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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)

DOSSIER ANNA: UN OMICIDIO DI STATO


Da anni, dopo essere stata avvelenata, denunciava di essere minacciata per le sue battaglie di verità e giustizia.

 

Anna Politkovskaya

Nell’Anniversario del suo vile assassinio, da parte della mafia di Stato russa, avvenuto a Mosca, il 7 ottobre 2006, desideriamo rendere onore alla valorosa collega Anna Politkovskaya, giornalista famosa in tutto il mondo per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia e le brutalità compiute dalle truppe federali. Anna è stata freddata dai killer del potere nell’ascensore della sua abitazione moscovita con un colpo secco alla testa e i vili mandanti, come gli esecutori materiali, sono rimasti ovviamente “ignoti” alla magistratura asservita al Cremlino, nonostante la polizia russa abbia rinvenuto l’arma dell’esecuzione politico-mafiosa e sequestrato il computer della Politkovskaja con tutto il materiale che la coraggiosa giornalista stava per pubblicare, tramite l’editore della Novaya Gazeta, Dmitry Muratov, proprio il giorno in cui è stata uccisa. Un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramsan Kadyrov. Muratov aggiunge che risultano sparite anche due foto. Gli appunti non ancora sequestrati vengono pubblicati il 9 ottobre stesso, sulla Novaya Gazeta.


Anna aveva 48 anni e due figli. Scriveva per il quotidiano dell’opposizione Novaya Gazeta. Nel settembre del 2004, mentre si apprestava a recarsi a Beslan per seguire il sequestro e il massacro degli ostaggi nella scuola numero 1 del capoluogo dell’Ossezia del Nord, era rimasta vittima di un misterioso avvelenamento da lei attribuito ai servizi segreti russi. Alle vicende del conflitto ceceno si era appassionata alla fine degli anni ’90, e non solo come cronista: nel dicembre del 1999 fu lei a organizzare, sotto una pioggia di bombe, l’evacuazione dell’ ospizio di Grozny, mettendo in salvo 89 anziani.


Dimitri Muratov, direttore del quotidiano Novaia Gazeta, ha dichiarato che l’omicidio “sembra essere una punizione per i suoi articoli“. Politkovskaia aveva fra l’altro lavorato a una rigorosa inchiesta sulla corruzione in seno al ministero della Difesa e del contingente russo in Cecenia. Nella sua lunga attività di paladina dei diritti umani nella piccola repubblica caucasica, si era fatta molti nemici, sia fra le forze russe che fra i guerriglieri.


Senza mai farsi intimorire, la Politkovskaya in passato era stata arrestata e anche più volte minacciata per la sua opposizione al governo e per le sue denunce di violazioni dei diritti umani. Nell’ottobre del 2002, durante l’assalto al teatro Dubrovka di Mosca da parte di un commando di una cinquantina di terroristi ceceni aveva tentato di fare da mediatrice, ma poi l’irruzione delle forze speciali russe aveva vanificato i suoi sforzi.


Intervistata spesso anche dagli organi di stampa italiani in qualità di preziosa fonte indipendente sulle vicende dell’ex repubblica sovietica, nel 2004 Anna Politkovskaya era stata insignita con il premio intitolato all’ex premier svedese Olaf Palme in quanto “simbolo della lunga battaglia per i diritti umani in Russia“. Nel suo paese aveva vinto il “Penna d’oro”, l’equivalente del Pulitzer.

 

Tra i tanti messaggi di dolore per la morte di Anna Politkovskaya anche quella dell’ex presidente dell’Urss Mikhail Gorbaciov che ha definito l’omicidio “un crimine grave contro il Paese, un crimine contro tutti noi, è un colpo all’intera stampa democratica e indipendente”.

Con l’omicidio della cronista russa sale a 56 il numero dei giornalisti uccisi nel mondo nel 2006, secondo i dati diffusi dall’organizzazione Reporters sans frontieres.

 

IL PERCHÉ DI UNO SPECIALE SU ANNA

Perché riteniamo che la vera informazione non possa prescindere dalla lotta per il rispetto dei diritti umani,

perché la lotta al terrore non diventi una comoda etichetta per giustificare le torture,

perché giunga il tempo della legge in quelle parti del mondo dove oggi il piombo sostituisce la risoluzione dei conflitti,

perché quegli oppressi che lei “riabilitava”alla storia con le sue denunce non entrino nell’oblio,

perché la sua sete di verità non si esaurisca con la sua morte,

perché l’eco di quello che ha scoperto giunga nei palazzi della politica internazionale,

perché è stata lasciata sola e non potevamo permettercelo.



“Il paradosso di dire quello che altri fanno finta di non vedere ed essere per questo relegata ai margini dell’establishment giornalistico nel suo Paese, la consapevolezza di rischiare la vita e andare avanti, comunque, incorruttibile”.


 

IL MIO LAVORO AD OGNI COSTO

di Anna Politkovskaja

Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.

Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto.

È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci: erano queste le condizioni in cui lavoravo durante la seconda guerra in Cecenia, scoppiata nel 1999. Mi nascondevo dai soldati federali russi, ma grazie ad alcuni intermediari di fiducia riuscivo comunque a stabilire dei contatti segreti con le singole persone. In questo modo proteggevo i miei informatori.

Dopo l’inizio del piano di “cecenizzazione” di Putin (ingaggiare i ceceni “buoni” e fedeli al Cremlino per uccidere i ceceni “cattivi” ostili a Mosca), ho usato la stessa tecnica per entrare in contatto con i funzionari ceceni “buoni”. Molti di loro li conoscevo da tempo dato che, prima di diventare “buoni”, mi avevano ospitato a casa loro nei mesi più duri della guerra.

Ormai possiamo incontrarci solo in segreto perché sono considerata una nemica impossibile da “rieducare”. Non sto scherzando. Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell’amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri invece sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, dev’essere “ripulita” da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me.

 

L’imboscata
Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola piazza centrale di Kurchaloj, un villaggio ceceno grigio e polveroso. Portavo una sciarpa arrotolata sulla testa come fanno molte donne locali della mia età. La sciarpa non copriva completamente il capo ma non lo lasciava neanche scoperto. Era fondamentale non essere identificata, altrimenti mi sarebbe potuto succedere di tutto. Su un lato della piazza, appesa al gasdotto che attraversa Kurchaloj, c’era una tuta da uomo intrisa di sangue. La testa, invece, non c’era più. L’avevano portata via.

Nella notte tra il 27 e il 28 luglio due guerriglieri ceceni sono caduti in un’imboscata tesa alla periferia di Kurchaloj da alcuni uomini fedeli all’alleato del Cremlino, Ramzan Kadyrov, il primo ministro ceceno. Adam Badaev è stato catturato mentre Hoj-Ahmed Dushaev, originario di Kurchaloj, è stato ucciso. Verso l’alba una ventina di Zhiguli piene di uomini armati hanno raggiunto il centro del villaggio dove si trova il commissariato di polizia. Portavano la testa di Dushaev. Due uomini l’hanno fissata al gasdotto al centro del villaggio e sotto hanno appeso i pantaloni macchiati di sangue. Poi hanno trascorso le due ore successive a fotografare la testa con i cellulari.

La testa mozzata è rimasta esposta per ventiquattr’ore. Alla fine gli uomini della milizia l’hanno portata via, lasciando i pantaloni appesi alla tubatura. Gli agenti dell’ufficio del procuratore generale intanto stavano esaminando la scena dell’imboscata. Gli abitanti del paese assicurano di aver sentito uno degli agenti chiedere a un subordinato: “Hanno finito di ricucire la testa?”. Il corpo di Dushaev, con la testa ricucita al collo, è stato riportato sul luogo dell’imboscata, e l’ufficio del procuratore generale ha avviato l’indagine seguendo le normali procedure investigative. Ho scritto un articolo per raccontare l’episodio, senza fare commenti ma fornendo una ricostruzione dei fatti. Sono tornata in Cecenia proprio quando in edicola usciva il giornale con il mio articolo.

In piazza le donne hanno cercato di nascondermi. Erano sicure che gli uomini di Kadyrov mi avrebbero sparato se avessero saputo che ero lì. Tutte mi hanno ricordato che il premier aveva giurato pubblicamente di uccidermi. Era successo durante una riunione dell’esecutivo: Kadyrov aveva dichiarato di averne abbastanza e aveva aggiunto che Anna Politkovskaja era una donna spacciata. Me lo hanno raccontato alcuni membri del governo. Perché tanto odio? Forse non gli piacevano i miei articoli? “Chi non è dei nostri è un nemico”. Lo ha detto Surkov, il principale sostenitore di Kadyrov nell’entourage di Putin.

“È talmente stupida che non conosce neanche il valore dei soldi. Le ho offerto del denaro ma non lo ha accettato”, ha detto Kadyrov a un mio vecchio conoscente, un ufficiale delle forze speciali della milizia. È “uno dei nostri”, e se ci avessero sorpresi a parlare di certo avrebbe passato dei guai. Al momento di salutarci, fuori era buio. L’ufficiale mi ha pregato di non uscire, perché aveva paura che mi uccidessero. “Non andare. Ramzan è molto arrabbiato con te”. Sono uscita lo stesso. Quella notte a Grozny avrei dovuto incontrare una persona di nascosto.

Si è offerto di farmi accompagnare con un’auto della milizia, ma l’idea mi sembrava ancora più rischiosa: sarei diventata un bersaglio per i guerriglieri. “Ma almeno nella casa dove stai andando sono armati?”, mi ha chiesto con aria preoccupata. Durante tutta la guerra sono stata tra due fuochi. Quando qualcuno minaccia di ucciderti i suoi nemici ti proteggono. Ma domani la minaccia verrà da qualcun altro. Perché mi dilungo su questa storia? Solo per spiegare che in Cecenia le persone sono preoccupate per me, e questo fatto mi commuove profondamente. Temono per la mia vita più di me.

Perché Kadyrov vuole uccidermi? Una volta l’ho intervistato e ho pubblicato le sue risposte senza cambiare una virgola, rispettando tutta la loro incredibile stupidità e ignoranza. Kadyrov era convinto che avrei riscritto completamente l’intervista, per farlo apparire più intelligente. In fondo oggi la maggior parte dei giornalisti, quelli che fanno parte “dei nostri”, si comporta così.

Basta questo per attirarsi una minaccia di morte? La risposta è semplice come la visione del mondo incoraggiata dal presidente russo Vladimir Putin. “Dobbiamo essere spietati con i nemici del reich”. “Chi non è con noi è contro di noi”. “Gli oppositori devono essere eliminati”.

“Perché ti sei fissata sulla storia della testa tagliata?”, mi ha chiesto a Mosca Vasilij Panchenkov, che dirige l’ufficio stampa delle truppe del ministero degli interni, pur essendo una persona per bene. “Non hai altro a cui pensare?”. Mi sono rivolta a lui per avere un commento su Kurchaloj per la Novaja Gazeta. “Lascia perdere, fai finta che non sia successo niente. Lo dico per il tuo bene!”.

Ma come posso dimenticare? Detesto la linea del Cremlino elaborata da Surkov, che divide le persone tra chi “è dalla nostra parte” e chi “non lo è” o addirittura “è dall’altra parte”. Se un giornalista è “dalla nostra parte” otterrà premi e rispetto, e forse gli proporranno perfino di diventare un deputato della duma, il parlamento russo. Ma se “non è dalla nostra parte”, sarà considerato un sostenitore delle democrazie europee e dei loro valori, diventando automaticamente un reietto. Questo è il destino di chiunque si opponga alla nostra “democrazia sovrana”, alla “tradizionale democrazia russa”.

 

Riferire i fatti

Non sono un vero animale politico. Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista, almeno in Russia. E non ho mai sentito la necessità di difendere la duma, anche se ci sono stati anni in cui mi hanno chiesto di farlo. Quale crimine ho commesso per essere bollata come “una contro di noi”? Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato.

Pubblico pochi commenti, perché mi ricordano le opinioni imposte nella mia infanzia sovietica. Penso che i lettori sappiano interpretare da soli quello che leggono. Per questo scrivo soprattutto reportage, anche se a volte, lo ammetto, aggiungo qualche parere personale. Non sono un magistrato inquirente, sono solo una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo. I servizi trasmessi in tv e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali sono quasi tutti di stampo ideologico. I cittadini sanno poco o niente di quello che accade in altre zone del paese e a volte perfino nella loro regione.

Il Cremlino ha reagito cercando di bloccare il mio lavoro: i suoi ideologi credono che sia il modo migliore per annullare l’effetto di quello che scrivo. Ma impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un’impresa impossibile. La mia vita è difficile, certo, ma è soprattutto umiliante. A 47 anni non ho più l’età per scontrarmi con l’ostilità e avere il marchio di reietta stampato sulla fronte. Non parlerò delle altre gioie del mio lavoro – l’avvelenamento, gli arresti, le minacce di morte telefoniche e online, le convocazioni settimanali nell’ufficio del procuratore generale per firmare delle dichiarazioni su quasi tutti i miei articoli. La prima domanda che mi rivolgono è sempre la stessa: “Come e dove ha ottenuto queste informazioni?”.

Naturalmente gli articoli che mi presentano come la pazza di Mosca non mi fanno piacere. Vivere così è orribile. Vorrei un po’ più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L’unico posto dove possono raccontarle è la Novaja Gazeta.

Da Another sky, Antologia curata dall’associazione English Pen (www.englishpen.org). Profile Books, Aprile 2007.



“Anna amava moltissimo il suo Paese, per questo non poteva stare zitta. C’era chi non voleva sentirla, chi aveva paura di ascoltarla, chi non era in grado di reggere la pesantezza delle sue denunce. Ma per tanti costituiva un esempio di impegno e coraggio” (Un ritratto attraverso gli occhi di chi ha potuto conoscerla apprezzare sul campo il suo lavoro).


 

UNA VOCE SCOMODA, SILENZI COMODI

di Maddalena Parolin

Non c’è nessuno in Russia in grado di sostituire il coraggio, l’esperienza, le capacità di Anna Politkovskaya. “Uccisa l’ultima voce libera”, hanno commentato molti. “Morta l’ultima espressione della libertà di stampa”. Ed ora gli attivisti per i diritti umani e tutti coloro che in vario modo cercano di approfondire l’intricata realtà della Russia sempre meno libera, e la sua politica nel Caucaso, si sentono colpiti duramente e privati di una voce diventata ormai un punto fermo, con la responsabilità di reagire e il timore per un avvenire sempre più difficile.

La Cecenia è il nodo che collega e ingigantisce tutti i mali che affliggono la Russia: arbitrio, corruzione, xenofobia, crisi economica, disagio sociale, degrado del sistema giudiziario e dell’esercito. Anna si è tuffata a fondo nel tentativo di fare chiarezza su quel nodo complesso e per anni ha rischiato la vita senza mai smettere di denunciare la “guerra sporca” e di parlare ai suoi cittadini, ai potenti, al mondo.

Il ruolo dell’informazione durante la prima guerra cecena era stato determinante per mobilitare l’opinione pubblica e giungere agli accordi che nel 1996 avevano messo fine ad una guerra impopolare. Il Cremino ha fatto tesoro della lezione e con la seconda campagna, dal 1999, ha efficacemente impedito in tutti i modi l’informazione libera nel Paese e soprattutto la documentazione delle violazioni dei diritti umani nella Repubblica Cecena. Anna iniziò ad occuparsi di Cecenia proprio quando farlo diventava ancora più rischioso e con gli anni la sua figura era diventata un punto di riferimento internazionale, non solo come giornalista ma anche come difensore dei diritti umani.

Se qualcosa del conflitto ceceno è trapelato, moltissimo è merito del suo lavoro, della sua professionalità e tenacia, e della sua passione per il suo popolo e per la libertà.

Anna amava moltissimo il suo Paese, per questo non poteva stare zitta. C’era chi non voleva sentirla, chi aveva paura di ascoltarla, chi non era in grado di reggere la pesantezza delle sue denunce, così contrastanti con la versione ufficiale del Cremlino e della televisione. E c’era chi la ammirava: per tanti costituiva un esempio di impegno e coraggio.

Ma forse Anna è stata uccisa anche dai colleghi che l’hanno lasciata sola a raccontare quello che anche loro avrebbero dovuto raccontare, quelli che hanno preferito diventare cronisti di corte e hanno abdicato alla loro dignità di giornalisti. Sembrava che il suo nome, la sua notorietà e il suo essere al di sopra delle parti e contro tutte le forme di violenza fossero in grado di proteggerla, e forse per molto tempo è stato così.

Anna è stata uccisa in pieno centro a Mosca, nell’androne di casa sua. Oggi più che mai la Cecenia non è solo un posto pericoloso in cui andare, ma anche e soprattutto un argomento pericoloso di cui scrivere o anche solo parlare, indipendentemente da dove ci si trovi.

Silenzio in patria e dall’estero espressioni di sdegno, anche dai tanti leader che si vantano dell’amicizia personale di Putin e portano la loro parte di responsabilità nel non aver mai affrontato la questione dei diritti umani in Russia, nell’aver lasciato che la Cecenia divenisse una “tragedia dimenticata”. Quante persone dovranno morire prima che l’Europa passi all’azione dopo aver preso coscienza di quello che sta succedendo in Russia e in Cecenia?

Il mondo intero reclama a gran voce indagini chiarificatrici e accurate che svelino i colpevoli e le responsabilità. Ma per avere ottimismo in merito occorrerebbe negare l’evidenza, e dimenticare i depistaggi che hanno circondato gli attentati di Mosca dell’autunno ’99, le omissioni che circondano i terribili eventi del Nord-Ost (il sequestro del teatro di Mosca) e le verità nascoste della tragedia di Beslan. E non c’è più Anna ad indagare con la sua tenacia, a dare voce ai testimoni, ai superstiti, ai parenti, a tutti i dimenticati dopo le tragedie che hanno sconvolto il mondo intero.

Anna è andata al cuore delle questioni, mostrando alla Russia e al mondo le tante drammatiche conseguenze del conflitto intricato, gli attori che ne traggono profitto così come le vittime, da entrambe le parti, documentando con rigore e professionalità ogni sua singola affermazione, ogni sua denuncia, ogni più piccolo avvenimento.

Ci ha insegnato i motivi per cui i diritti umani in Russia e specialmente in Cecenia dovrebbero preoccupare tutti noi.

Aveva dato voce alle madri dei soldati russi, all’abbandono, da parte dello stato che avevano servito, dei propri figli con terribili ferite fisiche e traumi psicologici, del loro divenire pericolosi per sé stessi e per la società, sbandati, alcolizzati, violenti. Aveva raccontato il degrado del sistema militare, i pestaggi, le violenze. Andando avanti nonostante l’odio e a volte le minacce dei militari a causa del suo lavoro in Cecenia.

Aveva dato voce ai ceceni, entrando clandestinamente nel Paese e spiegandoci che per far sentire parte della Federazione Russa un popolo stremato sin dalle deportazioni di Stalin degli anni ’40, e ora decimato da un decennio di guerra, ci vuole ben altro che una costituzione scritta a Mosca, elezioni farsa in odore di brogli e signori della guerra che nascosti dietro alte cariche dello stato sguinzagliano bande armate irregolari che terrorizzano il Paese, lasciandolo in un clima di paura che terrorizza quanto le bombe.

La vita e gli scritti di Anna Politkovskaya dimostrano senza mezzi termini che l’umanitarismo militare in realtà è solo la faccia pulita del terrorismo di stato. “Terrorismo di stato contro terrorismo di gruppo”, l’aveva definito.

Anna ha tentato fino alla fine di mettere questa drammatica realtà sotto gli occhi dei cittadini russi e dei potenti che li manipolano nascondendosi dietro la vuota retorica della guerra. Ora che manca una delle menti piu’ lucide e coraggiose della Russia, il futuro della Federazione sembra ancora più buio.

Chiunque sia stato il vero mandante di questo omicidio a sangue freddo, la sparizione di questa voce scomoda è stata sicuramente un ottimo regalo di compleanno per Putin e per i suoi pretoriani in Cecenia. E far emergere la verità sulle vittime di tutti i terrorismi, di stato e di gruppo, senza di lei sarà ancora più difficile.

Maddalena Parolin Osservatorio sui Balcani – http://www.peacelink.it/



Anna Politkovskaja verrà ricordata per le sue inchieste sulla Cecenia. Il suo giornale, la Novaja Gazeta, dopo la sua morte ha scelto di aprire per i suoi lettori una finestra inedita sulla sua vita quotidiana e ricordarla per la sua umana normalità. Anna alle prese con Van Gogh, il suo cane, è la conferma che l’occhio che riflette il mondo esterno è anche lo specchio della coscienza interna.


 

ALLE PRESE CON VAN GOGH
L’estate scorsa è morto il nostro cane – vecchio, vecchissimo. Martin, un doberman di quindici anni, aveva vissuto a lungo per gli standard della sua razza. Era un cane magnifico che ci aveva difeso con onore per molti anni: durante il caos della perestrojka e poi nel periodo di banditismo totale, mentre si accumulavano capitali e crollavano le libertà.

Con lui ci sentivamo come dietro a una schiera di guardie del corpo: adorava i nostri amici, individuava immediatamente i malintenzionati e li cacciava senza esitazioni, però non mordeva mai nessuno. Sotto gli occhi di Martin litigavamo, ci riappacificavamo, ci ritrovavamo, ci lasciavamo.

E lui ci amava disperatamente, a volte sembrava sopraffatto da questo amore. Martin ha smesso di servirci solo negli ultimi 45 minuti della sua vita, quando si è sdraiato e ha perso conoscenza. Allora siamo stati noi a servire lui: gli abbiamo tenuto le mani sul cuore finché ha smesso di battere.

Poi ci sono stati sei mesi di tortura. Vivere senza un cane era come vivere senza una capsula dell’amore ad azione continua impiantata sotto pelle.

Ed ecco che i miei figli hanno trovato su internet un annuncio fantastico. Da un lato questo cane non somigliava a Martin – per noi era un punto irrinunciabile. Dall’altro non aveva il pelo lungo – anche questo era importante, eravamo abituati così. Infine, secondo le informazioni raccolte, era un animale socievole e affettuoso.

Un cucciolo bloodhound. Per chi non lo conosce è un cane con le zampe grosse, gli occhi perennemente tristi e le orecchie lunghe.

Andiamo al negozio. La commessa continua a ripetere: “Questo maschietto è semplicemente una meraviglia. Il migliore della cucciolata”. Il “migliore” non smette un attimo di fare pipì. Ci guarda e fa subito pipì. Però è tenerissimo, giocherellone – prendetemi, vi prego. E questo decide tutto: implora da stringere il cuore.

“Quattro mesi. Ha ancora diritto di far pipì”, ripete la donna con voce stridula.
A casa lo abbiamo ribattezzato Van Gogh, al posto dello stupido Hagard che gli aveva affibbiato la venditrice. E cominciamo a vivere insieme. Ben presto è chiaro che Van Gogh non fa pipì in continuazione: è una vera e propria macchina per la minzione. Appena vede un estraneo, ecco una pozzanghera. Che fare?

Abbiamo smesso di invitare esseri umani in casa (eccetto i parenti), sperando che l’abitudine gli sarebbe passata. In quanto ad alzare la voce di mezzo tono – non dico gridare, per carità, ma appena un lieve aumento di volume – neanche a parlarne: subito un fiume.

Appena fa uno schizzetto, Van Gogh comincia ad agitarsi per la paura, si nasconde o, peggio, lo lecca, cercando di eliminare le tracce. Portarlo fuori? Van Gogh, ce ne accorgiamo subito, odia la strada, tutto gli fa orrore. Il momento migliore della passeggiata è quando varchiamo il portone, l’ascensore, la soglia del nostro appartamento. Appena riprendiamo la via di casa rizza subito la coda, felice. La nostra casa è diventata la sua fortezza.

 

Tutto in vendita

Nella clinica veterinaria ci dicono che non ha quattro mesi, ma almeno cinque, e ci chiedono: “Lo sapete perché la commessa gli ha abbassato l’età?”. “Perché?”. “Per convincervi a prenderlo. I cani grandi non li vuole nessuno – spesso hanno già imparato qualcosa, e non è detto che sia qualcosa di buono”.

Ed è proprio così. I veterinari hanno anche trovato della renella nella vescica di Van Gogh. Le analisi sono costate più di dodicimila rubli. Più altri duemila per gli antibiotici per curare l’infiammazione. Secondo il dottore, in età così giovanile (negli esseri umani e nelle bestie, la renella e i calcoli sono appannaggio degli anziani) il problema è provocato da una cattiva alimentazione imposta da molti allevatori e commercianti.

Proprio quando il cucciolo va nutrito bene, gli danno quello che capita e così gli alterano il metabolismo. Ma l’essenziale è smerciarlo, confondere le idee ai futuri padroni e tanti saluti. È gente che finge affetto, insiste il dottore, ma in realtà è nemica degli animali, rovina i cani per sempre.

Per-sem-pre. È stato l’avviso numero uno. Intanto era chiaro che Van Gogh si aggrappava a noi come a una zattera. Aveva sempre più paura di chiunque entrasse in casa. E il terrore per gli estranei cresceva con lui – ormai era grande e grosso, e i suoi tentativi di nascondersi dietro di noi diventavano maniacali. Immaginate la scena: qualcuno si avvicina, ci passa accanto per strada, e lui subito dietro di me. Un bestione con le zampe possenti. Non abbaia, non ulula. Si limita a guardare gli estranei con un terrore tale da spaventare anche te.

E alla fine abbiamo capito: aveva paura che lo portassero via. Erano stati degli uomini a portarlo via. Ed erano diventati nemici. Per-sem-pre. Di nuovo. Adesso il quadro era più chiaro: ci era capitato un cane con gravi problemi psichici. Cosa c’è di peggio? Non era lui a difendere noi, ma noi a dover difendere lui…

Chiamo il negozio: cos’è successo al cane? No, non telefono per reclamare: voglio saperlo solo per aiutare il cane e noi. E la commessa cede: prima che lo prendessimo noi, il cane era stato rifiutato due volte. Non aveva idea di cosa fosse successo, dove lo avevano portato e perché non lo avevano voluto. Ma lo avevano picchiato. E lo avevano picchiato degli uomini. Lo avevano spaventato. E poi lo avevano scaricato. Non c’erano dubbi: bisognava trovare uno psicologo o un addestratore.

Gli psicologi più economici costano 1.300 rubli a visita. Per questa somma danno consigli di questo tenore: andare in vacanza, passare più tempo all’aria aperta, riposarsi, cambiare casa, ambiente, città, paese… Ma non li danno tutti insieme. Ogni consiglio 1.300 rubli. Uff! La missione era materialmente impossibile. Ripiegammo sugli addestratori. Katja – della ditta Cane intelligente, oppure Amico fedele, costo 500 rubli all’ora – diceva di lavorare soltanto con i “cani dell’élite” (non con cani d’élite, ma con cani di gente ricca), e aveva l’agenda piena di appuntamenti.

Però è riuscita a trovare un ritaglio di tempo. Erano le sette del mattino quando è arrivata da noi, ancora mezza addormentata. Con le mani in tasca ha cominciato a darmi ordini: vai là, fai questo e quest’altro. Niente di elitario: solo quello che c’è scritto in qualunque manuale sull’addestramento dei cani.

 

Addestratrice noglobal

Quindici minuti prima della fine della lezione, e malgrado il suo aspetto noglobal – maglietta nera, stivaletti e bandana – Katja ha preteso molto globalisticamente i suoi 500 rubli, sbuffando con disprezzo quando le abbiamo fatto notare che le rimaneva ancora un quarto d’ora di lavoro. Non ci siamo più rivisti.

La seconda e la terza addestratrice sono state assolutamente identiche alla prima per qualità degli esercizi, però la tariffa era più alta: 700 e 900 rubli per la stessa ora scarsa. Non era più possibile buttare altri soldi dalla finestra, tanto più che la vescica di Van Gogh continuava a costarci migliaia di rubli. Così la vita è ripresa a scorrere come prima.

Van Gogh continuava ad avere il terrore di tutto, e io continuavo a difenderlo da tutto. Dagli uomini, dagli oggetti sconosciuti, dallo stridio della serranda del garage, dalle frenate delle macchine e dagli uomini che ci passavano accanto.

 

Fedele per sempre

Man mano che cresceva, i problemi aumentavano. Nel nostro quartiere, per raggiungere il giardinetto riservato ai cani bisogna attraversare una strada molto trafficata e senza semaforo. In pratica bisogna tuffarsi in un fiume di macchine che non hanno l’abitudine di rallentare.

Prima di arrivare alle strisce pedonali Van Gogh, terrorizzato, si lasciava cadere a terra e io dovevo prenderlo in braccio oppure trascinarlo: 40-50 chili di massa viva che si impuntavano disperatamente. Dopo una passeggiata di questo tipo lo sbalzo di pressione era garantito.

Ma un cane con il metabolismo irregolare, la renella e problemi di socializzazione deve assolutamente trascorrere un po’ di tempo in compagnia dei suoi simili.
Allora ho deciso di caricare Van Gogh sulla mia auto per trasportarlo dall’altra parte della strada. Nel giardinetto corre timoroso senza dare troppa confidenza agli altri cani, anche se qualche volta ci gioca. In compenso si muove, annusa, si tranquillizza.

Ma la sua maggiore occupazione è guardare con nostalgia la nostra auto. E appena apro lo sportello, lui salta allegramente sul sedile posteriore. Adora viaggiare in macchina, o anche soltanto starci seduto dentro. Un piccolo spazio chiuso e isolato dal resto del mondo dove esistono solo lui e la sua padrona. Per Van Gogh è il territorio più sicuro al mondo.

Si calma immediatamente, osserva felice la vita al di là del finestrino, il suo sguardo si rasserena, avvicina le orecchie al parabrezza posteriore e può perfino addormentarsi. Tutte le paure sono scomparse. Salta fuori dalla macchina e si infila subito nel portone del palazzo, corre verso l’ascensore – dai che siamo quasi arrivati e… finalmente: la mia casa, la mia fortezza.

Anche la mia pressione per il momento è tornata normale. Ma si può andare avanti così? I veterinari ormai si esprimono senza mezzi termini: lo sopprima. Lo stesso dicono amici e colleghi: perché tormentarsi in questo modo? Dopo tutto è un cane, non un essere umano. Dallo via. È solo un’elegante figura retorica per dire la stessa cosa: sopprimilo.

Chi volete che se ne occupi, se non chi si è già affezionato con tutta l’anima a questo essere con le orecchie grandi e gli occhi malinconici, che non ha colpa di nulla.

In una grande città il destino di un cane malato, se il suo padrone non ha i mezzi per curarlo e mantenerlo, è essere soppresso. Il mondo, che è diventato crudele con tutte le persone in difficoltà (disabili, orfani, malati), è diventato altrettanto crudele con gli animali. È naturale, non potrebbe essere diversamente. Per capire fino a che punto l’odore dei soldi ci rende feroci basta portare a spasso un cane malato.

Non appartengo alla tribù degli animalisti folli, quelli che amano i cani più degli uomini. Io gli uomini li amo più dei cani. Ma non sono capace di tradire. Soprattutto se so che quell’essere vivente non sopravviverebbe a un altro abbandono: morirebbe senza di me. È completamente in mio potere, fino all’ultimo pelo del suo lungo orecchio setoso. Come è in potere di chiunque se lo ritrovi tra le mani per un capriccio della sorte.

 

Il mondo dei ricchi

Questa casta sempre più numerosa dei cani abbandonati, fratelli di Van Gogh, è stata generata dal mondo dei ricchi. Li comprano come se fossero un giocattolo – ci si divertono un po’, si stufano, gli mollano un calcio.

Ignorano il valore dei soldi proprio come ignorano il valore di un essere vivente che ti è fedele fino alla fine. So bene cosa mi si potrebbe obiettare: non tutti i ricchi sono così cattivi, non tutti i veterinari sono degli squartatori. Certo. Ma allora perché da noi si vedono branchi di cani di razza che cercano rifugio negli androni?

È di nuovo sera. Giro la chiave nella serratura e… Van Gogh mi vola addosso, sempre e comunque. Anche se gli fa male la pancia, anche se stava dormendo profondamente, qualunque cosa abbia mangiato. La fonte di un affettuoso moto perpetuo. Tutti ti piantano, tutti si stancano di te – il cane non smette mai di amarti.

E io lo prendo, lo carico in macchina, lo trasporto dall’altro lato della strada, corro al suo fianco per farlo saltare un po’ con gli altri cani, gli faccio vedere come bisogna giocare con loro, striscio con lui lungo il percorso a ostacoli per fargli vincere la paura, lo accompagno vicino a uomini sconosciuti, prendo la loro mano, con la loro mano accarezzo le orecchie di Van Gogh e gli ripeto che sono buoni.

Internazionale 662-663, 12 ottobre 2006


 

Biografia di Anna Politkvoskaja

Anna Politkovskaja nasce il 30 agosto 1958 con il nome di Anna Mazepa a New York, figlia di due diplomatici sovietici di nazionalità ucraina di stanza presso l’ONU. Studia giornalismo all’Università di Mosca, dove si laurea nel 1980 con una tesi sulla poetessa Marina Tsvetaeva.

La sua carriera inizia nel 1982 al famoso giornale moscovita Izvestia, che lascerà nel 1993. Dal 1994 al 1999, lavora come cronista, come responsabile della Sezione Emergenze/Incidenti e come assistente del direttore Yegor Yakovlev alla Obshchaya Gazeta, oltre a collaborare con altre radio e TV libere. Nel 1998, si reca per la prima volta in Cecenia come inviata della Obshchaya Gazeta per intervistare Aslan Mashkadov, all’epoca neo-eletto Presidente di Cecenia.

A partire dal giugno 1999 fino alla fine dei suoi giorni, lavora per la Novaya Gazeta. Nello stesso periodo, pubblica alcuni libri fortemente critici su Vladimir Putin, sulla conduzione della guerra in Cecenia, Daghestan ed Inguscezia. Spesso per il suo impegno viene minacciata di morte.

Nel 2001, la Politkovskaja è costretta a fuggire a Vienna in seguito a ripetute minacce ricevute via e-mail da Sergei Lapin, un ufficiale dell’OMON (la polizia dipendente direttamente dal ministero degli Interni con emanazioni nelle varie repubbliche russe) da lei accusato di crimini contro la popolazione civile in Cecenia. Lapin viene arrestato per un breve periodo e poi rilasciato nel 2002. Il processo riprende nel 2003 per concludersi, dopo numerose interruzioni, nel 2005 con una condanna per l’ex-poliziotto per abusi e maltrattamenti aggravati su un civile ceceno e per falsificazione di documenti.

Proprio in Cecenia la Politkovskaja si reca molto spesso, sostenendo le famiglie delle vittime civili, visitando ospedali e campi profughi, intervistando sia militari russi che civili ceceni. Nelle sue pubblicazioni, non risparmia critiche violente sull’operato delle forze russe in Cecenia, sui numerosi e documentati abusi commessi sulla popolazione civile e sui silenzi e le presunte connivenze degli ultimi due Primi Ministri ceceni, Ahmad Kadyrov e suo figlio Ramsan, entrambi sostenuti da Mosca.

La Politkovskaja gode anche di notevole considerazione negli ambienti ceceni: il suo nome è spesso apparso fra i “negoziatori privilegiati” dalla guerriglia, così come appare fra le personalità impegnate a condurre le trattative durante la crisi del Teatro Dubrovka.

Nel 2003 pubblica il suo terzo libro, A Small Corner of Hell: Dispatches From Chechnya (tradotto in Italia con il titolo Cecenia, il disonore russo), in cui denuncia la guerra brutale in corso in Cecenia, in cui migliaia di cittadini innocenti sono torturati, rapiti o uccisi dalle autorità federali russe o dalle forze cecene. Durante la stesura del libro, la Politkovskaja si è avvalsa delle testimonianze anche di militari russi e della protezione di alcuni ufficiali durante i mesi più duri della guerra.

Nel settembre 2004, mentre si sta recando a Beslan durante la crisi degli ostaggi, viene improvvisamente colpita da un malore e perde conoscenza. L’aereo è costretto a tornare indietro per permettere un suo immediato ricovero. Si suppone un tentativo di avvelenamento, ma la dinamica dell’accaduto non verrà mai chiarita del tutto.

Nel dicembre 2005, durante una conferenza di Reporter Senza Frontiere a Vienna sulla libertà di stampa denuncia:

«Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare.»

In un saggio che verrà pubblicato postumo nel 2007, in una raccolta a cura del PEN American Center, la Politkovskaja scrive:

«Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.
Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci.»

Nello stesso saggio dice di non considerarsi “un magistrato inquirente”, ma piuttosto “una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo”, dal momento che – continua – in Russia “i servizi trasmessi in tv e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali sono quasi tutti di stampo ideologico”.

Cittadini russi depongono fiori vicino al luogo del delitto.

Anna Politkovskaja viene ritrovata morta il 7 ottobre 2006 nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. La polizia rinviene una pistola Makarov PM e quattro bossoli accanto al cadavere. Uno dei proiettili ha colpito la giornalista alla testa. La prima pista seguita è quella dell’omicidio premeditato ed operato da un killer a contratto. Il mandante è ancora oggi sconosciuto.

L’8 ottobre, la polizia russa sequestra il computer della Politkovskaja e tutto il materiale dell’inchiesta che la giornalista stava compiendo. Il 9 ottobre, l’editore della Novaya Gazeta Dmitry Muratov afferma che la Politkovskaja stava per pubblicare, proprio il giorno in cui è stata uccisa, un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramsan Kadyrov (chiamate dispregiativamente kadiroviti). Muratov aggiunge che mancano anche due fotografie all’appello. Gli appunti non ancora sequestrati vengono pubblicati il 9 ottobre stesso, sulla Novaya Gazeta.[9]

I funerali si svolgono il 10 ottobre presso il cimitero Troyekurovsky di Mosca. Più di mille persone – fra cui i colleghi e semplici ammiratori della giornalista – partecipano alla cerimonia funebre. Nessun rappresentante del Governo russo però vi partecipa.

 

Libri

     

  • Russia under Putin, The Harvill Press, Londra, 2001, ISBN 1860469752
  • A Dirty War: A Russian reporter in Chechnya, The Harvill Press, Londra, 2001, ISBN 1860468977
  • A Small Corner of Hell: Dispatches from Chechnya, University of Chicago Press, Chicago, 2003, ISBN 0226674320
  • Putin’s Russia, The Harvill Press, Londra, 2004, ISBN 1843430509
  •  

     

 

Edizioni Italiane

 

Riconoscementi e premi

Estratto da http://www.wikipedia.it/

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