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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

“Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”

Non bisogna arrendersi mai

 


 

 

La storia di Rita è una storia tremendamente triste ed intrisa di coraggio, che non va dimenticata.

Sono cresciuta credendo che in un paese sconquassato come l’Italia, dove la vera Giustizia si esercita una tantum e non è mai uguale per tutti, le uniche persone davvero identificabili con i valori dello Stato siano quelle che di Giustizia ci sono morte, sacrificando tutto. Con questo non voglio dire che per esercitare una vera Giustizia si debba morire, credo che anche oggi ci sia qualche luce, qualcuno che agisce ispirandosi ad uomini come Falcone e Borsellino, ma credo che in troppi si limitino a riempirsi la bocca di belle parole durante le commemorazioni, per poi piegare la testa ai compromessi. Credo che molti indossino solo delle toghe, ma siano guidati da una pura sete di  potere, dimenticando che quella toga porta delle responsabilità e che per i cittadini una toga significa Stato, Giustizia, riequilibrio tra colpe e pene e non corruzione ed amministrazione ad personam.

Credo che i Siciliani e tutti gli Italiani ogni volta che abbassano la testa calpestino la memoria di Rita e di tutte le persone che come lei hanno agito per la Giustizia e per il bene di tutti!.

Credo che Rita nell’attimo in cui si è gettata da quella finestra si sia sentita completamente annientata dalla mafia, disperata e sola. È così. Questo nessuno può modificarlo, ma oggi c’è qualcuno che legge la sua storia e nel leggerla avverte un senso di inquietudine, rabbia e vigliaccheria, sentendosi tremendamente piccolo, come mi sono sentita io, ma comprendendone il valore, il coraggio e l’importanza di non rendere vano il suo sacrificio.

Nel proprio piccolo si può contribuire a cambiare il mondo, voglio credere che sia davvero così, proprio come scriveva Rita nel tema della sua maturità:
“Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti. L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.”

“La Siciliana Ribelle” di Marco Amenta è un film del 2007, che ho visto durante una notte insonne, in seconda serata alla televisione, un film  che mi ha consentito di conoscere la storia di Rita Atria; Testimone di Giustizia contro la mafia.

Realtà e finzione si mescolano nell’intreccio della sceneggiatura cinematografica, ma la trama che guida il film ricalca i passi principali della vita di Rita, una vita intensa e tristemente breve. E così scatta dentro di me il desiderio di saperne di più, di indagare per capire, di parlare e raccontare per far conoscere il più possibile il coraggio di questa ragazza.

Rita nasce nel settembre del 1974 nella Valle del Belice, a Partanna, colonna mafiosa degli Accardo.

Il padre, Don Vito, era un pastore ed un uomo d’onore. Mafioso vecchio stampo, di quella mafia con una certa “coscienza”, che aveva regole più rigide tra le famiglie. Era definito il “paciere”, perché cercava sempre di risolvere le questioni ed i problemi nell’interesse di tutta la comunità, affinché la situazione fosse sempre tranquilla.

Tra gli anni ‘70 e gli ’80 l’aria in Sicilia intanto cambia, nasce una nuova guerra mafiosa, inizia l’era dei Corleonesi e della guerra Stato – Mafia.
Anche Partanna ne subisce le conseguenze, entra nella sfera di interesse della famiglia Cannata, affiliata ai Corleonesi. La politica degli uomini di Corleone si basava sull’esigenza di affidare il controllo dei vari mandamenti solo a uomini di fiducia, spazzando via i problemi a colpi di pistola.

Il 18 novembre 1985, dopo due giorni dal matrimonio del figlio Nicola, Don Vito Atria, viene ucciso, davanti agli occhi di Rita, perché contrario alla nuova economia della droga.

Con la morte del padre l’affetto di Rita si riversa verso il fratello Nicola, più grande di 10 anni. L’intesa fraterna si rafforza più che mai, Rita fa domande ed il fratello le racconta, le spiega chi tira le fila del potere a Partanna, il movente dell’assassinio del padre, le persone coinvolte, i traffici e le nuove gerarchie criminali, le promette che al momento giusto vendicheranno il padre.
Rita assorbe come una spugna tutte le informazioni, con il tempo impara ad osservare e a cogliere i movimenti sospetti dei picciotti, li annota con i suoi pensieri e le sue riflessioni all’interno di un diario.
Col passare degli anni Nicola fa strada nella cosca mafiosa locale, sporcandosi le mani e facendo soldi con la droga, ma con i suoi traffici e col il mutare dei rapporti di forza tra i boss, inizia a dare fastidio e così il 24 giugno 1991 viene ucciso.

Nel giro di pochi anni Rita perde i suoi affetti più cari. È soltanto una ragazzina di 17 anni con un enorme desiderio di vendetta.

Il mondo di Rita coincide con quello della mafia, non solo il padre ed il fratello erano mafiosi, anche il suo fidanzatino Calogero stava diventando un picciotto, la madre Giovanna, invece, era la tipica donna omertosa che si occupava delle faccende domestiche e della famiglia, che sapeva, ma non si immischiava. Ricalcava perfettamente il modello della donna siciliana mafiosa, un modello completamente rinnegato dalla figlia.
Rita decide infatti di non essere più la femmina che sa e tace, che accetta lo status quo, non vuole neanche più essere la picciridda da proteggere e sceglie un modo del tutto diverso per vendicarsi delle sue perdite.
Rita conosce l’essenza ed i meccanismi della mafia, ne apprende con gli anni anche i punti deboli e sa benissimo che tutto il sistema mafioso, ieri come oggi si regge su una regola fondamentale: quella della fedeltà e del silenzio degli affiliati.
Parlare e far saltare fuori nomi e fatti è la vera vendetta.

Il 5 novembre del 1991 Rita saluta la madre, le dice che sta andando a scuola, in realtà sale sulla corriera per Sciacca e si dirige in Procura, dove incontra il Giudice Paolo Borsellino, in quel periodo Procuratore della città di Marsala.
Racconta tutto ciò che sa sulla morte del padre e del fratello, le sue sono informazioni preziose, che consentono alla forze dell’ordine di far arrestare decine di uomini di Partanna.

Diventando una Testimone di Giustizia è costretta ad entrare nel programma di protezione ed il Giudice Borsellino la fa trasferire a Roma. Di Rita Atria non deve restare traccia. Cambia nome e vive in un appartamento segreto della Capitale, è obbligata a tagliare ogni legame con Partanna, anche quello con la madre.

Donna Giovanna rinnega quella figlia che ora parla con gli sbirri, denuncia Paolo Borsellino per sottrazione di minore ed accusa Piera Aiello di averla pressata e soggiogata.

Rita è sempre più sola, ma è sostenuta dal Giudice Borsellino e continua la sua lotta. Non si arrende neanche quando inizia il processo ai mafiosi di Partanna e quando ascolta le parole dell’Avvocato della Difesa che tenta di screditarla etichettandola come una “ragazzina dalla personalità talmente preoccupante e talmente patologica.”

Nell’ estate del 1992, Rita attende di Testimoniare nei successivi Processi e studia per l’esame di maturità. Il Giudice Falcone è stato assassinato da poche settimane, infervorando il paese e soprattutto i giovani. Beffardamente la prova di italiano per la maturità riguarda proprio questo contenuto.

Nel suo tema Rita ha parole di rabbia e sdegno, ma anche di fiducia e speranza,  una speranza che ha i nomi ed i volti di Giudici come Falcone  e Borsellino e di chi come loro vive onestamente per cercare la verità.

Il 19 luglio del’92 quella speranza si spegne.

Apprende la notizia dai telegiornali, la strage di via D’Amelio e la morte del Giudice Borsellino le piombano addosso come macigno. Quel Giudice l’aveva ascoltata, sostenuta, incoraggiata e protetta come un padre.

La mafia vince sempre avrà pensato Rita. Le ha tolto tutto. Gli affetti, l’identità, la speranza.

Il 26 luglio 1992 il corpo di Rita viene ritrovato sul selciato di Viale Amelia, dove abitava al penultimo piano di una palazzina. Si è gettata dalla finestra del suo appartamento. aveva soltanto 18 anni.

 

Articolo di Carmen Iebba

 

 

Il film: “La Siciliana ribelle” (2008) di Marco Amenta

http://www.cinemaitaliano.info/lasicilianaribelleArticolo di Carmen Iebba

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