buddha. Da Martin Luther King, Nelson Mandela, Gandhi e Madre Teresa. E’ la pietà che ho imparato da mia madre e mio padre”.
Le sue parole sono state accolte da una vera e propria ovazione. A salutare il suo discorso le parole dell’ex premier britannico Gordon Brown: “Ecco la frase che i talebani non avrebbero mai voluto sentire: buon 16esimo compleanno Malala”.

 


http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2013/07/12/malala_yousafzai_onu_diritto_educazione_bambini_pakistan_

lotta_talebani.html

DISCORSO 28 agosto 1963

 

 

 

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo “pagherò” per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: “fondi insufficienti”. Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di

elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:”Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

 

 


CAPITOLO 2

Scritto da Gaia Ghezzi

 

3.1 Da Martin Luther King a Barack Obama: il significato del “sogno americano”.


L’elezione di Barack Obama ha messo definitivamente in discussione il privilegio razziale dei bianchi negli Stati Uniti, sanzionando sul piano politico le trasformazioni demografiche in atto nel Paese, destinato a divenire una “nazione delle minoranze”. Da un certo punto di vista può essere tracciata una linea di continuità tra martin Luther King e Obama.

Come visto, il 28 agosto 1963 a Washington, in uno stralcio del suo celebre discorso Martin Luther King pronunciò il famoso discorso “I have a dream”.

Il 16 luglio 2009, Barack H. Obama – Primo presidente nero degli Stati Uniti – ha affrontato, a New-York, in un pubblico discorso, il tema del problema razziale negli USA, sottolineando come si sia ancora distanti dall’aver risolto completamente la questione. Infatti, pur riconoscendo gli enormi passi in avanti fatti dalla Nazione negli ultimi decenni del Novecento – grazie a M. L. King e ad associazioni pionieristiche come la NAACP – Obama presenta alcuni dati statistici inquietanti, che da soli mostrano la mancanza di vere pari opportunità tra bianchi e afro-americani.

Così sottolinea Obama nel suo discorso(1): “Sin dall’inizio, i fondatori della National Association for the Advancement of Colored People capirono in che modo si sarebbe arrivati a cambiare lo cose, proprio come Martin Luther King e tutti gli altri illustri attivisti. Grazie a loro e a tutto ciò che essi fecero, noi siamo oggi un Paese migliore. È grazie a loro che io mi trovo qui, nella scia di individui eccezionali. Nondimeno, sappiamo bene che restano da infrangere ancora molte, troppe barriere. Sappiamo che mentre la crisi economica colpisce severamente gli americani di ogni razza, gli afro-americani hanno un tasso di disoccupazione molto più alto di qualsiasi altro gruppo etnico, e sappiamo che questo divario qui a New York si sta quanto mai allargando. Sappiamo che nel momento in cui i costi alle stelle dell’assistenza sanitaria opprimono famiglie di tutte le razze, gli afro-americani hanno maggiori possibilità di essere colpiti da molteplici malattie, ma molte minori possibilità di avere accesso a un’assicurazione medica di qualsiasi altro gruppo etnico. Sappiamo che anche se mettiamo in prigione più persone di tutte le razze di qualsiasi altra nazione al mondo, un bambino afro-americano ha più o meno il quintuplo delle possibilità di un bambino bianco di vedere l’interno di un carcere. Sappiamo che anche se la piaga del virus HIV/Aids devasta intere nazioni all’estero, specialmente in Africa, questa piaga colpisce in modo ancor più devastante la comunità afro-americana, con una violenza che non ha paragoni. Conosciamo bene tutte queste cose. Cercate di non cadere in errore: il dolore della discriminazione si avverte ancora in America”(2).

Nella campagna elettorale del 2008 per la corsa alla guida degli Usa, nel suo famoso discorso Yes we can, Barack Obama ha ribadito quello che è lo spirito che rappresenta il Paese, lui che più di ogni altro è stato protagonista di quel sogno. Il “Sogno Americano” rappresenta la speranza che attraverso il duro lavoro, il coraggio e la determinazione sia possibile raggiungere un migliore tenore di vita e la prosperità economica. Questo fin dai tempi della guerra di indipendenza americana.

Vi sono molte affinità tra Martin Luther King ed Obama: dai discorsi citati si può dedurre come entrambi i personaggi mirino a superare le sfide a loro contemporanee spronando tutti – bianchi e neri negli anni sessanta, americani e ispanici oggi – verso la realizzazione di quel Sogno Americano da tutti condiviso e bramato. Alla base della fama e della fortuna di Barack Obama, come di Martin Luther King, arrivate mentre inseguivano i loro sogni, vi è l’enorme quantità di sacrifici che costellano la storia delle loro vite, in un percorso tutt’altro che privo di difficoltà.

Uno sguardo sempre volto al futuro, nonostante tutto, che evidenzia la ferma convinzione che tutto possa cambiare, senza troppa paura di dover lasciare il vecchio per il nuovo.

Martin Luther King affermava: “uno dei più angosciosi problemi della nostra umana esperienza è che pochi, se non nessuno di noi, nel corso della propria vita riescono a veder realizzate le proprie più vive speranze. Oggi viviamo in una società consumistica, in cui il progresso scientifico si è oramai scisso dal progresso morale, e all’interno della quale siamo propensi a giudicare il successo in base ai nostri salari o alla misura delle nostre automobili, piuttosto che in rapporto alla qualità del servizio da noi reso all’umanità e alla nostra relazione con essa”.

 

 

3.2. L’America post-razziale di Obama.

3.2.1. “A more perfect union”.

Il momento storico che vive l’America è molto particolare: si parla del suo passaggio a società globale, ma non come società che appartiene alla globalizzazione, ma che ne riassume – per varietà etnica, razziale e linguistica – i caratteri.(3)

Grazie alle forze demografiche in atto, l’America si sta allontanando dalle proprie origini bianche per trasformarsi in una comunità di minoranze: ha perso sempre più i tratti dell’America bianca per assumere quelli di una realtà mista, in cui all’omologazione si sostituisce la diversità. Questa trasformazione è ben rappresentata dalla comunità afroamericana che, insieme alle altre minoranze razziali, sta gettando le fondamenta di un’America post-razziale.(4)

E tuttavia tale ascesa è accompagnata dal risentimento di una certa America bianca, che è cresciuta nella tradizione della propria supremazia e che su questa ha costruito un sistema di potere: il rancore che la maggioranza bianca mostra nei confronti della comunità afroamericana oggi sembra abbracciare anche l’immigrazione latina. La grande frattura culturale, sociale ed etica che ancora oggi attraversa gli Stati Uniti sembra estendersi, cioè, ad altri gruppi razziali.

Si afferma che il razzismo è un elemento costitutivo degli Stati Uniti, almeno quanto lo è l’antirazzismo. Oggi il razzismo non è così lacerante in America semplicemente perché prevede il rigetto della pelle nera; ma è lacerante perché implica la conferma o meno di una certa interpretazione del Scritture, di una determinata impostazione religiosa, di una particolare visione del mondo. Il razzismo è fondato cioè sull’interpretazione fornita da generazioni di teologi, pastori e sacerdoti che hanno forgiato questo grande Paese e che hanno trovato nelle Scritture (quelle stese sule quali l’America è nata  e cresciuta) giustificazione per la schiavitù e il la discriminazione dei neri. Per quasi un secolo, la schiavitù dei neri è stata fondata sulla Bibbia, e su certe interpretazioni delle Sacre Scritture sono state costruite un’economia e una cultura, una secessione  e un risentimento tra nord e sud del Paese durato un altro secolo.

Quando poi la vittoria del nord ha costretto alcuni teologi e pastori  a rivedere la propria interpretazione delle Scritture, la battaglia intellettuale e culturale è continuata, spostandosi dalla schiavitù alla cittadinanza, dal voto all’istruzione, e proseguendo decennio dopo decennio, ogni volta concentrandosi su temi diversi, ma sempre ruotando intorno all’originario problema del colore della pelle.

Sull’interpretazione delle Scritture e su quelle contrarie sono state forgiate le politiche segregazioniste e i discorsi di Martin Luther King, e sono state condotte le innumerevoli le marce per i diritti civili.

Il razzismo, insomma, non ha semplicemente una dimensione politica, sociale o giuridica: è una componente essenziale e ineliminabile della società americana, facendo parte integrante della sua essenza da duecento anni.

Obama ha parlato di razzismo in termini religiosi, ma la novità sta nell’averne parlato in chiave pastorale, articolando un messaggio certamente religioso e, benchè espresso in termini politici, profondamente cristiano. L’appello di Obama a superare il razzismo, così come l’antirazzismo, e a dismettere le posizioni di parte, non è solo l’espressione di un figlio della società liberale che crede nell’uguaglianza dei diritti, ma di un uomo di fede impegnato nella costruzione di una società giusta. Il grido di Obama “yes we can” non è la promessa di politiche sociali, ma l’invito alla speranza di potere portare avanti il progetto della Costituzione degli Stati Uniti: costruire a more perfect union.

A partire dall’approvazione del Voting Rights Actdel 1965, le relazioni tra bianchi  e neri sono entrate in una nuova fase: non si tratta più di libertà o di segregazione, ma di potere. Nel periodo dal 1965 al 2008, gli afroamericani hanno usufruito del potere della partecipazione, ma non della “partecipazione al potere”. I bianchi hanno difeso questo potere da una parte, dissimulandolo, e dall’altra scaricando contro gli afroamericani una forma culturale di razzismo che ha reso naturali e realistiche certe immagini stereotipate, mantenendo i neri lontano dal potere.

Questa situazione si è mantenuta tale in palese contraddizione con la Costituzione, e con il grande mito americano dell’uguaglianza: razzismo e uguaglianza hanno coabitato per gran parte della storia americana.

Il pensiero corre inevitabilmente a Martin Luther King e alla stagione del movimento per i diritti civili; ma l’evento storico a cui si è assistito con l’elezione di Obama è di segno diverso, o addirittura opposto: non è un nero che chiede qualcosa che i bianchi possiedono e che lui non possiede, ma un nero che offre qualcosa che possiede e che loro non hanno; una nuova innocenza.

Obama è un leader politico nero che non libera la società americana dall’eredità razzista chiedendo ai bianchi di fare qualcosa di non razzista. Poiché già libero, egli può offrire questa libertà a bianchi e neri. Quello che parla è un uomo politico birazziale e laureato ad Harvard.((6) Certamente, Obama libera l’America dal razzismo, e lo fa perché una società bianca razzista che elegga un afroamericano alla presidenza non è più tale.

Possiamo concludere dunque che oggi si sia compiuto il grande sogno di King.

 

3.2.2. Il significato dell’elezione di Obama e la conclusione del ciclo conservatore.

L’elezione del primo Presidente nero degli Stati Uniti si può dunque dire che abbia segnato un punto di svolta: da oggi, il controllo del sistema non è più appannaggio dei bianchi; o meglio, non bisogna piú essere bianco per accedere al potere.

Essere bianco è sempre stato un vantaggio in America. Ma nei tempi attuali, ciò equivarrà sempre di più ad appartenere ad una minoranza razziale in un Paese composto di minoranze. Ecco perché, anche per i bianchi americani, l’elezione alla presidenza di Barack Obama ha un significato chiaro: si può essere bianchi senza considerarsi superiori.

Con Barack Obama si affaccia dunque alla scena politica statunitense una generazione afroamericana che guarda oltre i confini della propria comunità, manifesta ad alta voce il rinnovato desiderio di integrazione e la volontà di spezzare l’emarginazione culturale in cui è precipitata. Obama rappresenta una generazione di afroamericani che sente il rapporto tra razza e identità nera, una cultura che cerca di svincolarsi dal proprio fondamento razziale.

L’America post-razziale prevede che, una volta liberatesi da ogni complesso di inferiorità, le culture razziali non bianche possano smettere di comportarsi come una “controcultura”, intrattenendo una dialogo alla pari con le altre.(7)

Questo è possibile perchè viviamo la storica fase in cui, negli Stati Uniti, si è affievolito il rapporto tra identità e razza: si è spostato l’equilibrio tra popolazione bianca e minoranze razziali, che ormai raggiungono più del quaranta per cento della popolazione statunitense.

L’America sta dunque procedendo a un esperimento di contaminazione globale, dove tutte le realtà razziali si mescolano reciprocamente, perché le strutture che separavano una razza dall’altra si sono affievolite,

Quella che stiamo vivendo è la fine dell’identificazione dell’America come Nazione bianca. In questo senso, America post-razziale significa un’America che ha smesso di identificarsi con la razza bianca. L’elezione di Obama ha segnato la fine di un Paese che si identificava con la pelle bianca intesa in termini antropologici, intesa cioè come segno del privilegio.

Nel contesto della storia americana, l’elezione di Obama rappresenta dunque un episodio importante: eleggendolo, l’America si è autoproclamata post-razziale, ossia posteriore a quella che inibiva alle minoranze la partecipazione all’esercizio del potere del Paese.(8)

Ovviamente ciò non significa estinzione tout courtdi tale privilegio e del ciclo conservatore iniziato nel 1968,  e non garantisce l’annullamento delle cesure razziali. Solo il tempo dirà quale sia il vero significato di tale elezione.

In ogni caso, il punto sul quale si regge l’elezione di Obama, è il fatto che una generazione di donne e uomini afroamericani ha liberato l’America dall’eredità storica del privilegio razziale.

L’elezione di uno di essi alla Presidenza del Paese, ha dunque un valore simbolico indescrivibile: essa rappresenta la fine di una storia di divisione razziale che ha segnato l’America per quattro secoli. Il razzismo che ancora popola il Paese non scompare, ma certamente scompare un’ulteriore dimensione del privilegio razziale di cui hanno goduto i bianchi.

 

 

3.3. Al di là dell’oceano: l’Unione Europea e il razzismo, l’Italia e l’Albania.

Quanto detto potrebbe essere utile anche ad inquadrare l’attuale situazione in Europa e in Italia.

I dati, in proposito, non sono incoraggianti. Il Consiglio d’Europa ha pubblicato, nel 2011, tramite l’Ecri (European Commission against Racism and Intolerance), un rapporto dedicato al razzismo e all’intolleranza, che traccia un quadro allarmante della situazione sul Continente. Dal documento emerge che il razzismo è un fenomeno diffuso, alimentato in particolare dall’ascesa dei partiti di estrema destra e dalle consultazioni popolari sulle minoranze religiose e gli stranieri.

Nel corso del 2010, i comportamenti razzisti non sono stati più un’esclusiva di frange marginali, e si è registrata un’affermazione crescente di argomentazioni xenofobe.

Persistono inoltre i pregiudizi contro gli stranieri e i lavoratori migranti, che incidono negativamente sulle loro possibilità di trovare un lavoro e sul loro trattamento sul luogo di lavoro. La crisi economica ha, d’altro canto, particolarmente colpito i lavoratori migranti, e sono continuamente segnalati casi di discriminazione per l’accesso a un’abitazione del settore privato per coloro che non hanno la cittadinanza italiana.

A fronte di questa situazione – come si afferma nel Rapporto dell’Ecri (9)- non sono più sufficienti le leggi attualmente in vigore, ma è necessario che i Parlamenti degli Stati europei adottino un vero e proprio codice etico. Partiti e uomini politici dovrebbero inoltre sottoscrivere un documento che imponga loro di tenere un comportamento corretto.

Forti critiche infine sono state inoltre espresse dall’organismo del Consiglio d’Europa contro l’idea diffusa che sia impossibile la convivenza tra comunità differenti: “Questa ideologia dell’incompatibilità minaccia la coesione sociale quanto l’ideologia basta sulla superiorità razziale”.

L’ECRI raccomanda alle autorità di valutare l’efficacia delle attuali disposizioni penali in  materia di incitamento all’odio e di rafforzarle, ove necessario, nonché di rafforzare le disposizioni in materia di diritto civile contro la discriminazione razziale. Raccomanda di intensificare gli sforzi per informare le vittime delle vigenti disposizioni di legge e di fornire un’adeguata formazione a tutti i soggetti che operano nel settore della giustizia  penale, ai fini di una rigorosa applicazione delle suddette leggi.

Per quanto riguarda l’Italia, è stato osservato da alcuni autori, come esista una scarsa sensibilità al razzismo come fenomeno culturale. Le ragioni di ciò sono molteplici: l’Italia, solo recentemente, è stata investita da flussi migratori; le principali culture nazionali (socialiste, comuniste o liberali) non hanno mai considerato il razzismo un tema fondamentale della propria elaborazione teorica, mentre la dottrina cattolica lo ritiene un peccato etico che mette in discussione le principali verità di fede.

Il tutto ha fatto sì che, in Italia, il razzismo sia sempre stato considerato un fenomeno marginale, confinato in sacche di estremismo, o nella memoria di una particolare fase storica del Paese.(10)

Parlare di razzismo è dunque molto difficile, in Italia: ci si scontra infatti con la convinzione, assai discutibile, per cui gli italiani non sono un popolo razzista. Ma ormai, anche qui, non si può negare l’esistenza di molteplici differenze razziali. Basti pensare che in Italia, in futuro, si prevede che vi sarà un non-italiano ogni sei italiani: questa percentuale non sarà spalmata uniformemente sull’intera curva demografica, ma si concentrerà sulla fascia di età lavorativa. E alla crescita del peso economico degli immigrati corrisponderà sempre di più una loro aspirazione a contare in termini politici.

Per quanto riguarda l’Albania, vi sono legami tra questo Paese e Martin Luther King, per il quale si mostra molta ammirazione.

Si tenga presente che il terzo lunedì del mese di gennaio di ogni anno, in America si celebra la festa nazionale per onorare la vita ed i sogni di Martin Luther King. La potenza di questa cerimonia dipende dal fatto che essa è  l’unica a livello nazionale dedicata ad un afroamericano. La celebrazione di King è stata istituita nel 1986, dall’allora Presidente Ronald Reagan, per commemorare il compleanno del leader del Movimento per i Diritti Civili.

Recentemente, il 22 gennaio 2013, l’American Corner Tiranaha ospitato una mostra documentale in onore di Martin Luther King. Gli studenti della English Faculty of Tirana’s Public University incontrato per l’occasione Anne Lewis. Gli studenti hanno apprezzato il grande cuore e coraggio di King, discutendo sulla sua lotta per l’uguaglianza e la libertà dei neri americani.

 

NOTE

 

1  OBAMA, Il destino è nelle vostre mani, in “La repubblica”, 18 luglio 2009, pp. 1, 19

2   Il discorso così continua: “Lo avvertono le donne afro-americane retribuite meno dei loro colleghi di colore diverso e di sesso diverso per svolgere un medesimo lavoro. Lo avvertono i latino-americani che non si sentono bene accolti nel loro stesso Paese. Lo avvertono gli americani musulmani guardati con sospetto soltanto perché per pregare il loro Dio si inginocchiano a terra. Lo avvertono i nostri fratelli e le nostre sorelle omosessuali, ancor oggi denigrati e aggrediti, che si vedono negare i loro diritti. Negli Stati Uniti d’America non deve esserci posto per i pregiudizi. Questa è la nostra responsabilità di capi. Ma questi programmi innovativi, queste opportunità allargate, di per sé da sole non faranno la differenza. Ci serve una nuova mentalità. Dovremo dire ai nostri figli: «Sì, se sei afroamericano le possibilità di crescere tra criminali e gang sono sicuramente maggiori. Sì, se vivi in un quartiere povero, dovrai affrontare pericoli e minacce con i quali non dovrà cimentarsi chi vive in quartieri benestanti. Ma queste non sono ragioni valide per avere brutti voti a scuola, o per bigiare la scuola, o per abbandonare la scuola rinunciando a farti un’istruzione. Nessuno ha scritto il tuo destino per te. Il tuo destino è nelle tue mani: non dimenticarlo». Questo è quanto dobbiamo dire a tutti i nostri figli: «Non ci sono scuse. Non ci sono giustificazioni. Fatti un’istruzione: tutte quelle difficoltà ti renderanno soltanto più forte, e maggiormente in grado di competere.

3  BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama, Torino 2010, p. 186 ss.

4 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obamacit., p. 190.

5 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obamacit., p. 194. La fine della divisione razziale in America non avviene quindi attraverso il raggiungimento dell’uguaglianza materiale, ma attraverso la liberazione dal vittimismo nero, che dispensa il bianco dal proprio senso di colpa. Questo ha distanziato Obama dal prototipo del nero, sia gali occhi della comunità afroamericana che dei bianchi

6 Barack Obama non è afroamericano, nel senso che non è nero, ma birazziale. Questo ha il suo peso, e aiuta a comprendere come la dinamica della doppia razza abbia lavorato per costruire il sogno dell’inclusione. La condizione birazziale gli ha permesso di uscire dagli steccati della black politics, di allargare il compasso già aperto prima di lui da una generazione di politici neri e parlare al Paese intero.

7 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obamacit., p. 199.

8 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obamacit., p. 201.

9 Cfr. Rapporto Ecri (European Commission against racism and Intolerance) sull’Italia, del 6 novembre 2011, in www.peacereporter.net . La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) è un organo indipendente di monitoraggio istituito dal Consiglio d’Europa per la tutela dei diritti umani e specializzato nelle questioni relative al razzismo e all’intolleranza. E’ composta da membri indipendenti e imparziali, designati per  la loro autorità morale e la loro riconosciuta esperienza nel campo della lotta contro il razzismo, la xenofobia, l’antisemitismo e l’intolleranza. Nell’ambito delle sue attività statutarie, l’ECRI svolge un’attività di monitoraggio “Paese per Paese’’, tramite la quale analizza la situazione in ciascuno degli Stati membri in materia di razzismo e di intolleranza e formula suggerimenti e proposte su come affrontare i problemi individuati.

10 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obamacit., p. 223, secondo il quale si preferisce parlare delle valenze sociali del razziamo, piuttosto che affrontare il pregiudizi culturale da cui esso origina.

11 Anne Lewis è una consulente politica americana che è stato Senior Advisor per la campagna presidenziale di Hillary Clinton. Lewis è ora presidente del NoLimits.org, una organizzazione educativa che consente all’utente di rimanere impegnato e attivo su questioni quali la riforma del sistema sanitario, le politiche economiche e di lavoro e famiglia, diritti delle donne internazionali e nazionali, questioni di sicurezza.

 

THE END

THNKS

 

 



CAPITOLO 2

Scritto da Gaia Ghezzi

 

2.1. Rosa Parks: “la vittoria dipende dalla perseveranza”.

 

Negli Stati del Sud degli USA, come l’Alabama, vigevano le leggi “Jim Crow”(1), che imponevano una violenta segregazione alla popolazione “di colore”. I negroes – come venivano chiamati con disprezzo gli afroamericani – non potevano accedere ai luoghi frequentati dai bianchi; “white only” era il cartello che appariva dappertutto (fuori dai ristoranti, dalle scuole, sui treni). I neri avevano il loro bagni pubblici, i loro ospedali, scuole e negozi separati. Nonostante nel 1863 il presidente Abramo Lincoln avesse combattuto e vinto la guerra di secessione contro gli Stati del Sud dominati dai proprietari delle grandi piantagioni di cotone e tabacco e alleati con la Corona britannica, abolendo la schiavitù, dall’inizio del 1900 il razzismo e il potere delle oligarchie divennero nuovamente dominanti. L’episodio che coinvolse Rosa Parks fu certamente il più simbolico e significativo.Il primo dicembre 1955, Rosa Louise MaCauly Parks, dopo una giornata di lavoro come sarta in un grande magazzino di Montgomery, salì sull’autobus, ed esausta si mise a sedere in una delle file di mezzo, quando invece per i neri erano riservati solamente i sedili posteriori. L’autobus continuò a caricare passeggeri finchè non fu pieno. Il conduttore del mezzo, vedendo un bianco in piedi, pretese che lei si alzasse e gli cedesse il posto. Rosa Parks si rifiutò, e venne arrestata. Da quel momento cominciò la battaglia non violenta contro l’ingiustizia e la segregazione razziale.Dall’incarcerazione di Rosa Parks cominciò infatti un boicottaggio dei mezzi pubblici che andò avanti per più di trecento giorni, paralizzando il sistema di trasporti della città, anche con serie ripercussioni economiche per i negozi, in mano ai segregazionisti e ai loro simpatizzanti. Al primo processo furono presentate false testimonianze contro di lei,  e il verdetto fu di colpevolezza. Le case dei compagni di lotta di Rosa Parks e i luoghi di riunione vennero distrutti uno dopo l’altro da bombe incendiarie. Dopo il ricorso, un Tribunale Federale speciale decise invece in suo favore. La decisione passò poi alla Corte Suprema degli Stati Uniti. La lunga battaglia legale sottopose Rosa Parks a una notevole pressione. Gli attacchi continuavano con ogni mezzo possibile, ma la Parks non pensò mai di abbandonare il luogo di battaglia e di andare altrove: era determinata a restare, e a continuare la propria lotta fino alla fine(2).Martin Luther King divenne noto a livello internazionale proprio in occasione dell’incidente di Rosa Parks. Quella notte, cinquanta leader della comunità afro-americana, guidati da King, allora ancora sconosciuto pastore protestante, si riunirono per decidere le azioni da intraprendere per reagire all’accaduto. Lo stesso King scrisse sull’episodio descrivendolo come “l’espressione individuale di una bramosia infinita di dignità umana e libertà”, e aggiungendo che Rosa Parks “rimase seduta a quel posto in nome dei soprusi accumulati giorno dopo giorno e della sconfinata aspirazione delle generazioni future”(3).Il giorno del processo, si tenne la prima riunione alla Chiesa battista di Holt Street, e venne costituita la Montgomery Improvement Association (Mia), l’Associazione per l’avanzamento di Montgomery, col forte sostegno del Rev. Ralph Abernathy, Ed Nixon, Robert Nesbitt, Johnnie Carr e molti altri. Si trattava di una associazione progressista che da Montgomery si estese a tutti gli Stati Uniti, assumendo poi il nome di Southern Christian Leadership Conference (Sclc). Nel 1956 il caso della signora Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America(4), che decretò, all’unanimità, l’incostituzionalità della segregazione sui pullman pubblici dell’Alabama. Da quel momento, Rosa Parks divenne un’icona del movimento per i diritti civili.

 

2.2. Il “Movimento per i diritti civili”.


La lotta dei neri d’America per l’emancipazione, per l’affermazione dalla propria dignità e delle proprie origini fu uno dei grandi episodi della storia degli anni Sessanta(5).La scintilla che diede inizio al “Movimento per i diritti civili”, come visto, scoccava a Montgomery nel 1955 con Rosa Parks, ma già due anni prima tale episodio, il 17 maggio 1954, la stessa Corte Suprema aveva dichiarato che l’esistenza di scuole separate per bianchi e neri era in contrasto con la Costituzione. Malgrado il suo valore vincolante, la sentenza della Corte Suprema non ricevette pronta attuazione: si consideri che all’inizio degli anni Sessanta, la percentuale degli studenti neri che frequentavano scuole integrate era appena dell’1%.Ma l’episodio più grave si verificò a Little Rock, una cittadina dell’Arkansas dove, nel 1957, gli studenti neri che volevano entrare nella scuola media tradizionalmente frequentata da soli bianchi furono per mesi scortati dall’esercito(6). In ogni caso, fino almeno alla metà degli anni ’60, in molti Stati degli USA erano in vigore leggi che discriminavano duramente i neri, negando loro i più elementari diritti civili. Il movimento verso l’emancipazione della popolazione di colore venne fortemente sostenuto dal Presidente allora in carica, John Fitzgerald Kennedy, il quale, nell’aprile del ‘63, chiese al Congresso di emanare leggi che garantissero ai cittadini uguale accesso ai servizi e alle strutture pubbliche e private; che non fosse permessa la discriminazione nelle assunzioni da parte di imprese e istituzioni federali, e che il governo federale non fornisse alcun sostegno finanziario in programmi o attività che riguardassero la discriminazione razziale(7). Sempre nell’aprile ‘63, King organizzava una marcia di protesta di quaranta giorni nella quale vengono arrestate più di duemilacinquecento persone di colore; le manifestazioni si moltiplicano su tutto il territorio degli Stati Uniti, a sud come a nord. Il 28 agosto del ‘63 vi sarà una marcia memorabile su Washington contro la discriminazione razziale alla quale parteciparono tutte le maggiori associazioni di colore e non, studenti universitari, cittadini qualunque, star del cinema e della canzone e politici; in quell’occasione ogni attività venne sospesa(8). Coloro che marciarono a Washington vollero sottolineare che credevano fermamente nelle istituzioni democratiche e nella capacità del potere legislativo di far rispettare la giustizia, ma volevano anche enfatizzare quanto fosse importante la promulgazione del Civil Rights Act. Quando il Presidente Kennedy venne assassinato il 22 novembre 1963 molti leaders del movimento nero temettero che il cammino verso l’uguaglianza e la giustizia subisse un fase di arresto. Ma nel 1964, ad un anno dalla sua morte, il Civil Rights Act divenne legge(9). La situazione all’indomani di tale provvedimento normativo, tuttavia, non poteva ancora dirsi definitiva: nonostante questo fervore di giustizia e uguaglianza, restavano ancora notevoli impedimenti in tutti gli Stati della Nazione, dal settore dell’educazione a quello dell’occupazione, fino al gesto banale e quotidiano di bersi un caffé. Il tutto è reso più aspro e difficile dal fatto che, in maggiore misura dei bianchi, i neri vivono in estrema povertà(10). Per comprendere perché la legge sui diritti civili fi approvata soltanto nel 1964, occorre fare un passo indietro, ai tempi della Ricostruzione. In quel periodo, il sud era governato da esponenti del partito Repubblicano (il partito di Lincoln, che, non soltanto aveva vinto le elezioni del 1860, ma anche la guerra civile) e dai neri locali: questa coalizione si faceva forza della presenza della cavalleria agli ordini del generale Sherman, del sud. Appena l’esercito abbandonò il territorio, tuttavia, la classe politica ex-confederata iniziò a riorganizzarsi intorno al Partito Democratico e, nel breve lasso di un lustro, i Repubblicani e i neri furono espulsi dalla vita politica degli Stati sudisti, e l’ex Confederazione divenne terreno di caccia esclusivo del Partito Democratico(11). Alla fine della Ricostruzione, il Partito Repubblicano rappresentava la maggioranza politica del Paese. Una volta eliminati gli afroamericani dal processo politico, il potere legislativo ed esecutivo degli undici Stati  ex-confederati passò ai bianchi sudisti, raccolti intorno al Partito democratico, il quale, al sud, si manifestava nella propria dimensione conservatrice  e razzista. Le cose cambiarono con Roosvelt, che mise insieme una nuova coalizione, il New Deal, che assegnava ai democratici la direzione politica degli Stati Uniti. Quello che non mutò, comunque, fu l’alleanza tra Democratici sudisti e Repubblicani conservatori per mantenere il controllo sul Congresso e bloccare ogni tentativo di introdurre i diritti civili; e questo, malgrado il New Deal esprimesse una piattaforma avanzata sia economicamente che socialmente, e rappresentasse le grandi città, i sindacati, gli intellettuali, i liberali agrari, i bianchi del sud e i Repubblicani conservatori.Soltanto il Presidente Truman fu in grado di fare un passo, anche se molto timido, in direzione delle minoranze razziali, con il President’s Committee on Civil Rights del 1947(12).  Artefice della approvazione della legge sui diritti civili fu invece Lyndon Johnson, nonostante nei suoi primi vent’anni di politica avesse sempre votato costantemente e senza eccezioni contro ogni proposta di legge per allargare i diritti civili agli afroamericani, compresa una proposta per evitare il linciaggio. Egli, infatti, aveva sempre rappresentato il Partito democratico del sud, ossia la componente segregazionista, razzista e conservatrice del partito stesso. Come Kennedy due anni prima, il presidente Johnson ritenne tuttavia doveroso un intervento del governo federale, e presentò al Congresso il Voting Rights Act, destinato a risolvere l’annoso problema del diritto di voto. Il 6 agosto 1965 il Congresso degli Stati Uniti ratificava cioè il decreto che dichiarava “no voting qualification or prerequisite to voting, practice or procedure shall be imposed or applied by any State or political subdivision to deny or abridge the right of any citizen of the United States to vote on account of race or color”. In pratica, per la prima volta dalla promulgazione del Quindicesimo Emendamento, gli Stati Uniti concedevano a tutti I propri cittadini il diritto di voto. Il Voting Rights Act firmato da Johnson faceva giustizia di quella foresta di vincoli e di regole che erano riuscite a bloccare l’accesso al voto per gli afroamericani negli Stati del sud. Il provvedimento prevedeva l’abolizione dei test di cultura generale e giuridica (che in virtù della loro difficoltà permettevano di escludere i neri dalle liste elettorali), vietava ogni tassa sulle votazioni e si proponeva di rendere finalmente effettiva la cittadinanza dei neri. Sul piano dei diritti, si può dire che la battaglia dei neri per l’integrazione fosse, a questo punto, vinta; sebbene il razzismo bianco fosse tutt’altro che spento – e l’assassinio di Martin Luther King, il 4 aprile 1968, ne fosse la tragica prova – a migliaia di neri divenne possibile, dalla metà degli anni sessanta, fare carriera sul lavoro, nell’amministrazione federale, nell’esercito e persino nella vita politica. Nel breve lasso di un decennio, la tragedia della segregazione dei neri del Sud sembrava terminata. Il 6 agosto 1965 si concludeva la lunga storia di una discriminazione iniziata con la schiavitù: il Congresso votava una legge che eliminava la differenza razziale tra bianchi  e neri, e di conseguenza il privilegio che il bianco aveva costruito su di essa(13).Il limite principale di questa vittoria consisteva nel fatto che, a godere di essa, fu solo la media borghesia nera, in quanto per il proletariato delle grandi metropoli, relegato in quartieri-ghetto, la situazione restò pressoché immutata.Gli anni ‘66,’67’e ‘68 vedono nuove ribellioni violente causate dalle condizioni di vita nei ghetti: i neri vogliono un lavoro, case e scuole migliori. Quando Martin Luther King viene assassinato a Memphis il 4 aprile 1968, la sua scomparsa non rappresenta solo un evento storico drammatico e deprecabile che sembra indicare la fine di una ribellione non-violenta, ma mostrava fino a che punto gli uomini potessero giungere per impedire che si realizzassero quegli ideali di giustizia ed uguaglianza fondamentali per una società democratica. Il processo di desegregazione, tuttavia, procedeva incessantemente e con risultati positivi. Il Civil Rights Act aveva stabilito dei punti di riferimento inamovibili per la lotta all’uguaglianza e alle pari opportunità.

 

2.3. La strategia della non-violenza.

 

Nel 1967, Martin Luther King pronunciò un discorso(14) che può essere considerato un bilancio della sua attività di leader della protesta nera, dei risultati che essa aveva ottenuto, della strada che egli riteneva di dover ancora percorrere, ma soprattutto della strategia della non-violenza, che King non  abbandonò mai, e verso la quale si mantenne sempre coerente.Così sosteneva King: “oggi il problema non è più se saremo liberi o no, ma con quali mezzi potremo vincere…..Adattando la dottrina della non-violenza alle condizioni esistenti negli Stati Uniti, ci riversammo per le strade del Sud a chiedere il diritto di essere liberi cittadini e di essere uomini. Inaugurammo allora una ribellione che iniziò dalla marcia sulle strade, prima manifestazione che scosse lo status quo dalle fondamenta”. Il boicottaggio dei mezzi pubblici a Montgomery, le dimostrazioni a Birmingham (cittadella della segregazione razziale), la sfida lanciata alle armi, ai cani, ai bastoni di Selma, stabilì il principio della non-violenza e confuse i padroni del Sud. Ai tentativi di bloccare il movimento con minacce e con la paura, la non-violenza impedì ai fucili di sparare, e la potenza della non violenza fu chiara a tutti. Essa chiarì al mondo il significato essenziale del conflitto, rivelando chi fosse il malvagio e chi la vittima innocente. La figura di Gandhi, di cui King era profondo ammiratore, fu senza dubbio il riferimento etico-filosofico più importante del moderno pensiero non-violento. Gandhi, affermava con convinzione: “ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non ce ne è nessuna per cui sarei disposto ad uccidere. Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra mezzo e fine vi è esattamente lo stesso inviolabile nesso che c’è tra seme e albero. Se il fine è la vita, il mezzo deve essere la promozione della vita”. E ancora: “La non-violenza è la virtù dell’uomo forte”. Il viaggio indiano toccò nel profondo King, accrescendo la sua conoscenza del concetto di resistenza non-violenta ed il suo impegno nella lotta per i diritti civili negli Stati Uniti(15). In un discorso radiofonico fatto durante la sua ultima sera in India, King si espresse così: “Da quando sono in India, sono sempre più convinto di prima che il metodo della resistenza non-violenta è l’arma più potente a disposizione degli oppressi nella loro lotta per la giustizia e la dignità umana. Veramente il Mahatma Gandhi ha incarnato nella sua vita principi universali certi che sono ineluttabili quanto la legge di gravità”. La vicinanza di King alle idee di Gandhi fu possibile anche grazie alla profonda influenza che degli insegnamenti evangelici. Così scriveva King: “io personalmente sono ancora convinto che rimane possibile una soluzione non violenta….. La disobbedienza civile di massa, nuova fase della nostra lotta, ha il potere di trasformare il furore dei ghetti in forza creativa e costruttiva. Sconvolgere il funzionamento di una città senza distruggerla può essere più efficace di una sommossa violenta, perchè i suoi effetti durano di più, costano di più alla società, e non possono essere accusati di cieca distruzione. E per di più, il potere della polizia ha efficacia sulla sommossa violenta, ma non ne ha quasi per nulla sulla disobbedienza non violenta”.

 

2.4. “I have a dream”.

 

Con questa espressione, divenuta storica, si identifica l’ormai celebre discorso Pronunciato da Martin Luther King a Washington, il 28 Agosto 1963.Così inizia il discorso di King: “sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro Paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra”(16). King nel suo discorso afferma di essere venuto per rappresentare proprio questa condizione vergognosa(17). L’America – egli spiega – ha consegnato ai neri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase “fondi insufficienti”. Ma non si può credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da un Paese come gli Stati Uniti. Questo, dice King, è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia; questo è il momento di elevare la Nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. “Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza”. Il 1963, spiega King, non è una fine, ma un inizio: coloro che sperano che i neri abbiano bisogno di sfogare le loro tensioni e poi saranno appagati, avranno un rude risveglio, se il Paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo. Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai neri non saranno concessi i loro diritti di cittadini, e fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.King sottolinea, però, la necessità di non usare odio e risentimento. Occorre sempre condurre la lotta al piano alto della dignità e della disciplina, senza permettere che la protesta degeneri in violenza fisica (18). Questa nuova militanza che ha interessato la comunità nera non dovrà condurre a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei bianchi, come provava la loro presenza in quell’occasione, erano giunti a capire che il loro destino era legato con quello dei neri. Ovviamente, prosegue King nel suo discorso, non si potrà essere soddisfatti finché i figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono: “Riservato ai bianchi”; o finché i neri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. Egli invita ognuno a ritornare nella loro terre sapendo che in qualche modo questa situazione sarebbe cambiata, senza lasciarsi sprofondare nella valle della disperazione.E così conclude: “E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali. Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia. Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi! Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza”(19)

 

NOTE

 

1 Jim Crow era un nomignolo con cui si indicava il tipico nero degli Stati del Sud, appena liberato dalla condizione di schiavitù; le leggi Jim Crow erano l’insieme delle norme che, nei principali Stati sudisti, dagli anni Ottanta dell’Ottocento agli anni Cinquanta del Novecento, privavano i neri di gran parte dei diritti civili.

2 PARKS-HASKINS, Rosa Parks: la mia storia, Dial Book, New-York, 1992, p. 142; IKEDA, Artefici della rivoluzione umana. Illustri figure femminili nel mondo moderno, Milano, 2004, pp. 1 ss.

3 M. L. KING, I have a dream. L’autobiografia del profeta dell’uguaglianza (a cura di C. CARSON), Milano, 2009, p. 51 ss.

4 Nell’ordinamento giuridico statunitense, la Corte Suprema occupa un posto di primaria importanza, sulla base del principio secondo cui è suo specifico dovere controllare le leggi approvate dal Congresso. Poiché la Costituzione è scritta, le sue norme sono superiori a quelle emanate dal potere legislativo: nessuna legge ordinaria, approvata dal Parlamento, può contrastare con il dettato della Legge fondamentale dello Stato. Allo stesso modo, nessuna legge approvata da un singolo Stato dell’Unione può essere in contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione degli Stati Uniti. Nel caso specifico dei cittadini neri, il ragionamento della Corte suprema fu che, poiché la Costituzione proclamava l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte allo Stato, non poteva esistere alcuna forma di discriminazione nei confronti degli afro-americani.

5 MAMMARELLA, Storia degli Stati Uniti dal 1945 ad oggi, Roma-Bari, 1993, pp. 225-229.

6 Altro episodio significativo della lotta per i diritti civili fu quello del 1968, quando i lavoratori della nettezza urbana di Memphis, in Tennessee, entrano in sciopero, e Martin Luther King guida una marcia di seimila persone attraverso il centro di Memphis in loro appoggio. Scoppiano disordini durante i quali alcuni manifestanti neri saccheggiano negozi della città. Un ragazzo di sedici anni viene ucciso e cinquanta persone rimangono ferite. BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama, Torino 2010, p. 101 ss.

7 Il messaggio del 19 giugno 1963 del Presidente Kennedy alla Nazione non ha solo un valore storico ma è una pietra miliare nel cammino degli Stati Uniti verso l’uguaglianza.

8 WARD-BADGER, The making of Martin Luther King and the civil rights movement, London, 1996.

9 Il Civil Rights Act (1964) dichiarò illegali le disparità di registrazione nelle elezioni e la segregazione razziale nelle scuole, sul posto di lavoro e nelle strutture pubbliche in generale. Quando tale legge divenne esecutiva produsse effetti di vasta portata ed ebbe un enorme impatto in tutto il Paese. Vietò la discriminazione nelle strutture pubbliche, nel Governo e in materia di occupazione, invalidando le leggi Jim Crow nel Sud degli Stati Uniti. Divenne illegale mantenere la segregazione in base all’etnia nei concorsi per scuole, alloggi o assunzioni.

10 Sebbene la violenza fosse limitata e da considerarsi marginale, tuttavia persistevano avvenimenti drammatici come assassinii e attentati non solo contro neri, ma anche a danno di quei bianchi che avevano intrapreso la lotta alla discriminazione (si pensi ad organizzazioni quali il Ku Klux Klan o i meno noti White Citizens Councils (Comitati di cittadini bianchi). Negli anni ‘60 il movimento di protesta dei neri si sviluppa a tal punto che Martin Luther King ne rappresenta solo una voce, sebbene predominante, rispetto ad altre. I Black Muslims, un movimento sorto negli anni ’30 ad opera di Wallace Fard, sostengono di essere originariamente figli dell’Islam e di avere come loro Dio Allah: se in nome di questa religione i neri americani si uniranno e svolgeranno un ruolo attivo in essa, riusciranno ad acquisire nuovamente il potere perso. I Black Muslims, convinti che la causa principale della discriminazione sia da imputare alla mancanza di potere economico da parte dei neri, cercano di favorire qualsiasi attività in proprio. Nel ‘64 Malcolm X, è il leader più significativo del movimento ed il primo a parlare apertamente di Rivoluzione Nera. Lo stesso anno egli si stacca dal movimento per fondarne uno collaterale denominato Organization of Afro-American Unity. Neppure un anno dopo verrà assassinato. Sebbene Malcolm X abbia avuto una personalità e abbia professato un credo politico e religioso totalmente diverso da M.L. King, anch’egli resta una figura di spicco del movimento nero. La delusione nelle istituzioni dei bianchi e nella lotta eterna alla discriminazione, spinge i musulmani neri a credere che la strada verso l’eguaglianza sia definitivamente sbarrata; da qui nascono gli atteggiamenti di sfida agli Stati Uniti e alle loro istituzioni. Nasce così, nel 1966, con Stokely Carmichael, il Black Power (Potere Nero). Nella sua accezione più positiva il Potere Nero vuole promuovere l’autodeterminazione, il rispetto di sé, e la piena partecipazione alle decisioni riguardanti i neri. In realtà questi gruppi associativi, così come la Rivoluzione Nera, sono movimenti nazionalisti che originariamente non inneggiano al rovesciamento del sistema politico, economico e sociale, ma che in seguito ne saranno coinvolti. Il più noto e diffuso di questi è il Black Panther Party, fondato nel ‘66 a Oakland, California, da Bobby Seale e Huey P. Newton. La denominazione per esteso del partito, Black Panther Party for Self-Defense, sta ad indicarne la funzione primaria: porre fine alle crudeltà della polizia bianca tramite la organizzazione di gruppi armati di autodifesa all’interno delle comunità nere. Il tutto risulterà in una guerriglia serrata con le forze dell’ordine.

11 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama cit., p. 113.

12 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama cit., p. 114.

13 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama cit., p. 118.

14 M.L. KING, Il fronte della coscienza, Torino 1968, pp. 15-19, e pp. 30-32.15 M.L. KING, My trip to the Land of Gandhi, Ebony, 20 luglio 1959, pp. 84-86.16 M. L. KING, A testament of hope: the essential writings and speeches of Martin Luther King, San Francisco, 1991.

17 “In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità. E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo “pagherò” per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore”.

18 “Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima”.

19 “Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York. Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve. Risuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto. Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee. Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà. E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

 

TO BE CONTINUED …

THNKS

 


Intervista al Presidente di Avvocati senza Frontiere

Dott. Pietro Palau Giovannetti

 

Domanda: In che misura si può parlare di equivoci ed errori giudiziari?

 

Risposta: Gli equivoci e le ingiustizie che ne derivano nel mondo del diritto raramente nascono per caso. Lo studio della storia del diritto e l’esperienza mi hanno portato a capire che l’equivoco è una delle componenti essenziali della millenaria ambiguità della giustizia e della cultura giuridica, su cui si è retto sino ad oggi ogni tipo di sistema politico. Ovviamente compresi quelli attuali delle moderne democrazie, che ne rappresentano forse storicamente l’espressione più evoluta di ipocrisia mai prima raggiunta dal potere, che dagli equivoci e dalla equivocità dei fini della giustizia si alimenta e trae il suo dominio.

 

Domanda: Quando parla di ”millenaria ambiguità della giustizia” a quali casi si riferisce?


Risposta: Basti pensare, essendo tra l’altro in periodo pasquale, al processo intentato a Gesù di Nazareth per lesa maestà dell’Imperatore, in quanto secondo l’accusa avrebbe attentato al suo potere temporale, per essersi proclamato “Re dei Giudei”. Mentre dagli atti processuali risulta che Egli abbia invece dichiarato inascoltato: “Il mio Regno non è di questo mondo”. Tale primo più famoso “equivoco” della storia cristiana, legittimato dal diritto romano vigente, evidenzia l’uso perverso del diritto e l’ambiguità dei fini della Giustizia, che ha condannato alla più atroce delle morti, come pericoloso sovversivo, un uomo che predicava solo l’amore e la compassione, caratterizzando il suo agire al pensiero della nonviolenza. Cioè l’esatto contrario delle motivazioni contenute nella sentenza che lo ha condannato alla crocefissione.

 

Domanda: Secondo Lei quindi Diritto e Giustizia sono incompatibili?

 

Risposta: J.Derida, uno dei maggiori filosofi contemporanei, in “Forza di legge, il fondamento mistico dell’autorità”, domandandosi quale effettiva possibilità abbia il Diritto di accedere alla Giustizia, ha acutamente messo in luce l’insanabile <scissura tra diritto e giustizia>, affermando che il diritto è in rapporto asimmetrico con la giustizia, nel senso che “laddove c’è diritto non ci può essere giustizia”… “ per il semplice motivo che la forma giuridica è l’esito dei rapporti di forza politico-economici”. L’equivoco ha quindi la funzione di presentare il Giusto come ingiusto, il rovescio come diritto, l’impuro come puro e l’effimero come essenziale, onde legittimare il dominio del male sul bene. Diritto e Giustizia ritengo non siano comunque di per sé inconciliabili, nella misura in cui la collettività sarà in grado di farli coincidere, assumendosi la responsabilità della difesa del diritto e della legalità.

 

Domanda: In che modo la società civile può assumersi la difesa del diritto?

 

Risposta: Semplicemente vivendo nel rispetto dei Diritti Umani, della Verità e delle regole, facendo ciascuno il proprio dovere, senza guardare in faccia nessuno, secondo il comune senso di giustizia. A partire dai governanti e dai giudici che le regole le dovrebbero fare rispettare, e spesso sono i primi a violarle.

 

Domanda: Qual’è secondo Lei la corretta definizione di “equivoco”?

 

Risposta: Le risponderò con le parole di Heiddeger, un altro grande filosofo, secondo il quale “l’equivoco insieme alla chiacchiera e alla curiosità è una delle manifestazioni essenziali dell’esistenza anonima quotidiana”. Nell’equivoco, spiega Heiddeger: “tutto sembra essere compreso, afferrato ed espresso con purezza, e invece non lo è; oppure non lo sembra ed invece lo è”. Esso “offre alla curiosità ciò di cui va in cerca e alla chiacchiera l’illusione che tutto venga in esso deciso”. Non le pare che è proprio ciò che accade nelle aule di giustizia, dove ogni giorni si spendono fiumi di parole e di sovente, senza cogliere l’essenza dei fatti, si distorce la verità, costruendo false certezze che catturano la curiosità e il consenso?

 
Domanda: Se lo dice Lei che è il Presidente di Avvocati senza Frontiere… sarà così… Ma allora come possiamo evitare gli equivoci e gli eccessi del potere?

 

Risposta: A mio avviso, semplicemente cercando di vivere in maniera più profonda e autentica, operando a partire da noi stessi, una vera e propria rivoluzione delle coscienze, che passi attraverso un diverso modo di intendere il potere e le istituzioni giudiziarie e il ruolo dei cittadini nel processo di mutamento in atto. Qualcosa che nel nostro piccolo stiamo cercando di fare attraverso l’opera del Movimento per la Giustizia e Avvocati senza Frontiere.

 

Sintesi dell’intervista su Radio 1 nella rubrica “Ipocrity correct”, messa in onda domenica 8.4.07


 

 

 

CAPITOLO 1

Scritto da Gaia Ghezzi


1.1. Premessa: i contrasti razziali degli anni ’50.

 

Negli anni Cinquanta, nel momento in cui il tenore di vita dell’intera Nazione americana era in rapida crescita, un numero sempre maggiore di cittadini neri cominciò a esprimere il proprio desiderio di una piena parità civile. Il processo fu lungo, lento, e molto difficile.Prima la guerra e poi il grande progresso economico del decennio post-bellico, avevano prodotto una profonda trasformazione nelle condizioni di vita della minoranza nera. La distanza economica tra neri e bianchi rimaneva ancora marcata e in certi casi addirittura abissale, ma per molti dei neri inurbati e trasformatisi in lavoratori industriali le condizioni di vita erano arrivate ben al di sopra dei livelli di sussistenza, avvicinandosi a quelli della classe media bianca. Nel decennio 1945-1955, l’integrazione, dunque, aveva fatto importanti e decisivi progressi in quasi tutto il Paese. Una grande eccezione era rappresentata dagli Stati del Sud, ove il vasto settore dei servizi – trasporti, ristoranti, scuole, ospedali – rimaneva ancora sottoposto al regime di segregazione, mentre il diritto al voto e alla partecipazione politica dei neri, nonostante i frequenti interventi dei Tribunali Federali, continuava a essere fortemente contestato dai governi e dalle amministrazioni locali. A incoraggiare la popolazione nera a lottare contro questa situazione, oltre alla mutata condizione economica e alle prospettive di progresso di una società in espansione, vi era l’esempio costituito da un’élite di colore che aveva raggiunto una certa ricchezza e uno status sociale in settori come gli affari, le professioni, l’insegnamento e le arti. Storicamente l’epopea del movimento contro la segregazione durò tredici anni, dagli inizi del 1955, a Montgomery, all’elezione di Richard Nixon, nel 1968.all’integrazione “in tempi ragionevoli”. La decisione, ovviamente, suscitò polemiche in tutto il Sud bianco, ponendo lo stesso governo federale in serio imbarazzo. Si trattava di una decisione rivoluzionaria, in quanto rovesciava il principio della “separazione in condizioni di uguaglianza”, da essa stessa stabilito nel 1896, secondo il quale si ammetteva la separazione razziale nel sistema scolastico a condizione che le scuole per i giovani di colore avessero le stesse caratteristiche e offrissero lo stesso tipo di insegnamento di quelle per bianchi. Ma si trattava di un principio che, applicato nella forma, era sempre rimasto lettera morta nella sostanza, con il risultato che i livelli dei due sistemi scolastici erano molto diversi, perchè quasi dappertutto le scuole per studenti neri erano inferiori, sia nelle strutture che nella qualità dell’insegnamento rispetto a quelle dei bianchi. La sentenza del ’54, venne parzialmente eseguita nei due anni successivi nel Distretto di Columbia; più lentamente e parzialmente fu recepita invece negli Stati meridionali periferici, come l’Oklahoma, il Texas, il Kentucky, il Delaware. Molto diversa era invece la situazione negli Stati del “profondo Sud”, dove le legislature statali ricorsero a una serie di manovre legali per ritardare e ostacolare il processo di integrazione.  Parallelamente, si manifestavano le iniziative di resistenza di alcuni gruppi locali (i “White Citizens Councils”), tesi ad esercitare pressioni contro la popolazione nera, e che molto spesso sfociavano in episodi di violenza. Negli anni ’55 e ’56, la tensione si manteneva elevata: in quegli anni venne registrato un preoccupante aumento delle vendite di armi da fuoco, e l’intensificazione dell’attività intimidatrice del “Ku Klux Klan”.


1.2. Gli episodi chiave della vita di Martin Luther King.

 

Martin Luther King si può dire che fu una delle figure più carismatiche della lotta contro la segregazione razziale: premio Nobel per la pace (1964), il suo ruolo fu decisivo per l’approvazione negli Stati Uniti della legge sui diritti civili.Martin Luther King nasce il 15 gennaio 1929 ad Atlanta, in Georgia.Dopo il liceo, viene ammesso al MorehouseCollegedi Atlanta e, nel 1947, ottiene il permesso di predicare diventando assistente di suo padre, Pastore della Chiesa Battista di Ebenezer. A diciannove anni, riceve gli ordini religiosi per il Ministero Battista.Seriamente interessato al sociale, King si laurea in sociologia e, dopo aver assistito alle lezioni dei dottori A.J. Muste e W. Johnson Mordecai che esaltavano la figura del Mahatma Gandhi, si dedica anche ad approfondire il pensiero del leader indiano. Così disse King a proposito del suo interesse per Gandhi: “….giunsi a studiare la vita e gli insegnamenti del Mahatma Gandhi. A mano a mano che leggevo le sue opere mi scoprivo sempre più affascinato dalle sue campagne di resistenza non violenta. L’intero concetto gandhiano della satyâgraha (forza della Verità), aveva per me grande significato. Mentre approfondivo lo studio della filosofia di Gandhi, il mio scetticismo sulla forza dell’amore diminuiva progressivamente, e giunsi a comprima volta che la dottrina cristiana dell’Amore messa in atto attraverso il metodo gandhiano della non-violenza, era una delle armi più potenti a disposizione degli oppressi nella loro lotta per la libertà”.A ventidue anni, Martin Luther King si laurea in Teologia; nel giro di pochi anni, ottiene il dottorato in teologia sistematica e viene nominato Pastore della Chiesa di Dexter Avenuea Montgomery, in Alabama. Era la Chiesa di un quartiere prestigioso, frequentata da trecento membri, molti dei quali ben istruiti e con impieghi accademici all’Alabama State college: perfettamente in linea con le aspettative di un giovane della miglior borghesia nera di Atlanta. Per King e la sua giovane moglie Coretta, si prospettava una vita tutto sommato agiata. King accettò l’offerta, e anche il suo destino. Proprio in quegli anni, la più antica organizzazione per l’emancipazione nera, la National Association for the Advancement of Colored people (Naacp)fondata nel 1909 con la missione di promuovere l’uguaglianza razziale attraverso l’istruzione, i richiami alle leggi federali e l’attività di lobbying, aveva appena conseguito il risultato storico della dichiarazione di incostituzionalità del sistema di segregazione scolastica da parte della Corte Suprema. Si trattava del primo colpo all’impianto legislativo che sosteneva l’apartheid del Sud. Intanto, in America, negli Stati del sud, si accendeva la protesta razziale, e l’Alabama ne era al centro.Da una parte, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarava l’incostituzionalità della segregazione razziale anche nelle scuole pubbliche; dall’altra, la popolazione bianca continuava a difendere i suoi vecchi privilegi.In seguito all’arresto di Rosa Parks, un’operaia di colore che si era rifiutata di cedere il proprio posto a un bianco su un autobus, la popolazione nera insorge: si organizza in associazioni di sostegno della causa antirazzista (Mia), boicottando gli autobus della città. Martin Luther King ne diviene loro presidente. Nessun nero sarebbe salito sull’autobus fintanto che non fosse stata tolta la “spartizione dei sedili”. L’iniziativa ha un enorme successo: il giorno seguente, le vetture pubbliche sono completamente vuote, e non solo i neri ma anche alcuni bianchi avevano aderito alla “lotta non violenta”. In risposta al boicottaggio, la compagnia di autobus di Montgomery sospende il servizio nei quartieri neri.Per quanto riguarda gli avvenimenti successivi, il 1956 fu un anno difficile per Martin Luther King. L’organizzazione intraprende un’azione legale perché le leggi sulla segregazione razziale sui mezzi pubblici di Montgomery vengano dichiarate definitivamente incostituzionali. In risposta a tale azione, Martin Luther King viene incriminato con altri partecipanti al boicottaggio degli autobus di Montgomery, con l’accusa di aver organizzato una cospirazione tesa ad ostacolare e impedire lo svolgimento di un’attività pubblica senza giusto o legale motivo. Dopo alterne vicende, la battaglia legale porterà alla prima vera vittoria contro il razzismo: l’abolizione della segregazione razziale sugli autobus di Mongomery:.La voce di Martin Luther King viene ascoltata in tutta l’America. Il “Time” gli dedica una copertina. Il discorso, intitolato “Give Us the Ballot”, (“Dateci il voto”), pronunciato al Lincoln Memorial, a Washington, ha milioni di ascoltatori e diventa materia di discussione ovunque, anche fra i bianchi antisegregazionisti. Determinato a portare avanti la battaglia dell’uguaglianza dei neri americani senza spargimento di sangue, Martin Luther King, nel 1959, con la moglie Coretta, si trasferisce temporaneamente in India, ospite del Primo ministro indiano Nehru, per studiare le tecniche non violente di Gandhi.Intanto, in Carolina del Nord ha luogo il primo sit-indi studenti nelle tavole calde contro la segregazione razziale. L’amministrazione pubblica cerca di mettere in crisi il leader nero, arrestandolo con l’accusa di false denunce dei redditi per le imposte dovute allo Stato dell’Alabama, ma Martin Luther King viene prosciolto dall’accusa da una giuria di bianchi.Nonostante egli venga ricevuto dalle più alte cariche degli Stati Uniti d’America, le sue attività rimangono sempre nell’occhio del ciclone: arrestato spesso con le accuse più diverse, dal vagabondaggio, alla violazione di proprietà privata, alla violazione del codice stradale, all’ostruzione di marciapiede e manifestare senza permesso, si ritrova spesso in carcere insieme ai suoi sostenitori.Intanto, le dimostrazioni in favore degli uguali diritti dei neri, con marce e sit-in, continuano e si diffondono in tutti gli Stati del Sud. Associazioni e movimenti per i diritti civili si moltiplicano e raccolgono numerosi adepti: i cittadini americani di colore vogliono viaggiare sugli stessi mezzi dei bianchi, usufruire delle stesse scuole, delle stesse mense e, per averlo, si rivolgono ai tribunali, ottenendo spesso giustizia.Nell’agosto del 1964, si svolge la prima grande marcia di protesta a Washington, a livello nazionale: qui, Martin Luther King pronuncerà il suo famosissimo e storico discorso “I Have a Dream”, dai gradini del Lincoln Memorial.Alla fine della manifestazione, assieme agli altri leader del movimento per i diritti civili, incontrerà alla Casa Bianca il presidente John F. Kennedy. King verrà addirittura accolto in udienza da papa Paolo VI, in Vaticano, e riceverà il premio Nobel per la Pace.I problemi, in ogni caso, non sono finiti: nel campo della integrazione razziale, le vittorie non sono ancora risolutive. I neri devono conquistare i loro diritti città per città, Stato dopo Stato, e nel frattempo devono sopportare le angherie dei bianchi, che sono fortemente contrari a riconoscere loro gli stessi diritti e pari dignità sociale.Rivolte scoppiano ad Harlem, nel New Jersey, in Illinois, in Pennsylvania, e tutto il mondo segue le vicende del movimento. Nel 1965, il presidente Lindon Johnson firma la legge che concede il diritto di voto ai neri.I bianchi intervengono contro i candidati neri, e Martin Luther King si schiera contro la guerra in Vietnam. Le rivolte diventano sempre più sanguinose: nella rivolta di Newark, in New Jersey, e di Detroit muoiono e vengono ferite molte persone.Martin Luther King ed i leader neri (tra cui Philip Randolph, Roy Wilkins e Whitney Young), lanciano un appello per la fine delle rivolte, “che si sono dimostrate inefficaci e dannose alla causa dei diritti civili e all’intera nazione”.Il grande cuore di King emerge ancora con la cosiddetta “Campagna dei poveri” della Southern Christian Leadership Conference, con lo scopo di farsi portavoce dei problemi della popolazione più povera, sia nera sia bianca.Nel 1968, i lavoratori della nettezza urbana di Memphis, in Tennessee, entrano in sciopero e Martin Luther King guida una marcia di seimila persone attraverso il centro di Memphis, in loro appoggio. Anche in questa occasione scoppiano disordini durante i quali alcuni manifestanti neri saccheggiano negozi della città.King morì nell’aprile del 1968: durante la sua permanenza a Memphis, mentre si intratteneva a parlare con i suoi collaboratori, dalla casa di fronte vennero sparati alcuni colpi di fucile, che furono per lui fatali. Approfittando dei momenti di panico che seguirono, l’assassino si allontanò indisturbato. Pochi giorni dopo, ad Atlanta, si svolsero le esequie di King, a cui intervennero migliaia di persone.


1.3  I meriti, le cariche ricoperte e il premio Nobel per la pace.

 

Martin Luther King fu una figura di riferimento nel Movimento dei Diritti Civili. Nel corso degli anni, King fu insignito di innumerevoli titoli onorari da numerose scuole ed Università, sia americane che straniere.Fu eletto presidente della Montgomery Improvement Association, l’organizzazione che ebbe il merito del successo del boicottaggio degli autobus di Montgomery durato più di un anno dal 1955 al 1956 per ben 381 giorni. Venne arrestato ben trenta volte per la sua partecipazione ad attività per i diritti civili e fu fondatore e presidente (dal 1957 al 1968) della Southern Christian Leadership Conference. Fu anche vice-presidente della National Sunday School and Baptist Teaching Union Congress of the National Baptist Convention. Fu un membro di diversi Consigli di amministrazione sia locali che nazionali, e diresse consigli d’amministrazione di numerose agenzie ed istituzioni, compresa la prestigiosa American Academy of Arts and Sciences. King, inoltre, ricevette numerosi riconoscimenti per le sue doti di leadership nel movimento per i diritti civili. Dopo anni di tenaci battaglie, nell’ottobre 1964, il prestigioso comitato scientifico di Oslo designò Martin Luther King come vincitore del Premio Nobel per la Pace. King aveva soltanto trentacinque anni: l’uomo più giovane al quale fosse mai stato conferito il premio. Durante la cerimonia, che ebbe luogo il 10 dicembre ad Oslo, egli dedicò l’importante riconoscimento ai tanti “umili figli di Dio”, mai contati né menzionati, le cui sofferenze per la causa della giustizia avevano generato una nuova epoca, “una terra più bella, un popolo migliore e una cultura più nobile”.  Nella realtà da incubo che i popoli oppressi stavano vivendo, il sogno di King concretizzava la speranza di un mondo migliore. Così diceva nel suo discorso a Oslo: “accetto il Premio Nobel per la Pace nel momento in cui ventidue milioni di neri degli Stati Uniti sono impegnati in una battaglia creativa per concludere la lunga notte della ingiustizia raziale. Accetto questo premio proprio quando un movimento per i diritti civili sta muovendosi con determinazione e grande disprezzo del rischio e del pericolo per stabilire un regno di libertà ed un governo di giustizia. Ho in mente che solo ieri a Birmingham, in Alabama, i nostri bambini, mentre piangevano per la fratellanza, ricevevano risposta con lanciafiamme, cani ringhiosi e persino morte. Ho in mente che solo ieri a Philadelphia, nel Mississippi, ragazzi in cerca di assicurare il diritto di voto sono stati brutalizzati e uccisi. Ho in mente che la deabilitazione e l’abitudine alla povertà affliggono il mio popolo e lo incatenano al più basso gradino della scala economica. Quindi devo chiedere perchè questo premio è assegnato ad un movimento assediato e impegnato in una lotta accanita, e a un movimento che non ha ancora vinto la pace e la fratellanza che sono l’essenza del Premio Nobel. Dopo averci pensato, ho concluso che questo premio, che ricevo per quel movimento, è un profondo riconoscimento della non-violenza quale risposta alle questioni cruciali, politiche e morali, del nostro tempo: la necessità per l’uomo di superare l’oppressione e la violenza senza ricorrere alla violenza e all’oppressione. Oggi sono venuto ad Oslo come un rappresentante ispirato e con rinnovata dedica all’umanità. Accetto questo premio come uno fra gli uomini che amano la pace e la fratellanza”.

 

 

1.4. Il pensiero di Martin Luther King: la centralità della fede cristiana, la strategia della non-violenza e la teologia della fratellanza.

 

Un cerchio perfetto segna la parabola nazionale di Martin Luther King: dal suo discorso di presentazione a Montgomery, al suo ultimo discorso a Memphis, la sera prima della sua morte. In tutti questi discorsi emerge, in tutta la sua forza, il fatto che il coraggio che egli ebbe di lottare per l’eguaglianza dei diritti dei neri nasceva, prima di tutto, dalla sua fede cristiana. Da questa egli trasse anche la convinzione che i mezzi e i fini di una battaglia politica e sociale dovessero sempre essere strettamente congiunti e coerenti fra loro. King, pertanto, rifiutò sempre la violenza come strumento di lotta, né mai la scusò nel caso di sommosse o rivolte: un’emancipazione nera che avesse fatto uso della violenza – a suo parere – non avrebbe mai potuto generare una pacifica convivenza coi bianchi, ma solo lasciarsi dietro una lunga scia di odio e di sangue, destinata a non essere dimenticata. Così scriveva King in merito alla necessità di ripudiare la violenza: “sempre di più sono giunto alla conclusione che il potenziale distruttivo delle moderne armi da guerra elimina la possibilità che la guerra possa mai più servire come bene negativo. Se partiamo dal presupposto che il genere umano ha il diritto di sopravvivere, allora dobbiamo trovare un’alternativa alla guerra e alla distruzione. In un’epoca in cui gli sputnik si scagliano nello spazio e i missili balistici teleguidati scavano strade di morte nella stratosfera, nessuno più può vincere una guerra. Oggi la scelta non è più tra violenza e non violenza. E’ tra non violenza e non esistenza. Non sono un pacifista teorico. Ho cercato di abbracciare un pacifismo realista”. Egli si può dire che costruì la sua leadership sulla retorica, l’abilità di sintonizzarsi con gli spasmi e le inquietudini dell’America profonda. Non bisogna sottovalutare, infatti, il potere della parola, in America: i pastori erano animati solo dal potere della propria fede, della Bibbia, e della parola. Non avevano un’istituzione dietro di loro né appartenevano ad ordini religiosi organizzati. In America, Paese culturalmente protestante, il collante delle comunità religiose è la forza che sgorga dai sermoni domenicali del loro pastore. Il problema di King era quello di identificare una dinamica che creasse una coscienza comune sulla crisi: da una parte, promettendo il dispiegarsi della forza provvidenziale di Dio, che alleviasse il senso di solitudine degli afroamericani alle prese con uno stato di segregazione che li sovrastava e li annichiliva; allo stesso tempo, incitando le persone all’azione, facendole uscire dalla passività  e dal fatalismo che le aveva immobilizzate per circa un secolo. King era dunque alla ricerca di un equilibrio delicato fra intervento di Dio e azione umana: questo equilibrio fu particolarmente importante nei momenti di scoramento e di disperazione, in cui il susseguirsi di sciagure e inviti alla calma rischiavano di minare definitivamente la coesione sociale della comunità nera. Senza il richiamo all’azione umana, gli afroamericani sarebbero potuti facilmente cadere nella rassegnazione di fronte alla persistenza della crisi, o al fatalismo passivo; ma anche senza il richiamo alla provvidenza si sarebbe aperta la strada all’ambizione personale, alla violenza. Ma il contributo politico di King è stato quello di formulare una terza opzione: quella in cui una comunità si impegna per la giustizia razziale.La struttura retorica dei discorsi di King è tutta fondata sulla giustificazione che egli offriva all’impegno umano, giustificazione che è sostenuta dal fine ultimo costituito dal bene comune. Quella che egli articolava, era un’interpretazione positiva del ruolo attivo della comunità all’interno del disegno salvifico di natura divina; una dialettica che rinforza, e non affievolisce, l’impegno reciproco tra il popolo e Dio. Una volta costruita questa immagine del popolo di Dio, King potè passare al nucleo del proprio discorso: la salvezza anticipata. Partendo dalla salvezza, il leader per il movimento dei diritti civili fu in grado preservare la drammaticità del momento, senza per questo cadere nel pessimismo. La crisi sarà superata se la comunità non saprà farsi prendere dalla disperazione.Malgrado la storia di avvilimento e di segregazione che pesava sulla memoria della comunità afroamericana, King continuò a lavorare per l’opzione integrazionista. Egli pensava che si potesse essere africani di origine e americani di nascita.Una volta stabilito che l’America è la casa dei neri – spiegava King – resta da trovare un modo per integrare bianchi e neri: un percorso non soltanto necessario, ma senza alternative. Occorre cioè costruire una società – come disse nel suo discorso a Washington – in cui bianchi e neri convivano all’insegna dei principi della giustizia e dei valori dell’amore. Questa marcia è fondata sulla fiducia nella Costituzione e nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti e sulla fede nella Bibbia e nella religione cristiana. King fu il primo e, sino all’avvento di Barack Obama, l’unico uomo politico americano in grado di mettere insieme una coalizione birazziale su una piattaforma di pace, diritti civili e riforme economiche.Egli credeva che fosse un dovere ricordare ai bianchi e ai neri che essi credono nello stesso Vangelo, aspirano allo stesso regno dei Cieli, che il cristianesimo è inconciliabile con il privilegio razziale.King era un profondo ammiratore del teologo Reinold Niebhur e della grande conoscenza che questi sembrava mostrare per la natura umana, specialmente per il comportamento dei gruppi sociali  e delle nazioni. King scrisse molti saggi sul teologo protestante, convenendo con lui che l’ingiustizia fosse inerente alla società umana, che gli uomini impegnati in attività collettive fossero intrinsecamente immorali. Tuttavia, a differenza del teologo, la storia della Chiesa afroamericana – nata nelle piantagioni degli schiavi e istituita con l’abolizione della schiavitù – offriva a King l’ottica alternativa di una giustizia che, nello spazio di secoli,  avrebbe potuto essere conseguita. La speranza è il tema centrale della religione nera. La religione nera garantiva  a King una giusta compensazione al pessimismo di Niebhur.Martin Luther King, inoltre, si battè lungamente contro i luoghi comuni, come quello di ritenere i neri, le minoranze e gli immigrati, come potenziali ladri, truffatori, persone da considerarsi ai margini della società. Questo tipo di associazione di idee, permeava a tal punto la società da provocare un errato pensiero comune. Il processo di reinserimento sociale – spiegava King – doveva invece necessariamente passare attraverso l’autoconsapevolezza di sé; l’uomo di colore, deve prima di tutto acquisire il rispetto per il proprio essere e migliorare la propria condizione attraverso la costanza ed il perfezionamento morale e culturale, perché “finché il cervello è reso schiavo, il corpo non può essere libero”.Occorre dunque lottare contro schemi mentali precostituiti e paure ingiustificate. In un acceso discorso sul dilemma delle società liberali, egli espresse parole e concetti che hanno tutt’ora consistenza per gli immigrati e per i gruppi minoritari in Occidente. Spiegava King: “molti bianchi del Sud vedono sè stessi come una minoranza timorosa in un oceano di neri. Essi credono sinceramente, con una parte del loro cervello, che gli stessi siano depravati e portatori di innumerevoli malattie. Vedono ogni sforzo verso l’uguaglianza razziale come un precipitare nell’imbastardimento”.La risposta al disagio è l’integrazione reciproca e il crollo delle barriere immaginarie che dividono gli uomini. In qualunque campagna non violenta, secondo King, bisognava fare quattro passi fondamentali: raccogliere i fatti per determinare dove si radichi l’ingiustizia; negoziare; autopurificarsi; intraprendere un’azione diretta.In una lettera da una prigione di Birmingham, King scrive: “il culto religioso, ai suoi livelli più alti è un’esperienza sociale in cui persone di tutte le condizioni si uniscono per realizzare la loro identità e unità sotto Dio. Quando la Chiesa, consapevolmente o inconsapevolmente, si rivolge a una classe sola, perde la forza spirituale della dottrina che afferma “lasciate che chiunque venga a me”, e rischia di trasformarsi in poco più di un club sociale con una sottile vernice di religiosità….L’ingiustizia, da qualunque parte si trovi, è una minaccia per la giustizia da qualunque altra parte”. Alle numerose accuse di infrangere la legge, King rispondeva affermando che esistono due tipi di leggi: giuste e ingiuste. Così egli ne spiegava la differenza: “io concordo con Sant’Agostino che “una legge ingiusta non è una legge”…. Una legge giusta è una legge fatta dall’uomo che si armonizza con la legge morale o legge di Dio. Una legge ingiusta è un codice che si trova in disarmonia con la legge morale. Per dirla con le parole di San Tommaso d’Aquino, una legge ingiusta è una legge umana che non trova le sue radici nella legge eterna e naturale. E la legge che eleva la persona umana è giusta. Quella che degrada la persona umana è ingiusta. Tutti gli statuti segregazionisti sono ingiusti perché la segregazione altera l’anima e danneggia la persona…. Una legge ingiusta è un codice che una maggioranza impone su una minoranza senza che anche la maggioranza ne sia vincolata. Questa è diversità legalizzata. D’altro canto una legge giusta è un codice che una maggioranza impone a una minoranza e che è vincolante per entrambe. Questa è uguaglianza legalizzata. Permettetemi di darvi un’altra spiegazione ancora. Una legge ingiusta è un codice applicato a una minoranza che non ha avuto la possibilità di discuterlo e di contribuirvi perché priva di un libero diritto di voto”.King credeva inoltre al valore della fratellanza umana. Negli ultimi anni prima del suo assassinio, elaborò una visione dei diritti civili che abbraccia l’intera umanità e che persegue la giustizia attraverso l’amore, al di là delle razze, delle religioni, delle nazionalità. Egli aveva colto l’interrelazione tra i popoli e tra le persone, e aveva capito che esistono problemi locali, questioni isolate. Tutti gli uomini, tutti i problemi sono tra loro collegati. Qualunque cosa si faccia, dovrebbe essere fatta con spirito di fratellanza internazionale, non di egoismo nazionale. Dovrebbe essere fatta non soltanto perché diplomaticamente utile, ma perché moralmente giusta. Sarebbe di beneficio per la democrazia, spiegava King, se una delle più grandi Nazioni del mondo, con quasi quattrocento milioni di abitanti, dimostrasse che è possibile fornire una buona qualità di vita a tutti senza piegarsi ad una dittatura di destra o di sinistra.Non c’è giustizia se non c’è giustizia per tutti.

 

 

NOTE

1 MAMMARELLA, Storia degli Stati Uniti dal 1945 ad oggi, Roma-Bari, 1993, pp. 225-229. Le aumentate disponibilità al consumo dei neri creavano una naturale pressione nei confronti di quelle strutture dirette a isolarli dai bianchi, che costituivano il sistema segregazionista.

2 Ancora nel 1957, in undici Stati del Sud, solo il 25% della popolazione nera in età di voto era iscritta nelle liste elettorali e milioni di neri erano esclusi dall’acceso alle urne. Negli altri Stati dell’Est, del Middle-West e dell’Ovest, dove non esisteva la legislazione segregazionista, permanevano forti discriminazioni razziali: i neri ricevevano salari inferiori a quelli dei bianchi per lo stesso tipo di lavoro; erano esclusi dalle attività specializzate, da alcuni sindacati di categoria, erano confinati nei ghetti da regolamenti municipali diretti a emarginarli e quando riuscivano a uscirne e ad affittare o ad acquistare nei quartieri dei bianchi si trovavano fatti segno a discriminazioni che arrivavano fino all’uso della violenza.

3 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama, Torino 2010, p. 101.

4 Cfr. Brown et Al. c/ Board of Education of Topeka et Al. (Brown a altri contro l’ufficio scolastico di Topeka e altri), sentenza 347 U.S. 483. E’ una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, pubblicata il 17 maggio 1954, che ha dichiarato incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche. Una sentenza complementare sullo stesso caso fu pubblicata il 31 maggio 1955 (349 U.S. 294): le due sentenze sono, per questo motivo, anche citate come Brown I e Brown II. Questa sentenza è senza dubbio la più importante delle decisione della Corte Warren. In dottrina, BALKIN (a cura di), What Brown v. Board of Education should have said, New York University Press, 2003.

5 In realtà la Corte Suprema, sotto la guida di Warren dal 1953, era destinata a diventare per un quindicennio uno dei più efficaci veicoli di rinnovamento civile in America, sostenendo con grande determinazione la causa dei diritti umani e dell’uguaglianza razziale e adottando una lunga serie di provvedimenti liberalizzatori. MAMMARELLA, Storia degli Stati Uniti dal 1945 ad oggi cit., pp. 225-229.

6 ANDERSON, Martin Luther King, Padova, 2006.

7 KING, I have a dream. L’autobiografia del profeta dell’uguaglianza (a cura di C. CARSON), Milano, 2009, p. 15 ss.

8 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama cit., p. 106.

9 Quell’anno, addirittura, una bomba venne buttata nel portico della sua casa a Montgomery; la moglie Coretta e la figlioletta non restano ferite.

10 M. L. KING, “Give Us the Ballot”, 17 May 1957, Washington, D.C.

11 Quando King pubblica il libro “Stride Toward Freedom: The Montgomery Story”, mentre sta firmando le copie del libro in una libreria viene pugnalato da una squilibrata.

12 Cfr. Cap. II del presente lavoro.

13 BIDUSSA (a cura di), I have a dream: Martin Luther King, John F. Kennedy, Yitzhak Rabin, Yassir Arafat e altri grandi uomini del Novecento, Milano 2010.

14 Il killer fu arrestato a Londra circa due mesi più tardi: si chiamava James Earl Ray, ed aveva già dei precedenti per rapina, alcolismo e spaccio di dollari falsi. Al processo fu condannato a novantanove anni di reclusione, ma, qualche anno dopo, riuscì ad evadere. Dopo essere stato catturato nuovamente, rivelò che non era stato lui ad uccidere Martin Luther King, sostenendo di sapere chi fosse il vero colpevole. Venne accoltellato la notte seguente nella cella in cui era rinchiuso.

15 Attualmente sono conservati ad Atlanta, nell’Archives of  The Martin Luther King, Jr. Center for Nonviolent Social Change.

16 M. L. KING, Discorso pronunciato in occasione del ritiro del Premio Nobel, 10 Dicembre, Oslo, 1964.

17 Così King concludeva il suo discorso: “penso che Alfred Nobel saprebbe quello che voglio dire quando dico che accetto questo premio con lo spirito di un custode di qualche prezioso gioiello di famiglia che egli ha in consegna per fiducia dei suoi proprietari: tutti quelli a cui la fiducia è considerata la cosa più bella e nei cui occhi la bellezza di un’autentica fratellanza e pace è più preziosa dei diamanti, dell’argento o dell’oro. Grazie”.

18 NASO (a cura di), Il sogno e la storia. Il pensiero e l’attualità di Martin Luther King (1929-1968), Torino, 2007

19 M. L. KING, Pellegrinaggio verso la non violenza, in “Christian Century”, n. 77, 13 aprile 1960.

20 “Non ritengo inoltre che la posizione pacifista sia senza peccato, ma che sia, in queste circostanze, il male minore. Sono convinto che la Chiesa non può restare in silenzio mentre il genere umano affronta la minaccia di essere spinto nell’abisso dell’annientamento nucleare. Se la chiesa è fedele alla sua missione, deve porre termine alla corsa alle armi”. M. L. KING, Il sogno della non violenza. Pensieri, Milano, 2006.

21 LAVINA, Serpente e colomba. La ricerca religiosa di Martin Luther King, La Città del Sole, 1994.

22 BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama cit., p. 109.

23 Karl Paul Reinhold Niebuhr (1892-1971) è stato un teologo protestante statunitense. È conosciuto soprattutto per i suoi studi sulla possibilità di collegare la fede cristiana al realismo della politica e della diplomazia moderna. Ha contribuito in maniera importante al moderno concetto di guerra giusta.

24 “Più osservavo le tragedie della storia e la deplorevole inclinazione dell’uomo a scegliere la via piu semplice, più comprendevo la profondità e la forza del peccato. La lettura delle opere di Reinhold Niebuhr mi rese consapevole della complessità dei motivi umani e della realtà del peccato ad ogni livello dell’esistenza dell’uomo. Inoltre giunsi a riconoscere la complessità del coinvolgimento sociale dell’uomo e la palese realtà del peccato collettivo. Giunsi a capire che il liberalismo era stato troppo tenero nei confronti della natura umana e che si volgeva verso un falso idealismo. Giunsi anche a vedere che il superficiale ottimismo del liberalismo sulla natura umana portava a sottovalutare il fatto che la ragione è offuscata dal peccato. Più pensavo alla natura umana più constatavo che la nostra tragica inclinazione al peccato fa sì che razionalizziamo le nostre azioni. Il liberalismo non vedeva che la ragione, da sola, è poco più che uno strumento per giustificare le modalità autodifensive dell’uomo. Priva della forza purificatrice della fede, la ragione non potrà mai liberarsi dagli stravolgimenti del pensiero e dalle razionalizzazioni”. BELTRAMINI, L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama cit., p. 110.

26 M. L. KING, Lettera da una prigione di Birmingham, testo scritto il 16 aprile 1963, a Birmingham, durante la prigionia per aver partecipato a dimostrazioni per i diritti civili.

27 “Tutti gli statuti segregazionisti danno a colui che segrega un falso senso di superiorità e al segregato un falso senso di inferiorità. Per servirci delle parole di Martin Buber, il grande filosofo ebreo, la segregazione sostituisce la relazione «io-esso» a quella «io-tu», e finisce per relegare le persone allo stato di cose. Quindi la segregazione non è solo malsana politicamente, economicamente e sociologicamente, ma è anche moralmente sbagliata e peccaminosa. Paul Tillich ha detto che peccato è separazione. Forse che la segregazione non è l’espressione esistenziale di una tragica separazione tra gli uomini, l’espressione di un tremendo straniamento, di una terribile condizione di peccato? Per questo posso chiedere che si disubbidisca alle ingiunzioni segregazioniste perché esse sono moralmente errate”

TO BE CONTINUED …

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