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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

… siamo tutti parte lesa, Palermo, Italia !!!



 

 

– PALERMO – Nella zona di Palermo in cui vivo io (Via Lincoln), la prostituzione la vedo sotto il balcone di casa mia. Le prostitute esercitano alla luce del fanale che illumina il mio bel nobile portone, ed io…mi vergogno di me stessa per stare lì a guardare dall’alto dei miei sogni…
Nella città la prostituzione non solo è sempre diffusa ed alla luce del giorno, ma è articolata in una rete capillare che non tralascia il centro città e si distribuisce uniformemente “dando lavoro” a bambine, ragazze, figlie, madri, nonne di nazionalità diversa, dall’africana all’ungherese, alla russa, all’italiana. Naturalmente la loro collocazione presso le varie zone della città è funzionale ad una spartizione meticolosa ed economicamente valutata da parte dei “capi zona” affiliati alla criminalità mafiosa ” della città.
Quando si incontrano queste realtà è facile additarle come un problema da risolvere. Ma che la soluzione la si guardi trincerandosi dietro le comuni soluzioni degli slogan a “tolleranza zero” per chi si prosituisce o inasprimenti di pena per chi alimenta la prostituzione usufruendo di questo “servizio”… ( ed anche quelli per me si prostituiscono…), in entrambi i casi è sempre difficile pensare che dietro questa facciata ognuno ha una storia.
E quella di queste persone è sempre una storia difficile da raccontare, nonostante si sente dire da alcuni moralisti che “vengono tutte da lontano ed alla fine guadagnano un sacco di soldi più facilmente così che andando a lavare scale”.
E’ difficle pensare che:
Per ogni donna uccisa, struprata, sfruttata, offesa, siamo tutti parte lesa!!!

Un articolo delle Inchieste di “Repubblica” apre una finestra, o meglio uno spiraglio su di una realtà che veramente non conosciamo se non per “sentito dire”, nonostante….ce la ritroviamosotto il portone di casa.
E’ solo una storia, ma è anche un mondo fatto di violenze, violazioni, dolore e soprattutto silenzio.
“La storia di Nike, bruciata a vent’anni per essersi ribellata al clan dei nigeriani”
Una catena di sfruttamento segreta e feroce, fondata sui riti voodoo, che pretende un riscatto tra i sessanta e i centomila euro per smettere il mestiere.

E’ l’organizzazione che Nike Favour Adekunle, innamorata e decisa a sposarsi, ha provato invano a sfidare nella Palermo del 2011.
Debiti da estinguere, riti voodoo e vessazioni. C’è tutto questo dietro la prostituzione delle nigeriane, che a Palermo regge la metà del giro, almeno quello visibile, quello che si consuma in strada. Un esercito di 500 ragazze appena maggiorenni. Spesso anche al di sotto dei diciotto anni. Arrivano tutte dalla stessa città, Benin City, che negli ultimi anni è diventata una sorta di capitale del sesso da esportazione della Nigeria del sud. Volti anonimi relegati in poche righe di cronaca solo quando accade il peggio. Come nel caso di Nike Favour Adekunle, ritrovata carbonizzata a vent’anni nelle campagne di Misilmeri il 21 dicembre del 2011.

Anche lei era arrivata a Palermo un anno fa, con il sogno di un lavoro e di una famiglia. Per finire nel parco della Favorita a prostituirsi. Pochi giorni prima di morire, aveva acquistato un biglietto per Roma con il suo fidanzato palermitano, per richiedere il nulla osta alla sua ambasciata e sposarsi. Un progetto, insieme a quello di lasciare per sempre la strada, probabilmente non gradito a chi aveva comprato la sua vita per sfruttarla e ricavarci un cospicuo guadagno. Perché le ragazze nigeriane sono costrette a pagare tutto e fin dall’inizio. Sulla loro testa pesa un debito enorme. Che va da 60 a 100vmila euro. Quello di Adekunle ammontava a 65mila euro. In preda alla disperazione, la ragazza aveva promesso alle sue protettrici che avrebbe trovato il modo di pagarlo comunque. Ma questo non è bastato a salvarla.
Più la ragazza è bella, più il suo debito aumenta, così come gli anni per estinguerlo. Chi lavora bene riesce a restituire tutti i soldi alla protettrice anche in quattro anni. Ma fino a quel momento le ragazze sono legate alla “madam”, alla “zia”, quasi sempre una connazionale ex prostituta, più raramente un uomo, che anticipa i soldi del viaggio dalla Nigeria all’Italia. Un legame rafforzato da un rito voodoo, officiato in patria da uno stregone, prima della partenza. Basato su ciuffi di capelli, peli di ascelle e pube, pezzi di unghie e una bevanda scura con sangue di gallina, il rito vincola per sempre la futura prostituta alla sua protettrice. Si tratta di un patto, un giuramento indissolubile per la religione animista, almeno fino all’estinzione del debito, pena conseguenze terribili per i parenti in Nigeria. Con il rito gli aguzzini comprano tutto: la persona, i suoi documenti, il suo silenzio e la sua riduzione in schiavitù.
Anche la famiglia di origine è coinvolta in questo giuramento. Garantisce, infatti, che la ragazza nel tempo coprirà tutte le spese anticipate dalla protettrice, a cominciare da quelle per il viaggio della speranza: arrivo in Libia e poi in mare su un barcone fino a Lampedusa, per raggiungere una postazione alla Favorita, in via Messina Marine, in via Lincoln o in qualche vicolo del centro storico. Anche per quel posto le ragazze pagano. Devono guadagnare abbastanza per affrontare le spese della casa in cui vivono, del cibo, dei vestiti e appunto, anche della postazione per esercitare la prostituzione.
In cambio nessuna libertà. Soltanto chi riesce a guadagnarsi la fiducia della “madam” con il successo delle sue prestazioni, ha qualche ora di tempo per lo shopping o per una passeggiata fuori dall’orario di lavoro. Le ragazze che non guadagnano abbastanza subiscono violenze, torture fisiche e minacce che tirano in ballo sempre l’incolumità dei parenti. Ma la catena dello sfruttamento della prostituzione nigeriana è molto più complessa. Anche le protettrici sono solo un anello di una catena che riconduce sempre a una mano mafiosa. Per questo è molto difficile che le ragazze trovino il coraggio di ribellarsi e di denunciare gli sfruttatori. Ma a Palermo, in questi anni, alcune ce l’hanno fatta, grazie al supporto di associazioni come il “Pellegrino della terra”, attiva sul territorio dal 1995, nella sede confiscata alla mafia di via Oreto.
“Fino a oggi – dicono i responsabili dell’associazione – più di 250 ragazze sono uscite dal giro. Sono percorsi lunghi e delicati. Le ragazze chiedono un lavoro alternativo, spesso hanno anche dei figli al seguito che devono mantenere. Per questo nella sede della nostra associazione proponiamo corsi di taglio e cucito e di economia domestica. Un’alternativa alla strada per un futuro dignitoso”. Chi denuncia, infatti, come prevede la legge, ottiene il permesso di soggiorno e viene inserito in un programma di protezione sociale che per prima cosa include un’occupazione. Nei mesi scorsi, l’associazione, era entrata in contatto anche con Nike Favour Adekunle. “Era – raccontano i volontari – una ragazza solare e sorridente con una grande voglia di vivere. L’ultima volta è stata vista alla Favorita, come sempre, prima di sparire per tre giorni e morire brutalmente. Anche lei poteva salvarsi, ma qualcuno ha deciso di non darle questa opportunità”. Adesso la comunità nigeriana di Palermo chiede giustizia per Adekunle e per tutte le ragazze come lei private delle libertà

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