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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

Archivio per dicembre, 2011

Istanbul


Women subject to violence from partners to whom they have not been engaged or married will not be eligible for legal protection against domestic violence, following the removal of the clause “those living together in close relations” from a statute currently being drafted by the Family and Social Policy Ministry.

The provisions of the proposed bill, “The Protection of Women and Family Members from Violence,” which is to be presented in the near future for consideration in Parliament by Family and Social Policy Minister Fatma Şahin, will only pertain to couples who are married, engaged or divorced. A woman who has been exposed to or threatened with violence by a man she was formerly engaged to will, however, fall within the ambit of the statute.

 

http://english.alarabiya.net/articles/2011/12/29/185155.html

http://www.todayszaman.com/news-266992-unmarried-women-not-eligible-for-legal-protection.html

two types of violence
Physical and psychological


Iraqi women are also affected by a lack of social services, and some must head their households alone because of the death of a husband or son. (Reuters)

One in five Iraqi women is subjected to either physical or psychological abuse, often inflicted by family members, Minister of State for Women’s Rights Ibtihal al-Zaidi said on Saturday.

“One-fifth of Iraqi women are subjected to two types of violence, physical and psychological, constituting a very serious danger to the family and society,” Zaidi said at a conference dedicated to fighting violence against women.

“The most dangerous violence against woman is family violence, from the father, the brother, the husband or even the son,” she said.

“Fighting violence against women is a cultural issue, it is the responsibility of the media, politicians and the religious men,” said Prime Minister Nouri al-Maliki, who also attended the conference.
The overall level of violence in Iraq has declined since its peak in 2006-2007, but women still remain victims of violence, trafficking, forced marriage at a young age, and kidnapping for confessional or criminal reasons, according to non-governmental organizations.

Iraqi women are also affected by a lack of social services, and some must head their households alone because of the death of a husband or son.

http://english.alarabiya.net/articles/2011/11/26/179326.html

Medio Oriente, Iran
In luglio fu sospesa la condanna

Sakineh Mohammadi-Ashtiani, la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio nel 2006, potrebbe essere invece giustiziata tramite impiccagione, secondo quando scrive il 25 dicembre 2011 l’agenzia degli studenti iraniani Isna.
«Non c’é fretta…I nostri esperti islamici stanno riesaminando la sentenza di Ashtiani per vedere se è possibile giustiziare una persona condannata alla lapidazione attraverso l’impiccagione», ha detto Malek Ajdar Sharifi, capo della magistratura nella provincia dell’Azerbaigian orientale, dove la donna è incarcerata.
L’OCCIDENTE VUOLE SALVARLA. Nell’ultimo anno, si sono moltiplicati annunci e smentite sul caso che in Occidente ha portato a una mobilitazione di governi e organizzazioni per i diritti umani senza precedenti.
Sakineh, 43 anni, di Tabriz, nel Nord Ovest dell’Iran, è stata condannata nel 2006 alla lapidazione per adulterio, con sentenza poi sospesa nel luglio scorso. Ma rischia ancora l’impiccagione in un processo per l’uccisione del marito.
Nel novembre scorso, il Comitato internazionale contro la lapidazione, con sede in Germania e guidato dalla dissidente iraniana Mina Ahadi, aveva dato notizia della imminente impiccagione di Sakineh e, poco più di un mese dopo, del suo rilascio. Notizie smentite dalle autorità iraniane, secondo lequali esse facevano parte di un’attività di propaganda della stampa occidentale.

 

http://www.lettera43.it/attualita/34921/iran-sakineh-verso-l-impiccagione.htm

una delle donne più emancipate

del mondo arabo-musulmano


 

http://it.wikipedia.org/wiki/Rania_di_Giordania

http://www.queenrania.jo/

due figure femminili controverse

Leila Ben Ali e Suzanne Mubarak
Ambedue hanno influenzato la vita politica e sociale dei rispettivi Paesi ed ambedue hanno avuto un ruolo attivo nel miglioramento delle condizioni femminili e dell’emancipazione della donna.
Leila fu presidente dell’Organizzazione delle donne Arabe, tra le altre cose, mentre Suzanne fu promotrice di lotte sociali quali l’abbandono delle mutilazioni genitali femminili.
Figure che con le rivoluzioni si sono trasformate in figure negative.
Quale sia la verità su di loro non è dato sapere, stante le due diverse rappresentazioni storiche che se ne forniscono.
Vero è che con il loro operato hanno di fatto innovato la figura della donna.

 

http://fr.wikipedia.org/wiki/Le%C3%AFla_Ben_Ali

http://it.wikipedia.org/wiki/Suzanne_Mubarak

http://www.acmid-donna.it/acmid/index.php?option=com_content&view=article&id=153:italia-egitto-laurea-honoris-causa-a-suzanne-mubarak&catid=2:stampa&Itemid=4

http://www.npwj.org/it/FGM/Consultazione-Afro-Araba-sugli-Strumenti-Legislativi-la-prevenzione-delle-Mutilazioni-Genitali-F

http://fr.wikipedia.org/wiki/Organisation_de_la_femme_arabe

uccisa in un attentato …

durante un comizio pre-elettorale

 

 

 

Dagli inizi al secondo mandato Benazir Bhutto era la figlia primogenita del deposto Primo Ministro pakistano Zulfiqar Ali Bhutto e di Begum Nusrat Bhutto, quest’ultima di origini curdo-iraniane. Il nonno paterno sir Shah Nawaz Bhutto era invece un sindhi, ed era stato una delle figure chiave del movimento indipendentista pakistano.

Effettuati gli studi intermedi in Pakistan, nel 1973 conseguì la laurea in scienze politiche presso l’università statunitense di Harvard. Si trasferì in seguito ad Oxford per studiare politica, filosofia ed economia presso il St Catherine’s College. Non ancora ventenne, divenne assistente del padre nel suo lavoro.

Tornata in Pakistan dopo gli studi universitari, subì gli eventi che condussero dapprima alla deposizione, quindi all’esecuzione di suo padre per volere del dittatore al potere, il generale Muhammad Zia-ul-Haq, e fu relegata agli arresti domiciliari. Quando, nel 1984, ottenne il permesso di tornare nel Regno Unito, divenne leader in esilio del Partito Popolare Pakistano (PPP), già presieduto dal padre.

La sua influenza sulla vita politica pakistana restò tuttavia limitata fino alla morte di Zia-ul-Haq (17 agosto 1988). Alle successive elezioni (16 novembre), il PPP ottenne la maggioranza relativa all’Assemblea Nazionale. Benazir entrò in carica come Primo Ministro il 2 dicembre, dopo la formazione della coalizione di governo, divenendo così, all’età di trentacinque anni, la persona più giovane ma anche la prima donna a ricoprire l’incarico in un paese musulmano contemporaneo.

Fu destituita nel 1990 dall’allora presidente della Repubblica dietro accuse di corruzione, e il PPP perse le elezioni tenutesi nell’ottobre dello stesso anno. Restò a capo dell’opposizione al governo di Nawaz Sharif, leader della Lega Musulmana-N, fino al 1993, quando una nuova consultazione decretò la vittoria del suo partito e l’inizio del suo secondo mandato da Premier. Tale mandato fu nuovamente segnato da accuse di corruzione – che colpirono anche il marito di Benazir, Asif Ali Zardari, oggetto di voci e in parte opinioni pubbliche come “Mister 10%” per le tangenti che avrebbe preteso dagli uomini d’affari (opinione che non si è mai scrollato di dosso nemmeno dopo l’assoluzione dall’accusa di riciclaggio da parte del Tribunale Svizzero) – che condussero a una seconda destituzione nel 1996. Dopo questa data e fino alla modifica della Costituzione da parte di Pervez Musharraf (2002) non poté ricandidarsi, essendo esclusa per legge la possibilità di un terzo mandato.
Rientro in Pakistan.

Trascorsi così otto anni in esilio volontario tra Dubai e Londra, il suo ritorno in patria per prepararsi alle elezioni nazionali del 2008 fu funestato il 18 ottobre 2007 da un attentato che causò 138 vittime e almeno 600 feriti[1]. Le esplosioni ebbero luogo a Karachi durante un corteo di sostenitori che accoglieva l’entrata dell’ex Primo Ministro nella città, subito dopo il suo arrivo all’aeroporto. Benazir Bhutto, su un camion blindato dal quale salutava i cittadini e sostenitori, rimase illesa.

Gran parte delle vittime presenti tra la folla erano membri del Partito Popolare Pakistano. Il giorno seguente l’ex Premier accusò il governo del presidente Pervez Musharraf di non aver preso provvedimenti preventivi affinché la strage, della quale era stato dato l’allarme da parte dei servizi segreti prima delle esplosioni, fosse scongiurata. Anche in mancanza di rivendicazioni da parte dei reali mandanti degli attacchi suicidi Benazir Bhutto dichiarò di essere certa che questi fossero avvenuti per mano di un gruppo di matrice talebana e sicuramente anche di un gruppo di seguaci dell’ex dittatore Muhammad Zia-ul-Haq, autore del golpe contro il governo del padre Zulfiqar Ali Bhutto. All’indomani della strage di Karachi, nel clima di tensione instauratosi, anche a causa delle operazioni militari fatte scattare dal governo nei confronti delle roccaforti talebane nel nord del paese[3], la Bhutto fu costretta agli arresti domiciliari che furono revocati solo grazie alle pressioni statunitensi.

Il 2 novembre 2007, venne trasmessa da un programma di approfondimento di Al Jazeera English, un’intervista rilasciata da Benazir Bhutto a Sir David Frost, uno dei più famosi giornalisti della BBC con quarant’anni di esperienza nell’intervistare personalità di primo piano. Dopo soli sei minuti di conversazione il giornalista domandò ragguagli circa la lettera che Benazir Bhutto – prima di ritornare in Pakistan – aveva inviata al presidente Pervez Musharraf. Nella risposta, pochi giorni dopo essere scampata al sanguinoso attentato del 18 ottobre, Benazir Bhutto elencò i nemici indicati al presidente, e tra questi citò un ufficiale dei servizi segreti pakistani che, disse, aveva avuto rapporti con Omar Sheikh, ossia colui che – disse la Bhutto – “ha assassinato Osama bin Laden”. Frost non sembrò cogliere la sensazionale rivelazione circa l’avvenuto omicidio di bin Laden e proseguì l’intervista lasciando cadere la questione. La BBC ritenne che si fosse trattato di un lapsus, tanto più che nei giorni seguenti la Bhutto rilasciò interviste parlando di Bin Laden come ancora vivo.

La Bhutto trovò la morte il 27 dicembre 2007 in un nuovo attacco suicida avvenuto al termine di un suo comizio a Rawalpindi, a circa 30 km dalla capitale Islamabad[9]. Nell’attentato morirono almeno 20 persone e altre 30 rimasero ferite. Gli attentatori, dopo aver sparato diversi colpi d’arma da fuoco contro la Bhutto, fecero esplodere una carica, forse da un attentatore suicida, vicino all’ingresso principale del luogo dove si erano radunate migliaia di persone per assistere al comizio. Trasportata immediatamente in ospedale, la leader pakistana dell’opposizione morì poco dopo a causa della gravità delle ferite riportate, in parte dovute anche al violento spostamento d’aria causato dall’esplosione. Il presidente pakistano Pervez Musharraf condannò l’attentato compiuto a sua detta da “terroristi islamici”[10], voce che fu confermata da Mustafa Abu al-Yazid, capo delle operazioni dell’organizzazione terroristica al-Qa’ida in Afghanistan, uno dei fedelissimi del numero due di al-Qa’ida, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, che avrebbe ordinato personalmente l’assassinio.

Tuttavia il marito della Bhutto, Asif Ali Zardari, accusò il governo di Musharraf quale responsabile dell’attentato[11]. A questo proposito occorre ricordare il ruolo del potente servizio segreto pakistano, l’ISI (Inter-Services Intelligence), sostenitore dei talebani sin dai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979, sotto la direzione di Akhtar Abdur Rahman quando al governo vi era il dittatore Zia-ul-Haq, e mai epurato dagli elementi fondamentalisti da Musharraf, se non con cambiamenti di facciata ai vertici dello stesso.

Altri commentatori, invece, osservano come l’attentato fosse avvenuto all’indomani della stretta intesa raggiunta tra lo stesso Musharraf e il presidente afgano Hamid Karzai[12], che avrebbe dovuto incontrare anche la Bhutto per una strategia più stringente nella lotta ai Talebani che controllano di fatto il confine tra i due paesi. Un’intesa favorita attivamente dagli USA.

Al-Qa’ida tuttavia negò ogni addebito con la smentita del leader talebano Baitullah Mehsud il quale escluse ogni coinvolgimento nella vicenda[13]. Dello stesso Mehsud fu intercettata una telefonata nella quale avrebbe parlato con gli uomini che hanno organizzato l’attentato.

Trascorsi almeno tre giorni dalla morte, come vuole la tradizione, fu aperto il testamento dove tra l’altro veniva nominato il figlio primogenito, allora diciannovenne, Bilawal Bhutto Zardari a capo del Partito[15]. Di fatto però fu il vedovo Asif Ali Zerdari, formalmente co-presidente, a guidarlo, mentre il braccio destro di Benazir, Makhdoom Amin Fahim fu candidato a primo ministro, stante l’impossibilità di poter eleggere a tale carica, secondo la legge pakistana, una persona con meno di 25 anni.

Helen Frankenthaler was at the forefront

of American artists for decades


Helen Frankenthaler, an abstract expressionist painter known for pouring pigments directly onto the canvas, died Tuesday at her home in Darien, Connecticut. She was 83.

In announcing her death with “profound sadness,” Frankenthaler’s family said she died after a long illness, but declined to provide further details.

Frankenthaler, whose career spanned six decades, was an eminent painter among the second generation of postwar abstract American artists who played a key role in the transition from abstract expressionism to Color Field painting.

Artists like Mark Rothko and Clifford Still later became known as the foremost Color Field painters.

Frankenthaler was inspired by Jackson Pollock and Willem de Kooning, and later influenced such colorists as Kenneth Noland and Morris Louis.

Key to the development of the Color Field movement was the “soak stain” technique Frankenthaler first expressed in “Mountains and Sea” (1952), whose color washes and unfinished look struck a balance between painting and drawing similar to watercolors.

One of her best known works, it is currently on loan at the National Gallery of Art in Washington.

Born in New York City on December 12, 1928, to New York State Supreme Court judge Alfred Frankenthaler and German immigrant Martha Lowenstein, Frankenthaler’s talent was recognized early on by renowned art critic Clement Greenberg, who helped propel her career.

She was the recipient of 26 honorary doctorates and numerous honors and awards, receiving the National Medal of the Arts in 2001.

Although she is best known as a painter, Frankenthaler also made notable forays in lithographs, etchings and screen prints, making a significant mark on printmaking. She even dabbled briefly into sculpture, though with far less success.

In 1958, Frankenthaler married Robert Motherwell, a preeminent figure among the first generation of postwar American abstract expressionists. Known as “the golden couple” for the lavish parties they threw in New York, the pair divorced in 1971.

Frankenthaler is survived by her husband Stephen DuBrul, an investment banker she married in 1994, as well as two stepdaughters – Jeannie and Lise Motherwell – and nieces and nephews. Her older sisters, Gloria Ross Bookman and Marjorie Iseman, died before the artist.


http://english.alarabiya.net/articles/2011/12/28/184896.html

” Virginity tests on girls in military prisons be stopped”

Egyptian court rules against virginity tests

An Egyptian court has ordered a halt to forced virginity tests on female detainees in military prisons.
The case, which was decided on Tuesday, was filed by Samira Ibrahim, a woman who said the army forced her to undergo a virginity test in March after she was arrested during a protest in central Cairo’s Tahrir Square.
Human-rights organisations say that there have been many other such tests by the military.
“The court orders that the execution of the procedure of virginity tests on girls inside military prisons be stopped,”
Judge Aly Fekry, head of the Cairo Administrative court, said.
Al Jazeera’s Jamal Elshayyal, reporting from Cairo, said the verdict was cheered by hundreds of who had gathered inside the courtroom to hear the ruling read out.
“Today’s verdict to ban any form of virginity test [in military prisons] will be seen by many as vindication for their criticism of the military over the past few months,” our correspondent said.
“This is something that will draw more criticism to the Supreme Council of Armed Forces – not so much the military itself, but its leadership.”
Army’s defence

Hossam Bahgat, the director of the Egyptian Initiative for Personal Rights who acted for Ibrahim, welcomed the ruling as “good news”.
He said much work was still needed, however, to ensure the criminal accountability of those who ordered and conducted the tests.
A top army official had justified the examinations, saying there were necessary to head off possible charges of rape.
Responding to the verdict, the head of military intelligence, Adel Mursi, said the ruling was “inapplicable” because there are no instructions to conduct these tests.
“There are absolutely no orders to conduct virginity tests. If someone conducts a virginity test, then it is an individual act and that person will be subject to a criminal investigation,” Mursi said.
On January 3, one soldier is to face court martial in the case of the so-called virginity tests, charged with “public indecency and not following orders”.
“The way the case is presented gives the impression that it was one rogue soldier acting alone,” Bahgat told the AFP news agency. 

”For this, he could get away with just a fine.  We are working very hard to have the charge changed to one of sexual 
assault. We will fight to have a proper investigation carried out,” Bahgat said.
Lasting impact

In an emotional testimony posted on YouTube, Ibrahim, 25, recounted how she and other women were beaten, electrocuted and accused of being prostitutes.
She said the “virginity test” was conducted by a soldier in army fatigues in front of dozens of people.
“When I came out, I was destroyed physically, mentally and emotionally,” she said.
On March 9, army officers violently cleared Cairo’s Tahrir Square and held at least 18 women in detention.
Women said they were beaten, given electric shocks, subjected to strip searches while being photographed by male soldiers, then forced to submit to “virginity tests” and threatened with prostitution charges.
In May, an army general, speaking to CNN television on condition of anonymity, defended the practice.
“We didn’t want them to say we had sexually assaulted or raped them, so we wanted to prove that they weren’t virgins in the first place,” he said.

 

http://www.aljazeera.com/news/africa/2011/12/20111227132624606116.html

http://edition.cnn.com/2011/12/27/world/meast/egypt-virginity-tests/index.html

in diecimila in piazza: «Umiliate dai militari»

«…  il potere in mano ai civili»

 

– IL CAIRO – «Denuncerò i militari qualora dovessero davvero arrivare ad accusarmi di aver pagato con soldi e droga gli attivisti che sono in strada a manifestare contro di loro» dichiara Ayman Nour, l’uomo che nel 2005 pagò con il carcere la decisione di sfidare il deposto presidente Mubarak alle elezioni e che ieri è stato chiamato in causa da un generale che, rimanendo nell’anonimato, ha detto che dietro l’escalation di violenza di questi giorni si nascondono forze politiche che vogliono destabilizzare il Paese.

«I militari sono degli eroi» ha ribattuto il generale Emara, l’uomo che lunedì aveva detto che i manifestanti dovevano finire nei forni crematori usati da Hitler. «La storia perdonerà chi fa del male al Paese. I media conducono una campagna contro di noi, ma non ci sono prove della nostra violenza. Abbiamo usato il massimo della moderazione», aggiunge Emara proprio pochi minuti prima che giunga la notizia della morte di altri tre manifestanti, e del grave ferimento di un altro attivista, rimasto in coma. Sale così a tredici vittime e a circa cinquecento feriti il bilancio delle vittime degli scontri scoppiati all’alba di venerdì scorso.

Per difendersi da quanti li accusano di usare una forza smisurata sui civili, i militari sono passati anche alla lotta politica attaccando i nomi più noti e importanti della rivoluzione. Dopo l’uccisione a colpi d’arma da fuoco dello sheykh Emad Effat, il religioso a capo della commissione della fatwa che aveva invitato i fedeli a non votare per membri del vecchio regime, ieri il nuovo bersaglio dei militari è stato Mohammed Hashem, lo storico fondatore della casa editrice Dar Merit di cui è stato ordinato l’arresto. Hashem, editore che ha pubblicato tutta la letteratura egiziana che il vecchio regime censurava, è stato accusato di aver aiutato i manifestanti procurando loro elmetti e maschere anti-gas e aprendo le porte del suo ufficio per prestare loro soccorso.

«Per risolvere la questione bisogna passare al più presto il potere in mano ai civili», dice Abul Ela Mady, leader del partito Wasat, centro, che si è ieri dimesso dal Consiglio provvisorio formato dai militari, chiedendo di anticipare le presidenziali previste per febbraio per terminare il periodo di transizione gestito dall’esercito. A fargli eco è stata una pagina Facebook nata per proporre il 25 gennaio, anniversario dello scoppio della rivolta, come data delle presidenziali. A mostrarsi preoccupata per l’escalation di violenza è stata anche Catherine Ashton, responsabile della politica estera dell’Unione europea che ha invitato le parti coinvolte negli scontri a cercare di raggiungere un compromesso. «La legge e l’ordine devono essere raggiunti nel rispetto dei diritti umani e le forze di sicurezza devo garantire ai cittadini il diritto di manifestare pacificamente», ha detto Ashton.

Protagoniste delle strade del Cairo sono state ieri diecimila donne che si erano organizzate sui social network per creare un cordone tutto al femminile che, raggiungendo piazza Tahrir, si mettesse tra manifestanti ed esercito per fermare gli scontri. Quante sono scese in strada, più o meno senza velo, hanno denunciato le violenze dei soldati nei loro confronti. «Dovrebbero tagliarti la mano» continuavano a urlare mostrando un fumetto con una donna il cui volto sta per essere raggiunto dalla mano di un militare.

«I militari non hanno alcun rispetto di noi. Quelle che subiamo sono umiliazioni continue e violenze quotidiane», scrive Fatima che si fa fotografare mentre mostra ai militari la foto della Blu bra woman, la donna dal reggiseno blu, pestata sabato dai militari in piazza Tahrir, la cui immagine ha fatto il giro del mondo.

 

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=174078#

islamabad
Pakistan, in nove mesi
uccise oltre 670 donne

 

Nei primi nove mesi del 2011 sono state 675 le donne vittime di “delitti d’onore”. Uccise per “relazioni vietate” o matrimoni non graditi. Prima di morire molte sono state stuprate. Nel 2010 le vittime erano state 791.


http://city.corriere.it/2011/12/21/milano/fatti-mondo/pakistan-nove-mesi-uccise-oltre-670-donne-40198359651.shtml

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