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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

Anna Politkovslaja prima di venire assassinata dalla mafia di stato russa

di Rubina Möhring (traduzione italiana inedita di Riccardo Novello)

 

Il perché della guerra – Reporter in tempo di guerra. Akademietheater, Vienna 11.12.2005

 

Quella che pubblichiamo è un intervista inedita in Italia, ove la coraggiosa reporter, assassinata qualche mese dopo, parlando delle sistematiche violazioni dei diritti umani nel suo Paese, delle continue minacce di morte e dei paricoli che corrono i giornalisti indipendenti, preannuncia la sua esecuzione da parte della mafia di Stato russa vicina al Cremlino (n.d.r.).


Anna Politkovskaya

Rubina Möhring: Anna, nel contributo che abbiamo appena citato, tratto dal Suo libro, Lei ha descritto quale disegno persegue la politica nei confronti dei mass-media in Russia, sia nel periodo successivo a Beslan sia dopo l’attacco al teatro di varietà „Nordost” nel 2002. In quale misura questa politica di propaganda unilaterale, questo metodo di propaganda raggiunge in realtà il suo obiettivo, ovvero la popolazione? Sappiamo bene dalle notizie che ci giungono anche da altri stati, anche dall’Occidente, che se l’informazione è troppo unilaterale, allora si finisce per non credere affatto alle informazioni stesse.

 

Anna Politkovskaja: Lei chiede dunque come stavano le cose e se lo scopo di questa politica – la popolazione – adesso in realtà sia stato raggiunto. La popolazione crede ancora a qualcosa? Da noi è ancora così: ovvero noi viviamo con un certo passato – cioè con la politica dell’informazione tipica dell’era sovietica – e adesso ci dobbiamo di nuovo confrontare con una simile politica dell’informazione. Questo vuol dire che naturalmente la gente non crede più a quanto viene detto nei mass-media ufficiali. Io credo che la la tragedia di Beslan ha assunto proporzioni tali, ovvero che in quella situazione per forza di cose è dovuta perire una tale quantità di esseri umani perché fin dall’inizio era chiaro che la gente non crede al potere. Quindi la gente non ha creduto a quel che è stato comunicato ufficialmente, e tutti i parenti e le persone che sono arrivate all’ingresso della scuola, erano convinte fin dall’inizio che chi deteneva il potere non volesse raggiungere niente di buono, che ci fosse l’intenzione di raggiungere qualcosa di malvagio, e allora si sono immischiati loro stesse, e alcuni tentativi sono stati fatti naturalmente in modo assolutamente non professionale, e per questo motivo il tutto poi ha continuato a suscitare ancora scalpore e ad essere un argomento scottante.

Rubina Möhring: Qual è l’ampiezza del Suo raggio informativo, ovvero quante persone, o quanti gruppi riesce a raggiungere, e qual è la consistenza di questi ragggruppamenti di persone ?

 

Anna Politkovskaja: Per quanto riguarda questa domanda, quale sia il numero esatto delle persone che le nostre informazioni adesso riescono a raggiungere, e quanta gente legga i miei articoli, a questo non posso rispondere con esattezza, è così già da due anni … Naturalmente il nostro giornale ha una certa tiratura. Ma è proibito portare in nostro giornale in alcune regioni, ad esempio nel Caucaso settentrionale. Dappertutto nel Caucaso il nostro giornale non può essere distribuito, e le persone si arrangiano in qualche modo, semplicemente fotocopiando il giornale. Cioè, le cose stanno così, nell’era sovietica c’era degli strumenti come ad esempio il samisdat, ovvero, una sorta di letteratura clandestina che passava di mano in mano, e per questo non sono in grado di dirLe quante persone adesso leggano davvero i miei articoli.

Rubina Möhring: Lei stessa però non è riuscita affatto ad andare a Beslan. Ha subito un avvelenamento o ha sofferto delle conseguenze di un tentativo di avvelenamento ed è dovuto ritornare a Mosca. Già dal periodo in cui ha scritto i Suoi reportage dalla Cecenia, o forse anche prima, Lei è tra i giornalisti che si trovano sulla lista nera del Cremlino. Eppure Lei vive a Mosca. Come riesce a continuare a svolgere la Sua professione?

Anna Politkovskaja: Naturalmente non sono sola. Ho degli informatori, ho delle personeche mi riferiscono quel che accade sul posto. E io mi sento responsabile per queste persone. Talvolta è mortale essere un mio informatore, un reporter, uno che mi riferisce delle informazioni. E io non lo dico così, per leggerezza, vorrei citarLe un esempio concreto: circa tre settimane fa ho scritto un articolo sulla corruzione dei funzionari ceceni favorevoli a Mosca, e subito il governo ha sporto denuncia, e quindi il mio giornale e io personalmente siamo stati denunciati. E oggi sono venuta a sapere che la persona che doveva comparire a mio favore in tribunale e doveva testimoniare, è morta. Quindi, ancora una volta, le persone pagano veramente con la vita e questo succede ogni due, tre mesi, che qualcuno scompare, qualcuno che dice quel che pensa. Si può davvero dire che le persone pagano con la vita per il fatto che dicono ad alta voce quel che pensano …

Rubina Möhring: Il rivolgimento politico in Russia, quindi la fine dell’Unione Sovietica, non risale in effetti a molto tempo fa, adesso sono trascorsi appena quindici anni. E noi sappiamo dalla storia che per ottenere dei veri cambiamenti nella società, se questi cambiamenti devono riuscire ad essere incisivi, ci vuole molto, molto tempo, sappiamo che la trasformazione non si può concludere nell’arco di quindici anni. Qual è, in realtà, la forza che hanno raggiunto nel frattempo i circoli democratici in Russia? Sono concentrati nelle città, o esistono inoltre piccoli punti sparsi nel Paese, che, come Lei dice, si estente per un settimo della superficie terrestre?

 

Anna Politkovskaja: Quel che Lei dice è vero, cioè che i circoli democratici sono concentrati effettivamente in misura notevole nelle città, e quindi questi circoli progressisti, gli intellettuali, si trovano principalmente nelle città. Il nostro Paese è costituito però in gran parte da un territorio di natura rurale. Questo costituisce naturalmente un ben preciso problema. I partiti democratici oggi non sono affatto popolari, e io direi che il popolo non ne ha colpa. Perché i partiti democratici hanno seguito una linea di condotta che in una certa misura si potrebbe definire relativamente presuntuosa, nel senso che non ha più parlato con il popolo, ma solo con il Cremlino, in realtà. E a pagarne le conseguenze è oggi il popolo.

Rubina Möhring: Lei è diventata famosa al di fuori della Russia soprattutto con i Suoi libri e con i suoi reportage sulla guerra civile in Cecenia, in realtà dura ancora oggi, e non se ne vede una fine possibile, là dove la nuda violenza si confronta con la nuda violenza. Nella versione ufficiale, l’intervento dell’esercito continua a essere definito come „lotta al terrore”. Ci si piò attendere una qualche conclusione prevedibile del conflitto, o meglio: come si può realizzare ancora una soluzione che ponga fine al conflitto?

 

Anna Politkovskaja: Purtroppo a questo riguardo non so dirLe proprio niente, ovvero non credo che si possa prevedere una qualche fine del conflitto e qui, adesso, non vorrei neanche… qui non posso recitare il ruolo dell’ottimista. Non viene intrapreso alcun passo in questa direzione, da parte del potere ufficiale per contribuire in qualche modo alla fine del conflitto, e non c’è alcun segnale di dialogo, né da una parte né dall‘altra. Dopo l’8 marzo 2005, ovvero dopo la morte di Maschadov, dopo che Maschadov è stato ucciso, il paese si è fortemente frantumato, e si ripiegato sempre di più su se stesso e detto sinceramente … non Le posso dare alcuna speranza, non vedo in quale modo si possa intravedere una fine del conflitto.

Rubina Möhring: Quali passi – questa è naturalmente una domanda ipotetica – quali passi potrebbero tuttavia essere intrepresi da entrambe le parti coinvolte, se ci fosse una disponibilità in tal senso?

 

Anna Politkovskaja: Dunque la parte cecena parla adesso solo di ritiro completo delle truppe, una ipotesi a cui il Cremlino è naturalmente contrario, in maniera categorica. E il problema consiste nel fatto che questi sei anni di guerra adessso hanno provocato una guerra civile assoluta all’interno di questa popolazione cecena, che è relativamente piccola, ovvero, ci sono già molti ceceni che combattono contro altri ceceni. E se adesso si optasse davvero per la soluzione del ritiro delle truppe, allora dovrebbe ritirarsi anche la metà della popolazione, o almeno questa gente dovrebbe andar via da lì, perché la guerra continua a inghiottire sempre più persone nel suo gorgo.

Se una guerra dura solo tre mesi, allora è solo una componente ben delimitata della popolazione ad essere colpita, se invece una guerra, come sta avvenendo qui, dura sei anni, allora sono tutti coinvolti, al punto che in realtà dovrebbe ritirarsi anche quella metà della popolazione che si è arrangiata a convivere con chi detiene il potere.

Rubina Möhring: Ufficialmente il governo conduce questa guerra con il pretesto della „lotta al terrore”. In molti stati occidentali è in questo momento di grande attualità il dibattito relativo alla lotta al terrore, o almeno dei metodi per porvi rimedio rispettando o meno il diritto internazionale. Il tedesco Uwe Wesel, storico del diritto, in questi giorni ha detto in televisione – sul canale 3sat, credo ospite del magazine „Kulturzeit” – che la lotta al terrore non può avvenire a spese del sostrato culturale di ogni Paese. Quanto è forte questo sostrato, questo sostrato democratico in Russia, in generale?

 

Anna Politkovskaja: De facto su questo tema oggi non c’è più alcun tipo di discussione. Siamo abituati al fatto che tutti i possibili diritti umani non siano più rispettati, sotto la definizione di lotta al terrore, al punto che questo non sorprende più nessuno, ma l’esperienza di questa guerra che da sei anni è in atto in Cecenia mostra che in realtà questa lotta non ha alcuna conseguenza e alcun effetto: perché oggi ci sono in Cecenia più gruppi di banditi armati di quanto non fossero attivi prima della guerra. Chi sono adesso questi banditi e dove si trovino, in realtà è indifferente, ma una delle peggiori conseguenze di questo persistente ignorare i diritti umani sotto l’etichetta di è il fatto che il razzismo diviene sempre più forte.

Traduzione italiana curata da Riccardo Novello

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