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"La Giustizia è come il sole. Una società che ne è priva vive nell'ombra. Facciamo entrare il sole della Giustizia nel cuore degli uomini" (D.Ikeda)
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PER TUTTE LE DONNE D’ITALIA E DEL MONDO …

 

  • che hanno il coraggio di lottare per il bene e denunciare il male;
  • Per le donne di ogni Paese, razza, colore, opinione politica, religione, discriminate per la loro condizione, esiliate o uccise per le loro idee che si battono per il rispetto della dignità umana e l’affermazione della legalità contro ogni forma di prevaricazione;
  • Per tutte le madri coraggio lasciate sole dalle Istituzioni e dallo Stato;
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costituzione-italiana

 

La Costituzione è  una raccolta di regole giuridiche destinate a disciplinare la vita di una società. Il termine “Costituzione” deriva da “Constitutionem”  ”constituere” e cioè ‘stabilire’, ‘ordinare’; la Costituzione è quindi la norma fondativa e la carta dei valori che disegna l’architettura delle regole per tutti e dei diritti di ognuno.

La Costituzione, non è una regola giuridica come tutte le altre, è concepita come intangibile, è la legge fondamentale dello stato, il vertice della gerarchia delle fonti del diritto. In un ordinamento le leggi sono molte, nel nostro o in altri più sfortunati sono innumerevoli, ma in ogni ordinamento di documenti chiamati Costituzione ce n’è uno e uno soltanto.

 

In Germania il testo costituzionale non si chiama Costituzione ma “Legge Fondamentale”, ha questo nome perché nella dottrina tedesca si ritiene che il testo della legge fondamentale non racchiuda necessariamente tutta la Costituzione.
La Francia ha una Costituzione che contempla soltanto l’organizzazione dei poteri pubblici e quindi anche il modo in cui è organizzato lo stato, non contempla i diritti di libertà,  l’organo di giustizia costituzionale francese (Consiglio costituzionale) ha precisato che nel preambolo della Costituzione c’è il riferimento ai diritti fondamentali, fino a risalire alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789.

L’Inghilterra (la maggior parte delle colonie inglese ha seguito una linea diversa) resta l’unico paese, o quasi, che non ha una Costituzione scritta, esistono numerosi testi a cominciare dalla Magna Charta (concessa dal re d’Inghilterra Giovanni Senzaterra nel 1215) e dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 (testo giuridico emanato nel corso della Rivoluzione francese contenente una solenne elencazione dei diritti dell’uomo e del cittadino), ma non c’è un testo normativo che si possa dire Costituzione, perché in Inghilterra le regole giuridiche sono in via generale estratte non direttamente dalla legge politica del Parlamento ma dalla giurisprudenza, dalle sentenze dei giudici; il diritto si forma grazie al principio ‘bisogna stare a ciò che è già deciso’ (lo stare decisis è un principio generale dei sistemi di common law in forza del quale il giudice è obbligato a conformarsi alla decisione adottata in una precedente sentenza, nel caso in cui la fattispecie portata al suo esame sia identica a quella già trattata nel caso in essa deciso. Il diritto nasce dal fatto che i principi estratti da precedenti sentenze su casi analoghi sono vincolanti, ma è una finzione perché se fosse veramente così il diritto non si evolverebbe mai. Essi ritenevano che la legge del Parlamento non fosse direttamente fonte di diritti, obblighi, doveri per il cittadino ma lo fosse solo per il giudice, e solo una volta che il giudice avesse applicato la legge del Parlamento questa  diventava produttiva di diritto e di regole giuridiche nei confronti di tutti (anche questa è una finzione). I principi non sono scritti in un testo ma vivono nella giurisprudenza delle Corti, ci sono anche paesi che seguono la tradizione inglese, detta di Common Law (diritto che nasce dalla giurisprudenza delle Corti) e che hanno costituzioni scritte, anche molto lunghe come quella del Sudafrica, degli Stati uniti.

 

La prima stesura della Costituzione degli Stati Uniti  risale al 17 settembre 1787, quando fu firmata dai rappresentanti dei 13 stati che, all’epoca, si affrancarono dal dominio britannico. Sebbene sia stata modificata più volte, ancora oggi i principi base rimangono gli stessi. Uno fra tutti è l’uguaglianza dei cittadini nei confronti della legge, i quali beneficiano egualmente del diritto alla protezione da essa fornita. Nella costruzione dello stato nordamericano, tutti gli stati membri sono uguali e nessuno può ricevere un trattamento speciale dal governo federale, così come ogni stato deve riconoscere e rispettare le leggi degli altri. Inoltre, i governi statali, come il governo federale, devono avere una forma repubblicana, la cui autorità finale risiede nel popolo. ”Rivoluzionaria” per l’epoca, la Costituzione americana sancisce un punto fondamentale per la creazione e la preservazione del sistema democratico, cioè la divisione dei poteri.
Le costituzioni scritte sono di due tipi:
-Flessibile
-Rigida
L’Europa per lungo tempo, anche l’Italia (Statuto Albertino dettata da Carlo Alberto nel 1848 per il Piemonte e che poi fu estesa con l’Unità d’Italia all’intera Italia) ha adottato una  Costituzione flessibile, dettata dal re, non fatta da un’assemblea eletta dal popolo come avverrà per la Costituzione del 1948,  lo Statuto Albertino non diceva nulla sulla sua modificazione, e passò l’idea che la Costituzione potesse essere modificata con leggi del Parlamento, cioè con leggi ordinarie. Tali documenti costituzionali che non impongono uno speciale provvedimento per la loro modificazione si chiamano “costituzioni flessibili”, per contrapporle alle “costituzioni rigide” che invece impongono per la loro modificazione un procedimento speciale, diverso da quello per fare la legge, ma in realtà diverso da quello che serve per dettare qualsiasi altra regola giuridica (Stati Uniti, Italia…). Il procedimento di modificazione della Costituzione è abbastanza complesso.
La rigidità della costituzione venne sancita per la prima volta dalla Corte Suprema americana nella famosa sentenza ‘Marbury versus Madison’ del 1803; è un precedente mai superato, ritenuto tutt’ora vincolante dalla Corte Suprema americana.
Qui nasce il principio dell’intangibilità della Costituzione, principio che si ritiene valido anche per la giurisprudenza inglese.

 

I primi veri testi costituzionali rigidi arrivano in Europa dopo la II° guerra mondiale e i più rigorosi saranno i tedeschi e gli italiani, per motivi derivanti dalle vicende storiche che hanno visto questi paesi come protagonisti.
Il principio di intangibilità stenta a penetrare in Europa e anche nelle nostre costituzioni, i giuristi fanno fatica a riconoscere che la Costituzione si trovi in una posizione di superiorità rispetto alle altre norme giuridiche. Il grande giurista austriaco del 900, Hans Kelsen, sosteneva che la Costituzione fosse una norma superiore nel senso che tutto l’ordinamento giuridico è costruito per gradi, e la Costituzione si trova sopra tutte le norme dell’ordinamento, ciò significa che tutte le regole giuridiche che appartengono a quell’ordinamento devono essere prodotte in conformità a quella Costituzione, devono fare tutto quello che la Costituzione prescrive e nulla di più.

 

Il problema non risolto è: chi lo dice che la Costituzione è superiore?

La Corte Suprema americana, con la sentenza Marbury vs. Madison non risolve il problema, anzi, non se lo pone neanche! Dall’idea che la Costituzione, può essere modificata solo a determinate condizioni, che sono diverse da quelle delle altre regole giuridiche, fa derivare l’immodificabilità della Costituzione. Tra gli Stati Uniti e l’Europa c’è una vera e propria differenza culturale  alla base del concetto di intangibilità della Costituzione, negli Stati Uniti il fondamento è empirico, non c’è una base dottrinale dalla quale si sviluppa il concetto di sovranità della Costituzione, base che è invece molto solida nei paesi europei.
In Europa la superiorità della Costituzione è sancita dal potere sovrano dello Stato. Il potere sovrano dello stato secondo le dottrine (rivoluzionari francesi e poi tedeschi) è un potere che ha due caratteristiche:
-è un potere ORIGINARIO cioè non deriva da nulla, si costituisce da sé e quindi
non ha limiti se non quelli che esso stesso si dà.
INCONDIZIONATO cioè non ha limiti se non quelli che il potere sovrano stesso
decide di darsi.

 

 Sul concetto di sovranità in quanto potere originario e incondizionato, consegnato al popolo o allo Stato si è molto discusso; se guardiamo come nella Costituzione italiana dove e come viene menzionato il concetto di sovranità emerge chiaramente che questo concetto nella Costituzione italiana non esiste, anche se più volte compare nella nostra Costituzione: all’art.1 dove afferma che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti dati dalla Costituzione, secondo quindi il limiti dati dalla Costituzione, non è una sovranità illlimitata, oppure all’art. 7″ Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” ma comunque la sovranità della Chiesa non è paragonabile a quella dello Stato. Lo si ritrova ancor all’art. 11 dove sancisce che l’Italia accetta le limitazioni di sovranità necessarie ad assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni, qui la sovranità viene  espressamente menzionata come limitata

Da questi casi emerge come la Costituzione italiana configuri la sovranità non affatto come un potere originario e incondizionato, essa afferma più semplicemente che chi è sovrano, in linea di massima, non è soggetto a regole altrui, cioè è, in linea di massima, e sempre con limitazioni, autonomo e indipendente.

 

Se la Costituzione è una norma superiore e intangibile, a cui ogni altra regola giuridica deve osservanza, come mai e che significato ha il fatto che le costituzioni cadono (il passaggio dallo Statuto Albertino non è stato forse una passeggiata) ?

Per dare una risposta bisogna analizzare come queste possono essere modificate.

Le costituzioni attuali sono costituzioni rigide che prevedono forme particolari per la loro modifica; i meccanismi di revisione variano da Costituzione a Costituzione (ad esempio la Costituzione spagnola prevede due forme per la sua modificazione : una per la modifica parziale e una per la modifica totale); nella Costituzione italiana le regole per la revisione sono contenute in due articoli:

art. 138 : il procedimento di ‘revisione costituzionale’
Il procedimento di ‘revisione costituzionale’ si compone di due fasi: una fase necessaria che si svolge integralmente in Parlamento e una fase eventuale che coinvolge, invece, tutti i cittadini.
Nel corso della prima fase dell’iter legis è prevista una doppia deliberazione da parte dei due rami del Parlamento ad intervallo non minore di tre mesi. La prima di queste deliberazioni può essere assunta a maggioranza relativa (è sufficiente, cioè, che i sì superino i no). Nella seconda deliberazione tale maggioranza non è più ritenuta adeguata e per poter procedere alla riforma della Costituzione sarà, quindi, necessario raggiungere un quorum più alto.
Qualora il progetto di legge venga approvato da una maggioranza particolarmente ampia, pari almeno ai due terzi dei componenti di ciascuna Camera (maggioranza qualificata), il procedimento si esaurisce: la revisione costituzionale ha avuto successo e bisognerà ora provvedere all’entrata in vigore delle nuove disposizioni. La legge viene, allora, trasmessa al Presidente della Repubblica per la promulgazione e successivamente pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.
La fase eventuale ha, invece, inizio qualora la legge – anche in una soltanto delle due Camere – sia stata approvata solamente con la maggioranza assoluta (cioè con la metà più uno dei componenti dell’assemblea e non con quella dei due terzi).
In questo caso, il testo, una volta approvato, viene immediatamente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale in modo da darne ampia pubblicità e consentire, nei successivi tre mesi, la possibilità di richiedere un referendum popolare sulla riforma. Ai sensi del secondo comma dell’art. 138 Cost. potranno richiedere referendum: una frazione del corpo elettorale (cinquecentomila elettori), una componente delle autonomie territoriali (cinque consigli regionali), le minoranze politiche (un quinto dei componenti di ciascuna Camera).
Com’è evidente il referendum popolare delineato dall’art. 138 è un vero e proprio referendum oppositivo attraverso il quale le minoranze organizzate (nel Paese, sul territorio, in Parlamento) intendono contrastare una revisione della costituzione che, non essendo stata adottata a maggioranza qualificata, potrebbe surrettiziamente incrinare il carattere pattizio della nostra Carta fondamentale.

Il  favor constitutionis che anima il procedimento di revisione è confermato dal fatto che l’art. 138 non preveda alcun quorum di partecipazione ai fini della validità del referendum, dunque anche una ristretta componente di cittadini contrari alla revisione potrebbe, con la propria partecipazione al voto, sbarrare definitivamente la strada all’entrata in vigore di una legge di revisione costituzionale.

Dalla norma si evince come il  procedimento speciale sia  molto diverso da quello delle leggi ordinarie, un procedimento ‘aggravato’, cioè più difficile da praticare di quello per le leggi ordinarie, il che lascia pensare che la Costituzione sia atto superiore e infatti poi la nostra costituzione prevede per esplicito che le leggi contrarie alla costituzione possono essere dichiarate incostituzionali dalla Corte Costituzionale e perdere effetto.

Art. 139: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Cosa dice questa norma? Non sancisce solo il divieto di ritornare alla monarchia, ma anche che tutti i principi che definiscono elementi costitutivi della Repubblica, a cominciare dall’ art.2, sono irrivedibili.

Gli articoli 138 e 139 hanno dato luogo ad infinite discussioni, la questione che esse pongono è: rispetto a queste leggi costituzionali la Costituzione può concepirsi davvero come legge superiore?

La risposta che viene dal testo è “NI”: da un lato è chiaro che le leggi di revisione e le leggi costituzionali rispettivamente modificano ed integrano la costituzione, è dunque chiaro che la possono cambiare, però non possono cambiarla integralmente, allora qual è il rapporto?

Per dare una risposta può essere utile analizzare il punto di vista di Biscaretti, che  disse: “ è vero che la Costituzione è una norma superiore e può essere modificata solo nelle forme che la Costituzione stessa dice, ma siccome la stessa Costituzione dice che con l’art. 138 cost. si può cambiare la Costituzione, allora si potrebbe anche tornare alla monarchia perché basterebbe abrogare l’articolo 139.

La soluzione è quella di ritenere che l’articolo 139 così come i principi supremi del nostro ordinamento siano da ritenere immodificabili.

mar
29

Il Mugnaio Buono

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mugnaio

 

 

Bisogna “murare” anche la magistratura di regime corrotta e asservita alle banche e ai poteri forti.

 
I cittadini onesti che denunciano usura e abusi vengono il più delle volte archiviati senza alcuna indagine e condannati alle spese processuali e spesso, chi si ostina a denunciare, confidando nella legalità e nello Stato di diritto, viene anche privato della libertà, come me, subendo innumerevoli processi e condanne a svariati anni di carcere per diffamazione, calunnia, oltraggio e resistenza.
Il mugnaio buono, Silvio Paoselli, che faceva il pane nel suo antico mulino, venduto all’asta, non si sarebbe certamente suicidato se avesse potuto trovare “un giudice a Berlino”, come l’altro più noto mugnaio Arnold, citato da Brecht, che non poteva più pagare il fitto “perché gli s’è levata l’acqua e quindi non può macinare”, ma che ebbe la buona sorte di vedere accolte le sue petizioni da un governante che aveva veramente a cuore la buona amministrazione della giustizia, cosa sempre più rara ai nostri tempi.
Ci riferiamo al processo del mugnaio di Potsdam, narrata da Emilio Broglio (1880), il quale a chi lo minacciava d’espropriazione del suo mulino ad acqua, confidando nella giustizia, rispose fieramente appunto: “Ci saranno pure dei giudici a Berlino?”. E Re Federico II, quale padre del popolo, lo rispettò, restituendogli il mulino e condannando i giudici che avevano respinto le sue istanze ad un anno di fortezza e al risarcimento del danno, affermando che “un tribunale ingiusto è più pernicioso d’una banda di ladri; contro questi potete difendervi, non così contro quello”. E li fece mettere in carrozza e portare in prigione. Pura utopia in un Paese come il nostro, asservito alle massomafie, dove la legge sulla responsabilità della magistratura è destinata a rimanere lettera morta, fin quando a decidere saranno sempre e solo altri magistrati facenti parte della Casta.

 

http://www.beppegrillo.it/2015/03/il_mugnaio_buono_ucciso_dalle_banche.html

 

Violence-is-not-always-visible

 

 

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne in tutte le sue forme.

Una giornata per dire “NO” alla violenza di genere.

 

Quando si parla di violenza di genere ci si riferisce a quel tipo di violenza diretta ad una persona solamente perchè donna, che sia essa compagna, figlia, madre. La violenza di genere può assumere varie forme ed è in larga parte un problema di cultura, nel senso che è la società stessa, compresa quella italiana, che rafforza le disuguaglianze e i diversi ruoli che la società affida all’uomo e alla donna in virtù del loro sesso. Spesso è alimentata da pregiudizi,  ad esempio nella violenza domestica,quella che avviente dentro le mura di casa, c’è il classico “nonostante tutto non è andata via”, si esprimono giudizi superficiali che ignorano il disagio interiore che vive la donna che subisce questo tipo di violenza:  il terrore di essere perseguitata o picchiata, la paura di dover combattere questa battaglia da sola, il conflitto tra la violenza subita e il dichiarato amore in ragione del quale il partner giustifica la violenza.

Spesso vengono inquadrate come complici di molestie solamente perchè belle o per aver indossato una maglia un po’ più scollata, non meritevoli di occupare i piani alti di un’azienda perchè potrebbero rimanere incinte oppure proprio perchè considerate meno intelligenti, meno capaci.

 

Potrebbero sembrare concetti ormai superati, eppure non è così, perchè se è vero che alle donne sono riconosciuti gli stessi diritti degli uomini  è anche vero che c’è ancora un vasto substrato sociale formato da uomini ,ma purtroppo anche da donne  non consapevoli delle loro capacità e della loro forza che ritengono di non poter seguire le proprie ispirazioni, di non poter far sentire la propria voce, di dover rispettare il proprio uomo anche quando da compagno di vita si trasforma nel Mostro.

 

Affinchè episodi di violenza non avvengano più è necessaria sì, una sensibilizzazione dell’opinione pubblica e una maggiore tutela da parte delle istituzioni nei confronti di donne che troppo spesso vengono lasciate sole a combattere le loro battaglie, ma è altresì necessaria una presa di coscienza delle stesse circa la loro forza e indipendenza ricordando che: “Una donna deve fare ogni cosa due volte meglio di un uomo per essere giudicata brava la metà. Per fortuna non è difficile”.

 

25000 persone scomparse in Messico, rapite da narcotrafficanti. Donne, mamme che disperatamente cercano i loro figli ma nessuno le aiuta e le istituzioni negano quello che sta succedendo.
Non lasciamo sole queste donne, ascoltiamo il loro grido. Donne Senza Frontiere ha raccolto il loro grido, raccoglilo anche tu e diffondilo.
Guarda il video del 16-11-2014

 

http://www.tg3.rai.it/dl/tg3/rubriche/PublishingBlock-433547f8-3c20-4cef-99fa-f9938b874796.html#

lug
15

Giustizia per Chico Forti

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Aiutatemi!Sono innocente!

 

E’ questo il grido che proviene dal carcere di Miami, dove è prigioniero da quattordici anni Enrico Forti, con l’accusa di omicidio e  la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike, figlio dell’amico e socio d’affari Anthony Pike.

Enrico Forti detto “Chico” è di origini trentine, negli anni novanta si trasferisce a Miami dove lavora come presentatore televisivo e film maker, si occupa anche di intermediazioni immobiliari ed è in quest’ambito che fa la conoscenza di Anthony Pike. L’incontro tra i due avviene nel novembre del 1997 per l’acquisto del Pike’s hotel a Ibiza, hotel che però non era di proprietà di Pike già da diversi anni. La data dell’incontro con Pike segnerà l’inizio dell’inferno di Chico.

 

Ai danni di Forti si stava compiendo una vera e propria truffa, organizzata da Pike e dal tedesco Thomas Knott.  Knott, amico storico di Pike, era un esperto truffatore già condannato in Germania a sei anni di reclusione per truffe milionarie, era sparito mentre scontava la sua condanna agli arresti domiciliari e ricomparso misteriosamente a Miami sotto falsa identità dove svolgeva, come copertura, l’attività di maestro di tennis.

Nel corso della trattativa tra Forti, Pike e Knott compare sulla scena Dale Pike, figlio di Anthony.

Tra padre e figlio non correva buon sangue, già da molti anni c’erano dei dissapori che forse sono stati inaspriti proprio dall’affare relativo alla vendita dell’hotel. Dale Pike, che all’epoca dei fatti aveva 42 anni, viveva in Malesia, ma si era visto costretto ad abbandonarla per motivi che non sono stati ancora accertati. Di sicuro, la famiglia Pike in quegli anni non viveva una situazione facile:  il padre Anthony era malato di AIDS e gli affari erano in declino, più di una volta si erano rivolti a Chico per chiedere del denaro per l’acquisto di biglietti aerei. Sono stati pagati da Enrico anche i biglietti per padre e figlio per la tratta Spagna-Miami, era stato pianificato un incontro tra le parti, che doveva avvenire il 15 febbraio del 1998. Due giorni prima della partenza però, Anthony telefona a Chico dicendogli che per problemi personali posticiperà la sua partenza, Dale invece si reca a Miami il 15 febbraio. Chico va a prendere Dale all’aeroporto alle 19 e lo lascia circa mezz’ora dopo in un parcheggio di un ristorante a Key Biscayne dove avrebbe incontrato alcuni suoi amici che lo avrebbero ospitato fino all’arrivo del padre.

 

Il corpo di Dale Pike  viene ritrovato sulla spiaggia di Sewer Beach il 16 febbraio. Era stato giustiziato con due colpi di pistola alla nuca. L’ora dell’omicidio è stimata intorno alle 20-22 del giorno precedente. A quell’ora Chico si trovava all’aeroporto di Fort Lauderdale, viene infatti accusato di essere il mandante dell’omicidio.

 

Subito dopo l’omicidio, Forti viene individuato come il colpevole, le accuse mosse nei suoi confronti sono quelle di: frode, circonvenzione d’incapace e omicidio.

 

Nessuna delle accuse può dirsi fondata. Egli infatti verrà scagionato, per assenza di prove, dall’accusa di frode e circonvenzione di incapace. Si potrebbe dunque, logicamente presumere che, venuto meno il movente, l’imputato venga assolto anche dall’altra accusa, quella di omicidio. Il processo invece va in un’altra direzione e il il 15 giugno del 2000, dopo un processo durato solo ventiquattro giorni, Enrico Forti viene condannato all’ergastolo.

Dalle parole della Corte si può ben intuire l’assurdità dello svolgersi e dell’esito di questo processo: “La Corte, Sig. Forti non ha la certezza materiale che sia stato lei a premere il grilletto, ma ha la sensazione oltre ogni dubbio, che sia stato lei l’istigatore del delitto.”

 

Non ci sono dunque prove alla base della condanna di Chico, ma una sensazione che si basa sul fatto  che in un primo momento egli avesse taciuto sull’incontro avvenuto il giorno precedente con Dale Pike e dal fatto che l’arma del delitto, una calibro 22 mai ritrovata, fosse stata acquistata da Forti nei giorni precedenti all’omicidio, ma anche questo è stato smentito, il reale proprietario della pistola era infatti Thomas Knott, egli si era fatto prestare il denaro da Forti, ma il commesso del negozio poi dichiarerà che in realtà sia stato  Knott ad aver scelto l’arma e a portarla via.

 

Sono stati proposti cinque appelli per la revisione del processo, tutti sistematicamente rifiutati, senza motivazione, in modo tale da non poter chiedere nessun appello.

Ciò che chiede Enrico Forti non è che gli venga concessa la grazia, si è sempre dichiarato innocente. Chico sta lottando per la sua dignità, chiedendo che il processo venga riaperto in modo tale da poter dimostrare la sua innocenza e affermare la verità.

 

 

 

Cosa c’è dietro La condanna di Chico Forti?

 

 

La domanda che sorge spontanea è: perché questo accanimento nei confronti di Enrico Forti? Per poter dare una risposta bisogna andare un pochino indietro nella storia. Tempo prima dell’omicidio Forti, che svolgeva l’attività di film maker, stava girando un video documentario dal titolo “Il sorriso della medusa” sulla vicenda dell’omicidio di Gianni Versace avvenuto per mano Andrew Cunanan, poi sucididatosi. Tramite Knott, Forti riesce ad acquisire i diritti della house boat, dove era stato ritrovato il corpo di Cunanan, e inizia a girare il suo documentario-inchiesta, ben presto però si rende conto che qualcosa non torna della faccenda del suicidio di Conanan: forse non si è suicidato, ma è stato ucciso altrove e poi il cadavere trasportato nella casa galleggiante. Dai documenti forniti dietro pagamento a Forti da Gary Schiaffo, capo della squadra investigativa di Miami, risulta che l’ora del decesso risale a circa 48 ore prima del paventato suicidio, inoltre Schiaffo avrebbe dovuto fornire a Forti anche delle fotografie del volto di Cunanan con le quali si proverebbe che la morte del presunto assassino di Gianni Versace non sarebbe avvenuta con la pistola che è stata ritrovata insieme al cadavere. Ma come è collegata questa vicenda con il processo per l’omicidio di Dale Pike? Innanzi tutto bisogna dire che i rapporti tra Forti e Gary Schiaffo degenerano, l’accordo tra i due salta e si lasciano in malo modo. Forse proprio a causa di questi dissapori Schiaffo diventerà il principale testimone dell’accusa, egli inoltre parteciperà alle indagini come consulente e alle dipendenze di Reid Rubin, prosecutor nel processo a Chico. Coincidenza, vuole che Victoria Platzer, giudice del processo che vede imputato Forti, avesse fatto parte della squadra d’indagine sul delitto Versace diretta da Gary Schiaffo. Della stessa squadra avevano fatto parte anche Catherine Carter e Confessor Gonzales, i detective che poco tempo dopo indagheranno su Chico.

Dalla storia si deduce dunque che: c’è qualche ombra sul caso Cunanan, Forti sta di fatto compiendo delle indagini sull’operato della polizia di Miami, i soggetti che stanno seguendo il processo di Forti sono gli stessi che hanno indagato sul caso Cunanan. Può la polizia di Miami aver visto in Chico Forti un personaggio scomodo? Di sicuro egli sta avanzando delle accuse pesantissime nei confronti della polizia di Miami, accuse che rischiano di metterla in cattiva luce, sta infatti insinuando che possa essere corrotta e che le indagini siano state manomesse per nascondere la verità.  Può questo aver determinato la condanna di Chico? I dubbi su questa condanna sono molti e ancora oggi, dopo quattrodici anni non si riesce a vedere chiaro.

 

Quanto ancora  bisognerà aspettare prima che la verità venga a galla?

 

 

A cura di: Laura Caradonio

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Si è acceso un filo di speranza per la sudanese Meriam Yahia Ibrahim Ishag.

 

La donna, incinta all’ottavo mese e in carcere dall’agosto scorso, è stata  condannata all’impiccagione per aver commesso apostasia, dopo essersi rifiutata di rinnegare la propria fede. Meriam si è sempre difesa ricordando di essere stata educata come cristiana ortodossa dalla madre, il padre, musulmano, è stato assente fin dalla nascita. La donna  inoltre è sposata con uno straniero di religione  cristiana, per questo motivo è stata condannata anche a 100 frustate. Il suo matrimonio non è valido in base alla Sharia e quindi considerato come adulterio.

 

Il caso ha suscitato  grande sdegno e subito dopo la pronuncia della sentenza si sono alzate proteste con slogan come “no all’esecuzione di Meriam!” e “i diritti religiosi sono diritti costituzionali”, in poche ore la protesta ha raggiunto Twitter e gli altri social network diventando così virale. Anche l’Italia si è mobilitata immediatamente tramite l’associazione Italians for Darfur.

 

Grazie all’attenzione internazionale che il caso ha suscitato e all’operato dell’ong sudanese “Sudan Change Now”, la sentenza, definita “ripugnante” potrebbe essere rivista.  Ah-Fateh Ezzedin, presidente del Consiglio Nazionale sudanese, ha dichiarato  che l’attenzione rivolta dai media internazionali al caso potrebbe danneggiare la reputazione del Paese e del sistema giudiziario, nel frattempo però Meriam resta in carcere.

 

L’auspicio è quello che il destino di Meriam si riveli più roseo di quanto sarebbe dovuto essere, tuttavia il suo è un caso isolato. La sentenza probabilmente verrà rivista e  se questo avverrà sarà grazie al grande eco che la vicenda ha avuto.

 

Cosa ne sarà delle altre donne islamiche, picchiate, frustate e uccise solo perché colpevoli di voler essere libere?

 

 

A cura di: Laura Caradonio

 

 

Glenn Ford

 

Può essere il colore della pelle un elemento determinante per decidere sulla colpevolezza o meno di una persona?

 

Sicuramente sì, se ci si trova in Louisiana nel 1984. Il caso è quello dell’omicidio del gioielliere Isadore Rozeman per il quale era stato incriminato Glenn Ford, afroamericano di trent’ anni. L’impianto accusatorio, costruito dal pubblico ministero Charles Scott, si basava sul fatto che Ford avesse ritirato nel negozio di Rozeman una revolver, che risultò poi essere l’arma del delitto.

Scott, già convinto della colpevolezza di Glenn, montò il processo in modo tale da assicurarsi un verdetto di condanna. La scarsità e contraddittorietà degli indizi fu bilanciata dall’ottenimento, attraverso vari espedienti, di una giuria composta da soli uomini e donne bianchi.

Glenn Ford venne, senza sorpresa, condannato.
Ma già dal momento della pronuncia della sentenza di colpevolezza e poi della condanna alla pena capitale agli inizi del 1984, l’impianto accusatorio nei confronti di Glenn cominciò a perdere pezzi. I presunti complici, che avevano deposto contro di lui per proteggersi ritirarono le loro dichiarazioni. I due avvocati difensori d’ufficio, due ragazzi appena laureati e senza alcuna esperienza, si rivelarono estremamente incompetenti; essi stessi dichiararono di “non averci capito niente”. Il caso venne rilevato da legali più esperti che assunsero la causa pro bono, con il loro aiuto partì una serie infinita di ricorsi, appelli, petizioni.

Sono passati undicimila giorni. Solo il 12 marzo 2014, è stata riconosciuta la sua innocenza. La decisione, sbalorditiva, è stata presa proprio da chi trent’anni prima aveva firmato la sua condanna. Lo stesso Charles Scott ha riconosciuto i suoi errori e ha chiesto la scarcerazione del condannato per non aver commesso il fatto.

Il giudice, ha spiegato l’avvocato di Glenn, ha riconosciuto che il processo è stato «compromesso da avvocati inesperti e dal fatto che alcune prove sono state dichiarate inammissibili, incluse informazioni fornite da un testimone». «Glenn Ford non avrebbe nemmeno mai dovuto essere arrestato: non ha partecipato e non era nemmeno presente durante la rapina», ha dichiarato il giudice.

 

La storia di Glenn fa riflettere su diverse questioni: sulla giustizia, sul razzismo, sulla pena di morte.

 

Può definirsi “Giustizia”,  una giustizia che condanna un innocente alla sedia elettrica o al carcere?

 

Può essere il colore della pelle, un elemento determinante per la condanna o meno di qualcuno?

 

Può uno stato moderno, tra i più industrializzati, prevedere ancora la pena di morte?

 

Il caso risale al 1984, il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio era già stato affermato nella famosa sentenza” in re Winship”. Il sistema di giustizia che si stava affermando nel mondo, almeno teoricamente, non aveva avuto nessuna influenza in Lousiana, qui era ancora possibile condannare a morte una persona sulla base di indagini poco accurate, assistenza legale inadeguata, utilizzo di testimoni non affidabili e di prove o confessioni poco attendibili. Può sembrare paradossale che un cittadino possa aver subito questa gravissima forma d’ingiustizia da parte della giustizia stessa, eppure il caso di Glenn non è un caso isolato, i dati sono sconcertanti: dal 1973 negli USA sono stati rilasciati 144 prigionieri dopo che erano emerse nuove prove circa la loro innocenza. Alcuni di questi prigionieri sono arrivati a un passo dall’esecuzione dopo aver trascorso molti anni nel braccio della morte. Per quanto riguarda l’Italia sarebbero più di quattromila i cittadini vittime di errori giudiziari.

 

Da cosa dipendono questi “errori giudiziari”? Il processo penale è connotato da una particolare delicatezza che tocca tutte le sue fasi. Sono tutelati da norme penali interessi riconducibili ai valori più alti della vita. Proprio per i particolari valori che sono in gioco, in ogni processo penale vi è lo scontro tra l’esigenza di ricercare la verità e quella di trovare un colpevole a tutti i costi. E’ più facile, in alcuni casi, convincersi e convincere l’opinione pubblica che il colpevole sia proprio quello che immaginavamo, quello dai noi considerato a priori un delinquente. Nel caso di Glenn, chi se non un nero in Louisiana rispecchia meglio l’identikit del colpevole? Sono stati numerosi i processi farsa in Lousiana, se è accusato un uomo di colore quasi sicuramente il verdetto sarà una sentenza di condanna. Se questo accadeva più frequentemente negli anni passati oggi comunque non si è ancora giunti a poter dire che l’appartenenza ad etnie diverse non rilevi in alcun modo. In America, soprattutto negli stati del sud quali: Alabama, Arkansas, Arizona, Mississippi, vi è ancora una forte componente razzista. Ricordiamo il caso, stavolta a contrario, dell’omicidio di un giovane di colore per mano del poliziotto Zimmerman in cui sicuramente pesò nel verdetto (di assoluzione) il fatto che fosse stato ucciso, senza motivo alcuno, un adolescente di colore. E’ stato determinante nel processo, l’atteggiamento della polizia che sembrava nutrire una sorta di simpatia nei confronti di Zimmerman, questo fa capire che vi è ancora un massiccio substrato sociale incline a rintracciare in ogni uomo di colore un possibile criminale.

 

Altro tema su cui fa riflettere la storia di Glenn Ford è quello della pena di morte. Numerosi sono gli stati che negli ultimi anni l’hanno abolita, tuttavia sono ancora molti gli ordinamenti che la prevedono. Essa è giustificata sia in un’ottica retributiva, l’esecuzione capitale di un soggetto che ha ucciso un uomo appare come la giusta conseguenza per il fatto compiuto. Non si può essere d’accordo con questo pensiero, il diritto alla vita è un principio fondamentale della nostra società, uno Stato che si pone sullo stesso piano di chi ha commesso un omicidio non promuoverà mai quei principi quali, il rispetto della vita umana e la pacifica convivenza. La pena di morte è giustificata anche in un’ottica preventiva: una punizione così severa dovrebbe scoraggiare dal compiere delitti. In realtà non è così, è stato rilevato infatti che ciò che più scoraggia dal compimento di reati non è la severità della sanzione quanto la certezza della stessa. Cioè il fatto che il compimento di un reato abbia come conseguenza certa la comminazione di una pena. Anche dal punto di vista funzionalistico, dunque, non si riesce a dare una giustificazione al permanere in alcuni ordinamenti di questa barbarie.

 

 

 

A cura di: Laura Caradonio

 

 

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corriere

 

http://www.corriere.it/politica/14_gennaio_29/quello-schiaffo-dambruoso-collega-movimento-5stelle-9389c34e-891c-11e3-9f25-fc2a5b09a302.shtml

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Quando le attenzioni diventano persecuzione

 

 

Il reato di stalking, introdotto in Italia  nel 2009, offre una tutela nei confronti di soggetti che sono vittime di molestie assillanti e atti persecutori di vario genere. Atti che incidono fortemente sulla vita privata della vittima.

Le percentuali ci dicono che vittime di stalking sono soprattutto donne (85% donne, 15% uomini).

Dal momento dell’entrata in vigore del decreto legge sono state numerose le querele arrivate sul tavolo del questore, tuttavia ancora troppo spesso queste molestie rimangono taciute.

Necessario è dunque chiarire quando e come si possa denunciare per stalking, quando quindi la condotta tenuta dall’agente integri un reato. Per far ciò bisogna innanzitutto partire dall’analisi dell’articolo 612 bis, in particolare del suo primo comma che recita:

 

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.”

 

La condotta tenuta dall’agente deve essere reiterata: con questo non si intende che la condotta debba essere tenuta abitualmente, è stato riconosciuto (sent Cass. Pen .20895/11 del 25/05/2011) come sufficiente per la configurazione del reato che questa sia stata tenuta almeno due volte, a condizione che  realizzi un perdurante stato di ansia o di paura nella vittima o, alternativamente, un altro degli eventi descritti dalla norma.

 

Il comportamento tenuto dall’agente deve costituire una minaccia o una molestia; sulla precisazione del significato di minaccia o molestia si è formata un’ampia giurisprudenza. Sussiste la minaccia quando lo stalker prospetti alla vittima un male futuro o anche quando tenga comportamenti fortemente intrusivi della sua sfera personale. Recentemente la giurisprudenza ha allargato il concetto di minaccia ricomprendendovi ”qualunque forma di interferenza o di minaccia nella vita della vittima che comprometta lo svolgimento delle normali azioni quotidiane della vittima”.

 

Il comportamento tenuto dallo stalker deve ingenerare nella vittima uno degli stati descritti dall’articolo 612bis:

 

- “un perdurante e grave stato di ansia o di paura“: la norma si riferisce a forme patologiche di stress che possono essere oggettivamente verificate come ad esempio il DPTS (disturbo post-traumatico da stress);

- il fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata al medesimo da relazione affettiva “: il termine “fondato” sembra indicare che il timore  per l’incolumità propria o di persona a lui vicina debba essere un timore concreto e oggettivamente verificabile dal giudice.

 

Il secondo e il terzo comma dell’art 612 bis contengono le seguenti circostanze aggravanti :

 

a. La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa;

b. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di donna in stato di gravidanza o di un soggetto con disabilità, ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi, o da persona travisata, o con scritto anonimo.

 

Qual è il procedimento di denuncia ?

 

Ancora una volta è l’articolo 612bis a fornirci la risposta, questo al suo quarto comma stabilisce che il reato di stalking è perseguibile solo se è sporta denuncia dalla parte lesa, le autorità non possono quindi procedere sulla base della sola conoscenza dell’avvenuto reato (avvio d’ufficio), ad eccezione del caso in cui la persona offesa sia un disabile o un minore oppure quando il fatto sia connesso ad altro delitto per il quale è prevista la procedibilità d’ufficio.

Il termine per la querela è di sei mesi. Nel caso in cui  la vittima di stalking ritenga che da una denuncia penale scatuirebbero conseguenze sproporzionate rispetto al fatto compiuto può avviare una procedura di ammonimento che precede la denuncia vera e propria.

In questo caso il questore,  ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge . Qualora il reato previsto dall’articolo 612 bis venga commesso da un soggetto già ammonito è previsto un aumento di pena e la procedibilità d’ufficio.

 

La nuova legge  del 15 ottobre 2013 n.93  sul femminicidio ha regolato anche alcuni aspetti riguardanti il delitto di stalking ampliando il raggio delle situazioni tutelabili. Aggravanti sono previste per  fatti commessi dal coniuge pure in costanza del vincolo matrimoniale, la riforma ha poi  introdotto tra le molestie anche  quelle perpetrate da chiunque con strumenti informatici o telematici. E’ previsto, analogamente a quanto già accade per i delitti di violenza sessuale, l’irrevocabilità della querela, cioè l’impossibilità di ritirare la denuncia se non in fase processuale. Questa questione è stata oggetto di vivaci dibattiti alla Camera divisa tra soggetti a favore dell’irrevocabilità, le cui ragioni sono prevalse, che ne sostenevano la necessarietà al fine di rendere concreta la tutela prevista dall’ordinamento, e soggetti contrari alla stessa che ritengono che essa costituisca una limitazione eccessiva alla libertà della donna e alla sua capacità di autodeterminazione

Il delitto di stalking viene inoltre incluso tra quelli ad arresto obbligatorio.

 

Altra novità importante è quella riguardante l’inserimento del reato di stalking tra quelli per cui è previsto il gratuito patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito.

 

 

Non tutte le situazioni di stalking sono uguali, anzi, i comportamenti che configurano la fattispecie prevista dall’articolo 612bis possono essere vari e il confine tra un semplice corteggiamento e una vera e propria molestia è spesso labile. E’ stato rilevato che circa l’80% dei casi di femminicidio è preceduta da comportamenti che configurano il reato di stalking. E’ dunque necessario che il soggetto che subisce tali minacce non prenda la situazione sottogamba; un invito ripetuto troppe volte,troppe telefonate o appostamenti possono essere dei campanelli d’allarme.

 

 

a cura di: Laura Caradonio

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